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Ott 28 2008

Pocket novembre 2008

(Daniela Santanchè)
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“Razzista devi morire!” anche questo mi ha detto, a tradimento, tirandomi i capelli un’ esagitato pochi giorni fa durante la pausa di una trasmissione televisiva della Rai. Quando accadono questi episodi si rimane prima attoniti e poi davvero sgomenti. – Ma come – mi sono chiesta mentre non riuscivo a prendere sonno – razzista io, costretta a vivere sotto scorta per le minacce ricevute dopo aver curato appoggiato tante donne oneste dell’immigrazione e per aver difeso tante prostitute minorenni e di colore, le nuove schiave di questi tempi così dolorosi e drammatici. C’è da riflettere, molto, sui piccoli e grandi fatti quotidiani a cui assistiamo e ritengo che tutti dobbiamo partire da una domanda molto semplice: l’Italia che per posizione geografica, per natura, per storia e tradizione è sempre stato un paese generoso, accogliente, disponibile e tollerante si è diffuso un sentimento di paura dell’“altro”, dello straniero? E’ questa la vera domanda che dobbiamo porci, ben sapendo che dalla paura, all’ostilità e alla tragedia spesso purtroppo il passo è breve. La paura o la percezione della paura di una società non nasce da sola all’improvviso, sedimenta negli animi e soprattutto la insinua e la incoraggia la cattiva politica quando non vuole o non sa affrontare i problemi reali. E’ indubbio che, negli ultimi anni, la curva della paura dell’”altro”, in Italia come nel resto d’Europa ha avuto un picco. Secondo il sondaggio di un settimanale inglese pubblicato un paio d’anni fa e condotto tra tutti i paesi europei maggiormente sottoposti all’urto dell’immigrazione, l’Italia era al primo posto. Cosa è successo nel frattempo? È successo che negli altri paesi, seppure tra contraddizioni, polemiche e ritardi, si è capito il problema e si è intrapreso un percorso per trovare soluzioni adeguate. Così in Francia, in Inghilterra, in Olanda. In Italia invece proprio nel momento cruciale in cui l’immigrazione incontrollata faceva saltare gli equilibri e i parametri della nostra società, il precedente governo per motivi puramente ideologici ha scelto di non fare assolutamente nulla. Anzi si è fatto passare nel paese il messaggio che l’immigrazione - clandestina o no - era un bene in sé e si è gridato alla xenofobia e al razzismo appena qualcuno provava a riportare l’attenzione sulle difficoltà con cui si confrontava ogni giorno il cittadino comune. Tutti ci rendiamo conto che l’immigrazione regolare in Italia oltre ad essere una risorsa è anche una necessità, ma non posso accettare che l’altra immigrazione, quella illegale, venga considerata alla stessa stregua perché così non è. Ciò per rispetto di quegli stessi immigrati che con tanta fatica e sacrificio, accettando i lavori più umili, nelle fabbriche, nelle campagne, negli alberghi e nelle nostre case vogliono una vera integrazione, fatta di solidarietà e fratellanza che coinvolga anche i figli in modo da consegnare loro un futuro migliore. La stessa cosa che vogliamo noi per i nostri figli. Pertanto non si può più stare a guardare, lo impone il futuro. E la lotta alla clandestinità, deve coincidere con la lotta alla criminalità ed è vitale e urgente che si affronti con determinazione e autorevolezza la questione, ponendo l’attenzione prima di tutto sulle regole e le leggi. Nessuno può pensare di fermare i flussi migratori per questo bisogna concentrarsi sulle regole. Perché dare un’idea di Stato “mancante” consente l’ingresso soprattutto di chi è in malafede, come purtroppo ci confermano le statistiche (dati del Bollettino Penitenziario 2007) relativamente all’aumento vertiginoso della criminalità, con una presenza di stranieri nelle nostre carceri pari circa al 40 per cento del totale dei detenuti -oltre a ciò nel triennio 2004-2006 (Rapporto Istat 2007) un denunciato su tre per omicidio volontario è straniero e la quota di irregolari sugli autori denunciati per tale reato sfiora il 72%-
Il senso d’impotenza davanti al progressivo degrado sociale, culturale e civile del paese aumenta e innesca meccanismi che degenerano spesso in violenza. In poche parole: la sensazione tangibile di una crescente insicurezza del vivere quotidiano ci porta ad essere quelli che non siamo. Per due anni gli italiani hanno vissuto su questo fronte, e sulla loro pelle hanno constatato l’assenza dello Stato. In compenso però si aveva a disposizione un Ministro del governo Prodi che orgoglioso di essere il Ministro dei clandestini lo andava a sbandierare ai quattro venti…
Ed oggi è insopportabile che ogni qualvolta si varano provvedimenti di buon senso per regolamentare l’immigrazione, ripristinare la legalità, ci sia qualcuno che strilla “al lupo” “al lupo” e tira in ballo una pretesa lesione dei diritti umani. Non si vuole capire che le due cose, regole e diritti, vanno di pari passo: le une valorizzano gli altri. Senza una politica delle regole non si fa una vera politica dell’immigrazione e dell’integrazione. E soprattutto non si sostituisce nel paese alla cultura della paura una nuova cultura della solidarietà e dell’accoglienza. Non torneremo mai ad essere quello che l’Italia è sempre stata e che Robert Kennedy chiamava una “società compassionevole”…

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