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Ott 02 2009

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(Daniela Santanchè)
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Essere genitori - e può saperlo davvero solo chi ha figli - è il mestiere più difficile che esiste.
Ma anche quello di figlio, soprattutto se adolescente, è un mestiere poco facile. Forse perché, come ha scritto Cesare Pavese in una sua bellissima raccolta di poesie, duro è il “il mestiere di vivere” e di convivere con se stessi e con gli altri in un mondo che ogni giorno ci mette alla prova. Pensavo queste cose mentre mio figlio Lorenzo, mi salutava per affrontare ancora un altro primo giorno di scuola. Un anno scolastico che finalmente parte con una forte riforma avviata con tenacia e coraggio da Mariastella Gelmini, la quale, nonostante tutte le sterili polemiche fatte dall’opposizione, ha avuto il plauso del Presidente Napolitano:“Per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore, le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento, non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente” queste sono state le parole alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno scolastico al Quirinale. E’ necessario smetterla con le contese politiche, ed è altrettanto doveroso invece prefissarsi il bene dei nostri giovani e la scuola deve tornare ad essere un mezzo per diffondere cultura, educare e formare. Gli organi d’informazione sembra facciano a gara nel presentarci un quadro spaventoso dei nostri studenti: non studiano, sono superficiali, sono bulli che maltrattano ragazzini indifesi, le ragazzine per pochi spiccioli o una ricarica telefonica si spogliano e si fanno filmare con i telefoni cellulari dei compagni; la droga tra i banchi di scuola, il sesso facile… un quadro angosciante che costringe tanti di noi a passare notti insonni. Però, a dispetto di quanto affermano sensazionalisticamente giornali e programmi televisivi, che tanta influenza hanno nel formare le opinioni di genitori e famiglie spaesate, non sono affatto convinta che i nostri giovani siano quei “ragazzi perduti”, senza valori, descritti dai media. Penso che i nostri ragazzi, anche se in apparenza sembrano vivere in un mondo tutto loro, impermeabile ai nostri messaggi, siano in realtà profondamente influenzati dal modo in cui noi genitori li trattiamo e li giudichiamo. Se ci facciamo sopraffare dall’ansia, dalle preoccupazioni, e li trattiamo come “alieni”, allora è facile che lo diventino veramente. Ma, forse, gli alieni siamo noi adulti che abbiamo perso la capacità di guardare i nostri figli con serenità. Troppo spesso sono proprio i nostri pregiudizi, le nostre paure, la nostra ignoranza che li condanna a una vita di incomprensioni e silenzi che diventano ogni giorno più profondi.
Dovremmo saperli osservare con uno sguardo meno “inquinato” da ansie, preoccupazioni, paure, nevrosi, fantasmi e inadeguatezze che appartengono soprattutto a noi ma che proiettiamo sulle loro spalle, gravandoli del peso della nostra difficoltà ad affrontare le incognite del presente e del futuro. Penso che, quando non riusciamo reciprocamente a capirci, la colpa non sia loro. Ma sia innanzitutto nostra. Siamo noi genitori, insegnanti, educatori, che dobbiamo saper andare loro incontro, sul loro terreno, senza pretendere che siano loro a venire incontro a noi e a rispondere alle nostre aspettative. Siamo noi che dobbiamo imparare ad ascoltarli. Siamo noi che dobbiamo sintonizzarci sulle stesse loro frequenze d’onda, imparando ad usare quegli strumenti di comunicazione, quella grammatica e quel linguaggio coi quali si scambiano pensieri, considerazioni, speranze e timori. Se riuscissimo a farlo, capiremmo che l’adolescenza e la gioventù sono condizioni eterne dell’essere umano e che i giovani d’oggi sono uguali ai giovani di ieri e di sempre. La stragrande maggioranza dei nostri ragazzi è né più né meno come eravamo noi alla loro stessa età: pieni di domande e di