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Feb 19 2005

Una bambina ribelle

(Daniela Santanchè)
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Una bambina ribelleDaniela Santanchè trascorse un’infanzia contrastata e faticosa, che qui testimonia:
“Lo riconosco: io da piccola ero una peste,una ribelle, una rompiballe, se mio figlio fa a me quello che io ho fatto ai miei genitori sono rovinata.

Il primo ricordo che ho della mia vita è questo: ci sono io a quattro, cinque anni, con il grembiulino dell’asilo e la ramazza in mano, che sto facendo le pulizie mentre qualcuno mi fa una fotografia, e risento la voce di mia mamma Delfina in lontananza che dice: ecco, Daniela, lei deve sempre fare qualcosa! Ecco, lei deve sempre comandare!…

Il fatto è che non volevo uniformarmi alla mia famiglia, accettarne le regole, anche da piccolissima, tantè che prima di andare alle elementari i miei genitori mi portarono dallo psicologo, perché avevano l’intenzione di mettermi in collegio.
Non mi volevano più tenere in casa con mio fratello e mia sorella! Poi non se nè fatto nulla, ma qualche anno fa, quando ho partorito Lorenzo, mia madre mi ha detto: “speriamo che tuo figlio non sia come te, perché se devi pagare quello che hai fatto pagare a me, auguri! Però quanto soffrivo, e infatti”.

ll’età di cinque anni, evitato per un soffio il collegio, dove i genitori avevano intenzione di rinchiuderla, ottenne di restare a casa per tutta l’infanzia, insieme ai suoi fratelli: “Io ero la figlia di mezzo, tra un fratello e una sorella. Mio fratello era il più piccolo, maschio, e per mio padre il figlio maschio ha una certa importanza. Mia sorella, Fiorella, era la più grande, due anni più di me, una bambina meravigliosa, e in seguito anche una bellissima ragazza.

Da piccole giocavamo spesso alla casa delle bambole, ma lei era una megalomane, aveva sempre ‘ste case stupende, con saloni, salotti, stanze, personale di servizio e tutto quanto: io invece facevo sempre la parte di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta e aveva tre figli. Aveva il complesso della piccola fiammiferaia, oltretutto ero abbastanza bruttina, molto magra, con un mento un po’ sporgente. Il fatto di non essermi sentita bene accetta ha influito su di me: ancora oggi mi sento come se dovessi ancora dimostrare che sono brava, che sono intelligente, che sono capace, come se dovessi raggiungere un premio finale. Ma è dipeso anche da mio padre… mio padre mi ha rovinato la vita…”.

aniela Santanchè ebbe una “dura” educazione: “Ero una ribelle, una bambina ingombrante, fastidiosa anche nei confronti dei miei fratelli, che erano perfetti, mentre io li incitavo a reagire verso la famiglia. Insomma, mi potevano ammazzare di botte, ma io niente, se avevo un´idea non la cambiavo. Mia madre era l´addetta alle sberle, alle punizioni fisiche, mi tirava perfino i capelli, e mi stupisco ancora di averne tanti. Mio padre, invece pensava ai castighi pesanti: via la bambola preferita, via la tv, non potevo mangiare con loro. Ma il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino.

Ci finivo se rispondevo male, se non rispettavo apposta gli orari che mi davano, se non raccoglievo le cose da terra. Io ci morivo, ma non facevo un plissè, una piega, e tanto meno urlavo “aprite”. Mai! Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. E infatti erano sempre i miei fratelli che intervenivano per farmi uscire. Mia sorella, che è molto più buona di me, una santa, andava da mia mamma a dire: non sentiamo più Daniela, mamma falla uscire, Daniela poi non lo fa più. Alla fine mi aprivano, ma intanto io là dentro ero morta di paura, con il buio, le scarpe che diventavano fantasmi, e i rumori, per cui mi turavo le orecchie per non sentire nulla. E ancora adesso, per quelle cose, ho paura a restare chiusa negli ascensori”

Daniela era una “bambina ribelle”, anche nel comportamento scolastico, e infatti dichiara: “Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei fratelli e le dicevano: `Due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà, non si applicano´. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano: `Daniela ha una volontà, un´applicazione! Ce la mette tutta!´…Insomma, a scuola non ero brava. Diciamo che ero normale, però presi anche sette in condotta. Successe alla scuola media statale di Cuneo. Ricordo che ero in quest´aula, una cosa piccola, con spazi piccoli, banchi piccoli, e io mi stufavo, mi sentivo costretta, sempre ferma a quei banchi… Allora ho fatto una roba!… che ero pazza!…

C´era il professore di latino, e durante la lezione ad un certo punto mi sono buttata per terra. Lui:´Ma cosa fai lì per terra?!´. E io: `Sto insegnando l´alfabeto alle formiche´. Mi cacciarono e mi sospesero per tre giorni. Il fatto è che stare per terra mi dava un senso di pace…”.

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