| Nov 19 2007 |
Daniela Santanchè, un generale in marcia sui suoi tacchi a spillo, lontano da chi non ha carattereMacché politically correct, macché understatement. Roba da femminucce, da mezze calzette, che va bene per quelle palle di velluto dei colonnelli di Fini. Lei, Daniela Santanchè, è un generale e marcia decisa sui suoi tacchi a spillo lontano da chi non ha carattere, da quei moderati che, dice, appaiono solo modesti. Lei ama gli eccessi e i contrasti, è una che esagera e che provoca: si veste da vera donna e parla da uomo vero, mescolando i canoni opposti ed estremi di femminilità e di machismo in una “donna con le palle”, il ruolo che le piace interpretare. A chi la prendeva in giro, al suo debutto a Montecitorio, per le scollature vertiginose e i tacchi alti che sembravano poco adatti a una parlamentare, ha risposto diventando la prima donna relatrice della legge Finanziaria; ha persino sfidato Luxuria, sostenendo che indossava abiti castigati per nascondere le gambe, e quando la collega onorevole è arrivata con la minigonna ha commentato “abbiamo le cosce più lunghe di Montecitorio”. Daniela Santanché si veste da signora bene, tailleur firmati e borse di Hermès (di cui fa collezione), ma sa anche usare modi decisi, come quel dito medio mostrato agli studenti che contestavano la riforma Moratti, e non ha paura di usare parole forti, come ha fatto definendo il suo nuovo partito, La Destra di Storace, “incazzato e con la bava alla bocca”, infiammando così la platea. Non per niente Daniela, che nel 2006 ha ricevuto l’Oscar della Politica dal quotidiano Riformista per il linguaggio “nuovo e più diretto”, è un’imprenditrice esperta di marketing, che crede nel potere della marca, ovvero di se stessa: la sua società si chiama Dani Comunicazione, così come i circoli politici da lei fondati si chiamano D-Donna (D come Daniela). Per promuoverli ha fatto affiggere nel centro di Milano un manifesto di 100 metri per 140 con il suo volto e oggi ripete orgogliosamente che i circoli, creati quando ancora era in An, sono suoi e suoi rimangono. Lo stesso, del resto, ha fatto con il cognome Santanché, mantenuto dopo il divorzio dal marito, il chirurgo plastico che aveva sposato a ventun anni: in fondo, ha detto, sono io che ho fatto diventare famoso il suo cognome. Come una star rivendica il suo spazio e il suo ruolo, non ci sta a fare da comprimario: in politica non è tipo da diplomazia e da equilibri, ma da prese di posizione, da scontro diretto, come ha fatto con Fini, sbattendo la porta di An dopo che le era stato tolto il coordinamento delle donne del partito. “Sono un uomo che non dimentica”, dice di sé nel solito gioco dei contrasti, “la donna” e “il politico”, come ha chiamato anche le due sezioni del suo sito Internet: da una parte il suo avatar nei diversi ambienti della sua casa, che ti fa leggere il suo diario segreto e ti dà consigli di bellezza e di cucina (ha fatto la scuola del Cordon Bleu a Parigi), dall’altra i discorsi, le attività, la rassegna stampa. Nessun problema se le ricordano le sue frequentazioni salottiere o l’amicizia con Briatore, originario di Cuneo come lei: si può essere mondane ma anche impegnate, andare al Billionaire e occuparsi il giorno dopo di immigrazione. Difende le donne, si batte contro la violenza sessuale e il velo imposto dall’islamismo, ma guai a chiamarla femminista: le donne di destra, ha detto pochi giorni fa, sono orgogliose dei propri uomini e non hanno rivendicazioni da fare. Battaglie sì, e ha persino ringraziato il Secolo d’Italia, quotidiano di An, per averla chiamata “la Lara Croft di Storace”, anche se poi lei stessa ha ribaltato il paragone a suo vantaggio: “Angelina Jolie, alias Lara Croft, è una donna che nella società americana conduce molte battaglie di libertà e democrazia”. Sicuramente la diva le assomiglia di più, nello stile di vita e nel look. Leggi anche... |
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