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Mar 06 2009

Pocket Marzo 2009

(Daniela Santanchè)
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Freccia a sinistra e sorpasso, è questo che ho pensato quando ho letto i dati relativi all’imprenditoria femminile diffusi da Unioncamere. In tempi di crisi così profonda la notizia che le donne, nonostante tutto, continuano ad avere desiderio di porsi in avanti dà sollievo. La “trasformazione silenziosa” come molti l’hanno chiamata, sta continuando seppur tra mille difficoltà il suo cammino. Allora spetta anche alla politica fare la propria parte, essere lungimirante e capire come si può agevolare ancora di più questa “forza riformatrice” in modo che i benefici possano distribuirsi a tutta la società. Curare il sostegno delle azioni che promuovano le pari opportunità. Contribuire allo start-up e all’affermazione di nuove imprenditorialità di giovani e donne deve essere il punto focale su cui concentrarsi.
Le cifre dell’imprenditoria rosa nell’arco di un anno, da giugno 2007 a giugno 2008 sono da stimolo e parlano chiaro, la vitalità della “womaneconomic” ha fatto si che il saldo finale non fosse pari a zero. Le imprese femminili, sono aumentate (+ 5.523 unità), in particolar modo nel comparto servizi e nelle regioni Lazio, Lombardia e Sicilia, con una fortissima crescita di imprenditrici immigrate, con un +71% di imprese individuali aperte da donne provenienti da paesi extraeuropei. Un aumento che, se in termini percentuali può essere considerato modesto (+0,45%), di fatto è comunque notevole se confrontato al dato complessivo. E sottolineo, con una punta di orgoglio femminile, che senza le imprese guidate da donne, il dato finale sarebbe stata l’immobilità totale.
Anche se le ditte individuali e le cooperative sono la stragrande maggioranza, mentre poche sono le donne a capo di società di capitale o nei consigli di amministrazione e la loro presenza è minima anche quando si salgono i gradini della piramide gerarchica, la strada è tracciata. E’ soltanto questione di tempo e determinazione perché si raggiunga un’effettiva situazione di pari opportunità e si ponga fine alla cosiddetta “segregazione verticale”.
Un po’ come è successo nella scuola, quando le famiglie hanno cominciato ha rendersi conto che investire nell’istruzione anche delle figlie poteva essere un fatto positivo per tutti. Sono bastati pochi decenni, esattamente nel 1981, e si è realizzato il “sorpasso rosa” nel numero dei diplomati, la tendenza si è fatta sempre più netta con il tempo, nel 2002 infatti avevano un diploma il 65,3% dei maschi di 19 anni e il 75,7% delle femmine e, a 25 anni, erano laureati il 13,8% dei maschi e il 17,8% delle femmine che tra l’altro, in base a recenti statistiche si laureano in meno tempo e con risultati migliori. Anche se purtroppo le stesse statistiche affermano che il miglior rendimento scolastico spesso non si traduce in un vantaggio occupazionale e di carriera. Per le donne poi che scelgono le facoltà preferite dalle imprese ancora di più, di fatto si pone il problema di un mondo del lavoro con una mentalità ancora piuttosto “all’antica”, in cui gli imprenditori maschi hanno paura di “collocare in ruoli chiave” una donna in quanto “a rischio” maternità motivo per cui nella stragrande maggioranza delle segreterie ci sono solo donne mentre negli altri incarichi si trovano quasi solo uomini. Di rimando invece, alcuni settori, come la scuola, specialmente quella dell’infanzia sono praticamente a totale appannaggio delle donne e questo la dice lunga sulla “forma mentis” della nostra società che tende a relegare le donne al solo ruolo di “figura di riferimento e motore propulsivo della famiglia”. Accettando finalmente che è cambiata la sostanza stessa della donna, ora genitore, moglie, casalinga, lavoratrice, è necessario cambiare le regole del sistema ed incidere socialmente, politicamente ed economicamente su quello che può favorirne le potenzialità. Invece, qualche tempo fa mi trovo a leggere su una importante rivista economica una cosa incredibile. Un’inchiesta dove si commentava uno studio dell’economista Alberto Alesina, docente all’Università di Cambridge e di Oxford, e in cui si evidenziava come il differenziale del tasso di interessi praticato di solito dalle banche alle donne imprenditrici rispetto ai “colleghi” maschi ammonti allo 0,3% e che questo stesso differenziale diventi dello 0,6% nel caso la donna imprenditrice decida di avvalersi di un garante donna. A fronte di un tasso di fallimento delle imprese femminili del 1,9% rispetto a un 2,2% di quelle maschili. La conclusione è che il dato non giustifica in alcun modo la disparità di trattamento. Ed è qui che la politica deve agire. Risorse, finanza agevolata, forme giuridiche privilegiate, burocrazia semplice e fruibile facilmente anche on line, comunicazioni puntuali ed esatte da parte delle Istituzioni. Tutto ciò che è necessario per favorire il lavoro dei giovani e delle donne. Si deve avere ben in mente che questi soggetti saranno lo snodo essenziale della ripresa economica. In essi è racchiusa la voglia di fare, la passione, i progetti: in una parola il futuro. Lo stesso futuro che le donne oneste dell’immigrazione sono venute a cercare in Italia contribuendo con la loro presenza e i loro sacrifici a movimentare l’economia sana del nostro paese.
E’ tempo di crisi, è vero, ma è anche tempo di aria nuova e di grandi decisioni che condurranno a riforme importanti, ognuno ha l’obbligo di fare la sua parte. Noi donne cogliamo l’occasione per un’emancipazione matura e non di rivalsa, troviamo le sinergie giuste tra i vari ruoli, al contempo riconsideriamo la nostra funzione sociale che reputo indispensabile alla rivalutazione e al riposizionamento di alcuni valori fondamentali venuti a mancare nella società negli ultimi decenni a favore di una società edonistica basata quasi esclusivamente sul materialismo. E’ una grande sfida ma le donne sono forza e anima e ci riusciranno. E devono soprattutto crederci. Ed io ci credo.
Daniela Santanchè

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