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Gen 01 2008

Quelli italiani sono i papà più vecchi del mondo. Fanno figli in età sempre più avanzata e ne fanno sempre meno.

(Daniela Santanchè)
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In Italia sono nati nel 2006 più di 500 mila bimbi, tra questi il 10,3% sono nati da stranieri. È l’aumento maggiore degli ultimi dodici anni. Purtroppo però continuiamo ad essere un Paese a crescita zero, infatti, la differenza tra i bambini nati (560.010) e le persone morte (557.892), è praticamente nulla, lo rileva il bilancio demografico nazionale 2006 dell’Istat.

Su questo ‘inverno demografico’, un’altra ricerca, presentata sempre dall’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica, getta una nuova luce su un fenomeno finora poco studiato, quello della ‘volontà alla paternità’, che sembra contribuire in maniera determinante al calo delle nascite.

Lo studio, in sintesi, rivela due cose: in primo luogo rivela che quelli italiani sono i papà più vecchi del mondo. Fanno figli in età sempre più avanzata e ne fanno sempre meno. In media, le donne italiane diventano madri all’età di ventisette anni, in linea con le donne europee, mentre gli uomini diventano padri attorno ai trentatre anni. La media europea, invece, è di circa trent’anni.

In secondo luogo, la ricerca ci evidenzia che la propensione ad avere il primo figlio si riduce di circa l’ottanta per cento per chi si sposa attorno ai trentacinque anni rispetto a chi si sposa intorno ai venticinque. Per l’Istat, dunque, il luogo comune secondo cui sarebbero soltanto le donne a non voler più fare bambini è decisamente sfatato. La causa della bassa natalità nazionale sarebbe invece da imputarsi anche agli uomini che, man mano che crescono, tendono a diventare sempre più prudenti e sempre meno disposti a mettersi in discussione e ad assumere le responsabilità, come quella di crescere un figlio. D’altro canto, quasi un maschio italiano su due con età compresa tra i trenta e i trentaquattro anni vive ancora a casa con i genitori e tende a non fare esperienza di vita autonoma fino a quando si sposa.

Da questa indagine emerge una fotografia preoccupante, che mostra ragazzi confusi, intimoriti, incapaci di affrontare le difficoltà e le sfide della vita con coraggio e serenità.
Certo, il modello di comportamento sociale che ci viene proposto tutti i giorni dai media mette la famiglia all’ultimo posto della scala dei valori suggerendo invece uno stile di vita individualistico, basato sulla soddisfazione immediata dei piaceri e sulla rinuncia all’impegno e al sacrificio. Se andiamo avanti così, se i nostri giovani non ricominciano a credere nel futuro, a costruirlo, ad essere minacciate saranno la nostra stessa identità, le nostre tradizioni e i nostri valori.

In Italia e in molti Paesi europei la natalità raggiunge il segno positivo soprattutto grazie agli immigrati e agli stranieri - basta fare un giro negli asili nido e nelle scuole materne ed osservare come nei registri scolastici compaiono sempre più nomi arabi, cinesi, est-europei – di conseguenza ci si deve per forza rendere conto che siamo di fronte ad una realtà che non è la stessa di qualche anno fa e che va affrontata, senza paure e senza innalzare barriere, ma mettendo in atto regole adeguate, che rafforzino la nostra identità e che tutelino i nostri valori di libertà, tolleranza religiosa, rispetto della democrazia, in modo da non essere travolti da chi spesso questi principi non li ha mai conosciuti e qualche volta li disprezza.

È vero che l’unica strada percorribile è quella dell’integrazione nel rispetto però dei diritti-doveri, ma è altrettanto necessario che i nostri giovani si sentano protetti e che tornino a credere nel futuro, nei figli, nell’Italia come Patria e come casa. In questo processo la politica deve tornare a fare la propria parte sostenendo la famiglia con più forza, con più incentivi. E’ necessario mettere a punto interventi concreti che permettano ai giovani di conciliare la vita professionale e quella familiare, occorre creare sistemi di accoglienza per i bambini e portare avanti politiche serie per l’alloggio. Se oggi mettere al mondo un figlio significa rinunciare a un certo livello di vita, la politica deve intervenire su questa forbice con sostegni il più mirati possibile, in modo che non ci siano dispersioni di energie e risorse.

E noi, come genitori, dobbiamo aiutare i nostri figli a crescere liberi da condizionamenti e pregiudizi, liberi da falsi miti e falsi ideali; forti nel coraggio e nella voglia di costruire, forti nella capacità di lottare per un’Italia migliore.

La cultura dominante però non va in questa direzione. La cultura che imperversa nelle università, nei giornali, nei discorsi della maggior parte dei politici e nei programmi televisivi, è una ‘cultura del piagnisteo’. Sempre e solo critiche, lamentele, finte indignazioni e discorsi tanto moraleggianti quanto vuoti. Proposte concrete, zero. Valori forti, zero. Visione del futuro, zero.
L’avvenire non si costruisce sulle lamentele e sul piagnisteo, ma unendo le forze, rimboccandosi le maniche e dandosi da fare con coraggio, impegno e ottimismo.

Ci stiamo avvicinando al nuovo anno, facciamo in modo che i buoni propositi da mettere in pratica diventino convinzioni determinate, positive, e persuadiamoci che un futuro migliore è possibile solo quando ci si crede. Auguri di cuore di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

Gennaio 2008

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