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Feb 03 2009

Pocket febbraio 2009

(Daniela Santanchè)
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Roma, pochi passi dalla stazione Termini. Un gruppo di mendicanti accampati tra coperte, cartoni, bottiglie di vino vuote e lattine schiacciate. Sembrano stranieri. Uno di loro estrae dal cappotto un telefonino, un modello fuori moda di qualche anno fa. Compone un numero, parla per qualche secondo in una lingua a me incomprensibile poi chiude la conversazione, spegne il telefono per non consumarne inutilmente la batteria e lo ripone nella tasca interna del cappotto con grande cura. Sono rimasta allibita e poi, riflettendo, mi sono resa conto di come il telefonino sia diventato un bene primario, quasi come il mangiare. Ormai è entrato nella nostra vita quotidiana per non andarsene più. Esso non è solo un accessorio utile, ma uno strumento indispensabile e non serve soltanto per convivere. Nella società moderna della comunicazione, che ingloba tutto e tutti, serve anche per sopravvivere. Tanto che pure quello che noi identifichiamo con ‘l’emarginato’, lo considera necessario quanto avere un cappotto caldo per proteggersi dal freddo.
Paradossalmente però, ritengo che l’uso smodato del telefonino, fa in qualche modo perdere il legame con la realtà, allontana dai rapporti sociali ed evolve in modo assai diverso le relazioni. Molti però non la pensano affatto così ed in effetti, anche quest’anno, in tempi di crisi come questi, i dati confermano che gli italiani non hanno risparmiato sull’acquisto dell’ultimo gadget elettronico e, in particolare, di prodotti e servizi di telefonia mobile. Siamo i primi al mondo per utilizzo di telefoni cellulari. Se è vero, come sostiene il Censis, che “il telefono cellulare insegue la tv tradizionale come strumento di comunicazione più diffuso in Italia: il suo uso è in continua ascesa da anni e nel 2007 il cellulare ha raggiunto un indice di penetrazione complessiva pari all’86,4% della popolazione, ormai a un passo da quel 92,1% che costituisce il consumo complessivo della tv generalista”. Sembra proprio che per noi comunicare, parlare, annullare le distanze, sia diventata una necessità insopprimibile.
Il telefonino è diffuso ovunque: ce l’hanno anche i ragazzini delle elementari - che lo usano per scambiarsi sms, suonerie, immagini, canzoni - per i quali rappresenta una prima conquista di libertà, il passo che precede la disponibilità delle chiavi di casa. E i genitori si sentono più tranquilli perché sanno che possono essere raggiunti in qualunque momento in caso di bisogno e perché possono comunque controllare con chi i loro figli parlano e che tipo di messaggi si scambiano.
Ce l’hanno gli adolescenti, che possono parlare ore e ore senza dover usare il telefono di casa sottraendosi così ai rimproveri dei genitori. Come cambiano i tempi! Ricordate quando eravamo ragazzi e l’unico telefono di casa stava in sala o in corridoio? Quando i genitori ci sgridavano con parole che tutti noi adulti ricordiamo ancora: “Basta! Chiudi quel telefono! Mi fai spendere una fortuna! Il telefono serve per le cose serie! Avete tutto il tempo di parlare quando vi incontrate”. Ricordi di un mondo antico che non c’è più. Il telefonino, oggi, ce l’hanno anche i nonni. E lo sanno usare benissimo. Tasto 1: il numero di casa dei figli. Tasto 2: i nipoti. Tasto 3: il medico di fiducia. E i figli, non più adolescenti inquieti ma genitori indaffarati, si sentono più tranquilli.

Col cellulare si fa di tutto: si telefona, si scambiano email, si paga il parcheggio e il biglietto dell’autobus, si guarda la partita, si effettua un bonifico bancario e ci si fa guidare in autostrada e in città attraverso il navigatore satellitare GPS. Chi possiede un telefonino è collegato al mondo. Ed il mondo è collegato a lui. Anche con il cellulare spento, in tasca, è possibile sapere esattamente dove ci troviamo, dove siamo stati un anno fa, con chi abbiamo parlato ad esempio il 5 giugno del 2006.
Ed è proprio per questo che il telefonino è contemporaneamente un grande strumento di libertà e un grande pericolo per la libertà stessa. Possiamo comunicare con chiunque ma, come nei film polizieschi, “tutto ciò che diremo potrà essere utilizzato contro di noi”.In un certo senso ci troviamo nella stessa condizione dei figli piccoli nei confronti dei genitori: grazie al telefonino siamo più autonomi ma anche più controllabili. La libertà conquistata si trasforma in libertà perduta. E’ in gioco la nostra privacy, un diritto umano fondamentale che costituisce un pilastro delle libertà personali.
Perché avere segreti è un nostro diritto. Avere qualcosa da nascondere agli altri, quando questo qualcosa non è un reato, è diritto di ognuno. Per questo inorridisco quando sugli organi di informazione molti lettori, giustamente indignati dalle malefatte di alcuni politici o imprenditori, sostengono che “se non fai nulla di male, non hai nulla da temere dalle intercettazioni” oppure “io non ho nulla da nascondere, cosa mi importa se vengo intercettato”.
Seppur in buonafede, queste persone non si rendono conto che una società in cui tutti fossero sotto controllo non produrrebbe affatto maggiore onestà. Sarebbe una società totalitaria e terribile, fondata sulla paura, sul ricatto, sull’autocensura, simile a quella descritta dallo scrittore George Orwell in “1984”, un libro attualissimo che dovrebbe essere riletto e meditato.

Ora che il telefonino ce l’hanno tutti, ma proprio tutti, dovremmo imparare a farne un uso adulto e responsabile. Sono convinta che coloro che hanno la forza di spegnere il telefonino quando non è indispensabile, almeno per un po’, siano più libere – e in definitiva più felici – di coloro che vivono con il telefonino perennemente attaccato all’orecchio e che non hanno il coraggio di rendersi – almeno per un po’ – irraggiungibili da tutto e da tutti. Molte persone, infatti, si sentono importanti solo quando vengono chiamate ma non si rendono conto che spesso fanno la figura di quel personaggio, rimasto nell’immaginario di tutti, interpretato da Carlo Verdone, il quale, ricevendo una telefonata mentre percorre la navata della chiesa per convolare a nozze con la propria donna – risponde così all’interlocutore che lo chiama: “Assolutamente! Non mi disturba affatto!”

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