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Apr 01 2007

”L’Italia dei nostri figli”

(Daniela Santanchè)
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Vi siete mai chiesti come sara’ l’Italia quando i nostri figli che oggi frequentano l’asilo o la scuola elementare avranno quaranta o cinquanta anni? Sfogliando l’ottima rassegna stampa realizzata dalla Camera dei Deputati, consultabile gratuitamente da tutti su internet, ho letto in proposito un servizio giornalistico che, basandosi su alcuni studi di sociologi e demografi, tracciava un identikit di quella che diventera’ la societa’ italiana nel 2050.

Gli italiani vivranno di piu’ ma faranno sempre meno figli. L’immigrazione non si fermera’. Anzi, arriveranno sempre piu’ stranieri. Il calo delle nascite dei nostri bambini sara’ pero’ compensato dall’aumento di figli nati da persone straniere e da unioni miste. Nel 2050 ci saranno tanti nonni italiani e tanti nipotini stranieri. Cambieranno tante cose: le famiglie, le classi scolastiche, i colleghi di lavoro, i cibi, la musica, i dialetti. Tutto questo e’ inevitabile, che piaccia o meno. Gli studiosi ammettono pero’ di non poter dare una risposta alla domanda piu’ importante: riusciremo a convivere con altri popoli e altre culture o ci limiteremo a coabitare? Avremo integrazione o integralismo? Vivremo in armonia o ci aspetta uno scontro di civilta’? In altre parole: questo epocale e inevitabile cambiamento sara’ un bene o sara’ un male per i nostri figli e i figli dei nostri figli?
La riposta e’: dipende da noi, gia’ oggi. Dalle scelte e dalle politiche che d’ora in avanti compiremo.

Una cosa e’ certa. Restare indifferenti di fronte a questo processo, cioe’ scegliere di non scegliere, aspettare e vedere, e’ una scelta ‘’suicida”. Il grande problema infatti non e’ se accettare o non accettare questo processo di trasformazione della societa’ italiana. L’alternativa e’ tra subirlo oppure governarlo. Tra il viverlo come una minaccia oppure come una opportunita’. In ogni caso e’ una realta’ con cui dovremo convivere.
La parola convivere ha un significato profondo che troppi di noi scambiano con coabitare.
Coabitare significa infatti dividere uno spazio con qualcuno senza mettere in gioco se stessi, senza andare incontro agli altri. Convivere significa invece accogliere un’altra persona all’interno del proprio spazio, farsi carico l’uno dei problemi dell’altro, supportare chi e’ in difficolta’. Una famiglia che la sera mangia lo stesso pane convive. Condivide un destino che va oltre il momento e il contesto contingente.

Se noi riusciremo a convivere con i popoli e le culture che si insedieranno in Italia, daremo vita ad una vera integrazione e potremo sperare in un futuro sereno. Se, viceversa, ci limiteremo a coabitare, chiamando ”tolleranza” la nostra indifferenza ai problemi e al destino degli altri, invece che integrazione produrremo integralismo.

La storia d’Italia, dall’epoca romana e ancora prima, e’ la storia di un paese e di un popolo che ha sempre saputo accogliere genti per integrarle. Il nostro Paese, nel mezzo del mare Mediterraneo congiunzione verso tre continenti, ha sempre avuto un ruolo strategico e spesso, della necessita’ ha fatto virtu’. Mi impressiona immaginare che gia’ duemila anni fa, quando Roma era la capitale del mondo, per i nostri antenati era del tutto normale incontrare per le strade della citta’ bianchi e neri, africani e caucasici, popoli nordici e popoli mediorientali. Cosi’ come era comune vedere spettacoli con animali strani ed esotici: elefanti, giraffe, tigri, pantere. L’impero romano seppe assimilare e integrare genti, religioni e culture differenti dosando tolleranza e autorita’. Le differenze venivano assorbite dalla cittadinanza romana e da un corpo di leggi comuni e ”liberali” per l’epoca. L’impero crollo’ quando non seppe piu’ bilanciare al proprio interno le diverse anime che lo componevano e pretendevano rappresentanza. La tolleranza divenne indifferenza e da forza si trasformo’ in debolezza. E l’impero collasso’ inesorabilmente.

La forza dell’integrazione e’ quella che rende oggi gli Stati Uniti d’America il nuovo impero mondiale. Negli Usa infatti i valori della liberta’, della tolleranza e del rispetto delle leggi sono comuni e condivisi da tutti, anche dai gruppi etnici e dalle minoranze che continuano a custodire gelosamente e a coltivare la propria cultura e le proprie tradizioni. Anzi, sono quelle stesse comunita’ sudamericane, islamiche, cinesi o italiane che stigmatizzano il comportamento di coloro che non si riconoscono nei valori comuni di tutti gli americani.
In Europa, invece, e’ molto diffuso quell’ atteggiamento per cui bisogna essere tolleranti e rispettosi dei diritti di tutti – anche di chi predica l’odio e la violenza verso il paese che lo ospita - si ha una sorta di ”paura” ad imporre con determinazione e chiarezza l’osservanza delle nostre leggi e di chiedere il rispetto delle nostre tradizioni e delle nostre usanze, pensando piu’ a non essere accusati di razzismo che a gettare basi solide per una societa’ equilibrata e rispettosa di tutte le sue componenti; in questo modo stiamo costruendo una societa’ piu’ indifferente che tollerante, che non cerca la convivenza ma si accontenta nella coabitazione, che chiude gli occhi di fronte all’integralismo montante.
La vera integrazione, quella che noi dovremmo sforzarci di realizzare gia’ oggi, richiede un dialogo tra diversi fatto di diritti e di doveri. Consiste nel dare e nel prendere, nel concedere e nel rifiutare.

Uno dei problemi, secondo me, e’ che noi non conosciamo e non apprezziamo abbastanza la nostra storia, la nostra cultura, i nostri valori, la nostra identita’. Prima di conoscere gli altri dobbiamo conoscere noi stessi. Solo cosi’ potremo imparare ad accettare valori a cui ci sentiamo affini e a rifiutare comportamenti che riteniamo intollerabili. Come faremo a difendere la nostra identita’ se non sappiamo qual e’? Come faremo a confrontarci con popoli decisi e determinati, certi del loro ‘’stile di vita” e dei loro valori se non abbiamo punti di riferimento sicuri e stabili, se non ci sentiamo ancorati alla nostra terra, al nostro passato, alla nostra storia?

Mentre riflettevo guardavo mio figlio Lorenzo, nel 2050 avra’ sessanta anni.
Chissa’ come sara’, chissa’ la vita a quali sfide e prove lo avra’ sottoposto, quali dolcezze e quali amarezze gli avra’ regalato. Vorrei che mio figlio fosse un uomo libero. E mi rendo conto che c’e’ una sola che posso fare per lui. Che tutti noi possiamo fare per i nostri figli: lavorare con impegno e serenita’, sin da oggi, per dare loro non una certezza, ma almeno una opportunita’ di essere felici e di vivere in un mondo accettabile. I grandi problemi dell’inquinamento, dell’ambiente, della pace e dell’integrazione si devono affrontare oggi, adesso. Molti di noi fra cinquant’anni non ci saranno piu’. Ma sara’ allora che i nostri figli e i figli dei nostri figli coglieranno i frutti del nostro lavoro e del nostro impegno e – se ne siamo stati degni - ci ricorderanno con dolcezza.

Aprile 2007

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