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Giu 05 2008

Pocket giugno 2008

(Daniela Santanchè)
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POCKET Giugno 08
Da tempo la politica e gli organi di informazione hanno posto al centro del dibattito nazionale la questione della sicurezza accendendo un riflettore sul popolo rom, sugli immigrati clandestini, sulle azioni talvolta terribili che spesso li vedono protagonisti e sulla reazioni esasperate di alcuni cittadini italiani. L’esempio più emblematico risale a poche settimane fa quando, dopo un
apparente tentativo di sequestro di un bambino nel rione Ponticelli a Napoli da parte di una ragazzina rom, degli sconosciuti hanno dato alle fiamme il campo nomadi che sorgeva nel quartiere, costringendo la maggior parte degli occupanti ad abbandonare le proprie misere abitazioni.
Lo scontro politico si è fatto rovente ma a me sembra che si sia perso di vista il più elementare buonsenso. Sono convinta che la difficoltà ad affrontare questo problema con razionalità e umanità derivi anche da una certa mentalità “buonista” e “terzomondista” tipica della sinistra estrema la quale è stata due anni al governo con un ministro che, come Paolo Ferrero, si dichiarava orgogliosamente “ministro dei clandestini”. Anche grazie a lui, nel nostro Paese alla rovescia, più una cosa è ovvia e piena di buonsenso più appare rivoluzionaria e viene ostacolata. Chi ¬ come il neoministro Brunetta - dice che un impiegato o un dirigente ”fannullone” della pubblica amministrazione dovrà essere licenziato, perché col suo comportamento danneggia tutti, viene accusato di radicalismo, di essere nemico dei lavoratori. Subito i sindacati e le opposizioni hanno levato gli scudi e lanciato i loro strali: “Giù le mani dai lavoratori!”, “Prima si premino i capaci, poi si puniscano i colpevoli”, “Prima si giudichino i dirigenti, poi gli impiegati”, “Prima si licenziano i “fannulloni della politica”, “Prima si elaborino metodi concertati per misurare la produttività e l’impegno di un lavoratore”.
Allo stesso modo chi ¬ come me ¬ sostiene che gli immigrati clandestini devono essere espulsi perché colpevoli del reato specifico di immigrazione clandestina, che prevede l’espulsione, come minimo viene accusato di essere razzista e fautore della pulizia etnica. Insomma, oggi, in Italia, chiunque chiede che la legge sia uguale per tutti, applicata in modo neutrale e tempestivo, viene dipinto come nemico della tolleranza e della convivenza pacifica. Così, mentre le cronache riferiscono quotidianamente di stupri, omicidi, incidenti d’auto mortali, furti negli appartamenti, tentativi di sequestro di bambini e riduzione di esseri umani in schiavitù e altri crimini messi in atto
da extracomunitari e da nomadi, la maggior parte degli opinion leader, dei politici e degli editorialisti “che contano” fanno a gara nel denunciare il comportamento razzista e intollerante degli italiani. Sia chiaro: farsi giustizia da sé è sbagliato, sempre. Generalizzare, criminalizzando un intero popolo per colpa di un delinquente, è addirittura stupido. Inoltre, dare alla fiamme un campo nomadi “per vendetta”, con il rischio di uccidere qualcuno, è un comportamento criminale che va punito e stigmatizzato.
Ma sono anche convinta che alcuni dei comportamenti sbagliati messi in atto dai nostri connazionali siano il frutto avvelenato della latitanza dello Stato, della indifferenza delle istituzioni, della cultura di una certa sinistra che vede solo diritti e nessun dovere, che assolve preventivamente ogni straniero solo perché “diverso”, che ha preferito occuparsi di banche e finanza piuttosto che sgombrare i rifiuti per le strade. Si dice spesso che la mafia riempie un vuoto lasciato dalle istituzioni e che la malavita organizzata prospera laddove lo Stato è inefficiente e disorganizzato: dove non ci sono parcheggi custoditi spuntano i parcheggiatori abusivi; dove non si assicura l’ordine pubblico spuntano le ronde, quando i campi nomadi proliferano senza controlli e senza regole allora ¬ come a Napoli spunta la camorra che incendia il campo nomadi. Io ho visitato personalmente, a Milano, alcuni di questi campi. Ho visto con i miei occhi la situazione di abbandono totale in cui sono lasciati sia i rom che i residenti dei quartieri periferici, e sono convinta che gli abitanti delle zone in cui sorgono queste “favelas” sovraccariche e incontrollate quando cercano di farsi giustizia da soli è perché si sentono abbandonati dallo Stato, dalle istituzioni, dalle amministrazioni.
La radice dell’esasperazione e della violenza che stanno prendendo piede e che devono assolutamente essere fermate è dovuta alla latitanza dello Stato, alla mancanza di controlli e di repressione. Nonostante certa retorica, sono infatti certa che i primi a chiedere una politica rigorosa siano proprio i rom, i nomadi, gli extracomunitari e gli stranieri per bene. Perché sono i primi a sentirsi diversi e distanti dai loro connazionali criminali e sono i primi a voler essere riconosciuti e trattati come persone oneste.

Daniela Santanchè

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