perplessità a cui gli adulti non sanno dare risposta, ricchi di sentimenti e di stupore di fronte alle cose del mondo. Ci sono i timidi e gli espansivi, gli studiosi che temono il giudizio del professore e quelli che se infischiano… proprio come ai miei tempi, come in tutti i tempi. Questo non significa chiudere gli occhi di fronte ai rischi e ai pericoli di oggi che un giovane privo di esperienze corre. Significa non lasciarsi sopraffare dalla paura e capire che – ad esempio - i bulli, i violenti, i prevaricatori ci sono sempre stati e ci saranno sempre così come c’è sempre stata la ragazza disposta a vendersi per pochi spiccioli. Oggi sono cambiate le forme in cui certi comportamenti si esprimono ma la sostanza è sempre la stessa. La differenza rispetto al passato è che i media ne parlano in modo ossessivo perché, si sa, la paura fa vendere giornali e le uniche notizie degne di nota sono le cattive notizie. Molti genitori che conosco non sono d’accordo e affermano che i nostri figli sono esposti a molti pericoli e insidie che un tempo non esistevano. Ma se la droga, la prostituzione, la violenza, gli abusi sono terribili realtà di fronte a cui non possiamo chiudere gli occhi, è altrettanto vero che mai, come in questi ultimi anni, così tanti giovani si sono dedicati al volontariato, allo sport, alle cause più nobili cui, spesso, noi adulti siano cinicamente indifferenti. Come aumentano le cattive strade e le occasioni per perdersi, così aumentano le occasioni e le strade per ritrovarsi e vivere una vita ricca di soddisfazioni. E poi, fin dal tempo dei greci e dei romani i “vecchi” lamentavano la decadenza dei costumi delle nuove generazioni rispetto a quelle precedenti e a una ipotetica età dell’oro dalla quale la società nel suo complesso – a loro parere - si stava allontanando. Platone nella Repubblica scrive che “i nostri giovani scambiano la libertà per licenza e non rispettano i costumi e il decoro dei tempi antichi”. Nulla di nuovo, quindi, sotto il sole. Cerchiamo di dare più fiducia ai nostri ragazzi! Solo così, accettando che probabilmente faranno quegli stessi sbagli che anche noi abbiamo commesso da giovani, daremo loro l’opportunità di crescere più liberi, più forti, più fiduciosi a loro volta nelle proprie possibilità. Solo così – responsabilizzandoli, dando loro credito ma anche le giuste punizioni quando sbagliano - li spingeremo a diventare protagonisti delle loro scelte e non spettatori di un mondo incomprensibile.
Dare loro fiducia significa anche accettare che in alcune occasioni ci deluderanno, come noi abbiamo talvolta demoralizzato i nostri genitori. Quando guardo indietro e ripenso alla mia storia, dall’infanzia all’adolescenza e alla giovinezza, mi rendo conto di aver fatto tante “stupidaggini”, di aver commesso tanti errori, di aver fatto infuriare e preoccupare tremendamente i miei. Però so di essere cresciuta e di essere diventata adulta soprattutto grazie agli errori compiuti, alle lezioni imparate… e alle punizioni ricevute. Ora sono madre di un ragazzo che sta entrando nell’adolescenza, quel periodo così difficile fatto di giornate esaltanti e di momenti di disperazione, di grandi entusiasmi e di brucianti delusioni. Lo vedo avvicinarsi ai compagni di classe, ritrovati dopo le vacanze estive. Mi sembrano tutti un po’ più grandi, più uomini, più spavaldi, affamati di vita e per questo facili prede dei pericoli e dei lupi cattivi. Ma, riandando con la memoria a quello stesso periodo della mia vita, mi rivedo com’ero davvero: come lui e le sue compagne, tutti così pieni di vita e di fragilità, di presunzione e di smarrimento. E ricordo lo sguardo dei miei genitori, in apparenza severo ma in profondità smarrito quanto il mio. A tutti i figli, a tutte le ragazze e i ragazzi che, come il mio Lorenzo, hanno ricominciato la scuola e imparano il “mestiere di vivere”, auguro di cuore un anno ricco di scoperte e di belle emozioni.

Daniela Santanchè

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