Non mi meraviglio ormai quasi più di niente. Ma quanto volte sono rimasta davvero sbalordita nel vedere come settimana dopo settimana una mia iniziativa politica prendesse tanto corpo. Migliaia di mail, richieste di incontri, proposte. Insomma, voglia di politica. Una politica autentica, sul territorio, per portare avanti soprattutto istanze di giustizia e di sicurezza. “Noi vogliamo essere un’anomalia della vita politica italiana…” è così che ho cominciato il mio intervento, a novembre, al battesimo del Movimento per l’Italia. Un movimento formato da migliaia di cittadini, giovani e meno giovani, che hanno coscienza dell’importante momento che si sta attraversando. Una partita resa ancor più decisiva dalle emergenze che stiamo affrontando e da quelle che ci aspettano nei prossimi mesi. La partita tra una parte del Paese che si consegna – una volta di più - all’immobilismo e un’altra parte che invece prova a cambiare le cose. Prova a tirar fuori l’Italia dal pantano delle riforme che s’invocano ma non si fanno, dei problemi rinviati all’infinito e che non trovano mai soluzione. Il Movimento per l’Italia è un pezzo di società che si mobilita per portare il suo contributo di idee, di energie e di passione civile a questo grande progetto di trasformazione. I movimenti politici nascono in genere sull’onda della protesta. Il nostro movimento nasce sull’onda della proposta.
Il nostro paese è necessario che riscopra il ruolo centrale della famiglia e che recuperi quel messaggio cristiano -lo straordinario patto di fiducia tra Dio e l’uomo celebrato nei Vangeli- che vuol dire solidarietà, equità sociale, tolleranza, diritti. Senza dimenticare però i doveri. Già qualche anno fa, quando ancora erano termini fuori ordinanza, scrivevo dell’importanza di far entrare nel vocabolario della politica italiana parole come autorità e responsabilità, moralità e merito, vincoli e regole ed avvertivo anche, già allora, che con i valori non si fa catechismo, troppo facile e troppo comodo. La sfida è saperli declinare nella società, tradurli in fatti concreti. Sventolare delle bandiere non basta a cambiare un modello di società che appare sempre più logoro, sempre più in ritardo rispetto a quello dei paesi europei più avanzati. Ecco, noi siamo un Movimento che non agita bandiere, siamo un pezzo di quella società che sostiene semplicemente che i valori della democrazia e del rispetto delle regole debbano collocarsi sopra qualsiasi ideologia per ricostruire una comunità nazionale all’altezza dei nuovi tempi. Noi rappresentiamo un’area di pensiero dove confini e steccati troppo rigidi non hanno più significato e dove l’identità si misura sulla capacità o meno di saper interpretare esigenze e priorità, opportunità e scelte. “Scegliere, decidere, risolvere”. E’ il motto del nostro Movimento ed è quello che oggi chiedono i cittadini alla politica. Decidere, se possibile, in fretta visto che le emergenze incalzano e un disegno di legge impiega in Parlamento almeno un anno e mezzo per diventare operativo. E’ questa la bussola sulla quale orientare la nostra azione, al di qua e al di là dell’Atlantico i vecchi schemi sono saltati, una volta per tutte. A separare sinistra e destra, i cosiddetti progressisti e i cosiddetti conservatori, non sono più i proclami e gli slogan. È la capacità di ascolto di società complesse e in difficoltà, unita a quella di saper offrire risposte concrete che vanno nella direzione di una innovazione e di una modernizzazione governate da un comandamento di cui si erano perse le tracce. Il comandamento dell’etica. Questa nuova visione della società, questa rappresentazione “cristiana” del mercato dei beni ma anche delle idee oggi appartiene sempre più chiaramente allo schieramento moderato del nostro Paese. Cambiamento e progresso costituiscono la nuova carta d’identità delle forze moderate. Se la Gelmini o Brunetta o lo stesso Berlusconi dicono in modo provocatorio: stiamo realizzando le politiche che la sinistra non è in grado di fare, politiche considerate tradizionalmente di sinistra, non fanno che fotografare la realtà. La realtà di un paese in cui all’azione di riforme del governo, chi è all’opposizione sa solo rispondere con il massimalismo e la più bieca demagogia. In una società come la nostra, messa all’angolo dalla bufera dell’economia, assediata da urgenze e problemi, prendono facilmente spazio apatia e rassegnazione. Una deriva pericolosa. E noi, che appresentiamo le voci di tanta gente comune, dobbiamo riuscire a contrastarla rovesciando l’apatia in impegno e la rassegnazione in mobilitazione. È la grande lezione che ci viene dalle elezioni americane, al di là di chi abbia vinto o perso. La capacità di muoversi sul territorio, anzi nel territorio: tra la gente. Di dare nuovi punti di riferimento alle ansie di cittadini di ogni estrazione e di ogni ceto sociale. Di saper riaccendere passione civile tra i giovani e le donne, le fasce di popolazione spesso più disilluse nelle loro attese e più esposte alla tentazione di isolarsi ed estraniarsi da un impegno coraggioso. Ed il nostro movimento nasce proprio dalla rete, il più poderoso strumento di comunicazione dei ragazzi. Sono loro ad avere un credito con la politica. Un credito imponente. Troppe promesse non mantenute. Ma perché anche questo non rimanga un dibattito sterile, ricco di propaganda e povero di contenuti, anche qui occorre la buona volontà ed il contributo di tutti.
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