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Set 29 2008

Pocket ottobre 2008

(Daniela Santanchè)
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Ancora una volta la lezione di democrazia e di costume ci viene dagli Stati Uniti nella corsa per la Presidenza. Saper convivere con i cambiamenti, con se stessi e con gli altri è non è mai stato facile. Lo sapeva bene Pirandello, il premio Nobel siciliano che già settant’anni fa ha posto al centro delle proprie riflessioni il tema dell’identità personale. Settant’anni dopo, i nostri rapporti con gli altri, in più, sono sempre più mediati dagli strumenti di comunicazione: telefonini, email, youtube, televisione, giornali. In un mondo che i media manipolano senza sosta, per un personaggio pubblico è poi davvero difficile trasmettere un’immagine di sé che sia fedele e allo steso tempo coerente, univoca. E non a caso soprattutto negli Usa, molti si affidano a studi e consulenti specializzati nella gestione dell’immagine ed evitano di far conoscere aspetti di se stessi che renderebbero meno immediata la percezione della propria identità, e dei propri messaggi, da parte degli elettori. I più cercano insomma di apparire tutti bianchi o tutti neri, tutti rossi o tutti verdi: il grigio, le sfumature e le contraddizioni di cui sono tessute tutte le nostre vite, vengono nascosti agli occhi del pubblico.
Solo ogni tanto emergono personaggi che piacciono e raccolgono consenso pur presentandosi a tutto tondo, senza tentare di nascondere aspetti della propria personalità e della propria vita.

In questo periodo ci sono due donne, in particolare, che stanno sfondando il muro dei media e dei pregiudizi: una è Sarah Palin, la candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti in tandem col repubblicano John McCain. L’altra è Rachida Dati, ministro della giustizia del governo Sarkozy.
Queste donne stanno dando una scossa profonda alla politica perché offrono al pubblico un’immagine di sé complessa e sfaccettata ma allo stesso tempo forte, completa, comprensibile.
Riescono a tenere insieme aspetti apparentemente opposti che di solito, quando vengono in contatto, sgretolano l’immagine di una donna impegnata in politica. O fai politica o fai la madre. O ti occupi dello Stato o ti occupi dei figli. O fai carriera o fai famiglia.
No! dicono queste donne: noi facciamo la madre e la politica, il ministro e l’amante, la moglie e la combattente. Lo facciamo allo stesso tempo. E lo facciamo al meglio, al top.

Sarah Palin, soprannominata lipstik bulldog (il bulldog con il rossetto), ha letteralmente elettrizzato l’elettorato repubblicano e attirato l’attenzione dei media globali. Amata, odiata, temuta, adorata… la vera candidata alla guida degli Usa sembra lei, ancora più che McCain.
La donna che ama sparare col fucile, la mamma alle prese con la gravidanza improvvisa e imprevista della figlia diciassettenne, la reginetta di bellezza diventata prima sindaco, poi governatore dell’Alaska e infine candidata alla leadership della superpotenza globale sembra non fermarsi davanti a nulla e a nessuno.
Credo che Sara Palin piaccia ad alcuni e spaventi altri perché ha dimostrato di saper prendersi tutto quello che desidera, senza troppi “per favore” e “grazie”. Certo, è stata scelta da un uomo, ma in pochi giorni è diventata la protagonista assoluta della scena politica tanto che oggi, nell’immaginario collettivo, la sfida è tra lei e Barak Obama. Sara dimostra di saper gestire con fermezza sia le vicende personali e famigliari che quelle pubbliche e politiche. La sua non è una famiglia da Mulino Bianco e lei non è una madre da vetrina: E’ una madre alle prese con gli stessi problemi che tutte le mamme del mondo affrontano. Questa è la sua grande forza: affrontare le difficoltà con piglio ma senza perdere il senso dei valori e delle priorità, sapendo coniugare in modo inedito - e affascinante - ragion di stato e affetti privati, senza sacrificare gli uni agli altri, senza dover per forza rinunciare ad essere insieme donna, madre, moglie, politica. Perché viene esaltata fino al paradosso o demonizzata oltre limite? Perché in realtà è la donna che tante donne vorrebbero essere: intelligente, decisa e femminile, dolce e coraggiosa.

Un’altra donna che piace in virtù della propria immagine complessa è Rachida Dati. Il ministro della giustizia francese partorirà tra pochi mesi un bambino di cui non vuole rivelare il nome del padre nel nome della propria autonomia e della propria libertà. Figlia di poverissimi immigrati maghrebini trasferitisi in Francia, Rachida ha saputo conquistare il proprio posto sul palcoscenico della vita con determinazione, tanto studio e duro lavoro ma senza mai perdere la propria umanità e il senso dei valori. Quando le è stato chiesto chi fosse il padre non solo ha detto che sono affari suoi ma ha aggiunto: “Sapete, la mia vita privata è molto complicata”. Con queste poche e semplici parole ha provocato una svolta: ha affermato di essere sia donna che politico, sia persona che istituzione. Ed ha fatto capire che non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra condizione: si può essere un ministro e soffrire pene d’amore. O, forse, essere pazzamente felice. Ma questi non sono affari nostri.

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