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Nov 01 2009

Pocket Novembre 2009

(Daniela Santanchè)
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Lentamente, ancora lentamente, ma qualcosa si muove. Al Cairo sheikh Mohammad Tantawi, Grande Imam dell’Azhar, ha detto che “Il velo non è Islam”, a Roma Abdellah Redouane Segretario Generale del Centro islamico culturale di Roma (l’unica istituzione musulmana italiana riconosciuta dallo Stato) in un’intervista a Vittorio Zincone ha affermato “Quello del proliferare anarchico di Imam non preparati è un problema serio. L’Imam svolge una funzione e per questo deve essere preparato”. Due affermazioni che confortano la mia battaglia contro il fondamentalismo e che vengono da quell’Islam moderato in cui la maggior parte dei musulmani si rispecchia ma che purtroppo, nella vita quotidiana, quella fatta di moschee improvvisate e di Imam propensi alla fagocitazione dell’Occidente, è relegato in un angolo dalle pressioni e dalle intimidazioni psicologiche e religiose di queste persone che, senza alcun titolo, si improvvisano portatori della tradizione islamica, interpretando le Sure del Corano nel modo più arcaico e perverso possibile. Promettendo il paradiso a coloro che si immolano per il Profeta e a coloro che riconducono a “ragione” quelli, o meglio ancora quelle, che osano ribellarsi. Come la giovane Sanaa Dafani, la marocchina di Pordenone accoltellata dal padre qualche mese fa, come Hina Salem, anch’essa barbaramente uccisa dal padre nel 2006 e sepolta nel giardino di casa. Due ragazze coraggiose che volevano decidere in prima persona come vivere la propria vita. Nel corso di questi ultimi anni sono trentasette le giovani immigrate musulmane giustiziate, sempre per mano di qualche familiare guidato dall’implacabile legge del dominio dell’uomo e della sottomissione della donna. Non mi stancherò mai di ripetere che l’indottrinamento del fondamentalismo islamico che usa il corpo femminile come merce di scambio per rafforzare il controllo delle proprie comunità deve essere spezzato, ponendo regole e avviando quei processi culturali di integrazione e affermazione della dignità individuale.
Per un lungo periodo, davanti alle tante questioni dell’immigrazione islamica l’Italia si è voltata dall’altra parte e a farne le spese sono state soprattutto le donne, la parte più debole e vulnerabile. Non ci si può arrendere di fronte all’arroganza e all’impudenza dei signori delle moschee che impongono simboli quale il velo o menomazioni fisiche, quale l’infibulazione, una pratica tribale che nulla a che fare con la religione, per non parlare degli stupri di gruppo, rivolti verso quelle donne che hanno magari osato rifiutare lo sposo imposto loro dalla famiglia.

E dunque se si vuole aiutare quell’Islam moderato, che condivide il valore della vita umana, lo Stato deve tornare a far sentire la sua presenza: dobbiamo imporre ai signori delle moschee di diffondere al loro interno il riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni individuo, a partire dalla parità tra uomo e donna. Accettando una volta per tutte il principio della libertà di espressione e di religione, un principio che è patrimonio universale dell’umanità. Dobbiamo riprendere in mano la proposta di legge per un Registro pubblico delle moschee che faccia chiarezza su come vengono gestite e amministrate. E il progetto di un albo professionale degli imam che tenga lontano dai luoghi di culto islamici estremisti travestiti da predicatori.
Non possiamo riempire pagine e pagine di dibattiti sulla necessità di un nuovo femminismo riducendo tutto il problema solo a una questione di vallette e di veline mentre ci vivono accanto, a decine di migliaia, donne che ancora devono lottare per raggiungere una soglia minima di emancipazione. Di sicuro non possiamo continuare a parlare di un Islam salvato dalle donne se non facciamo nulla per liberarle dalle loro prigioni. Lo scorso fine settembre, sono stata aggredita per aver manifestato a Milano contro il burqa, per aver dato voce al silenzio di tutte quelle donne a cui impongono quest’umiliazione ed in mezzo a chi mi contestava c’era il libico che si è fatto esplodere pochi giorni dopo davanti alla caserma Santa Barbara, dimostrando se ce ne fosse bisogno della contiguità tra certe moschee e i fanatici fondamentalisti. Alla solidarietà che ho ricevuto spero seguano fatti concreti, è necessario rompere questo silenzio assordante, ne è convinta anche il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna che ha chiesto all’Avvocatura dello Stato di potersi costituire parte civile nel processo di Sanaa Dafani e che ha invitato, riprendendo una mia proposta, il ministro dell’Istruzione ad emanare una circolare che vieti il velo nelle scuole italiane in linea con le decisioni di altri paesi europei. Lentamente, ancora lentamente ma qualcosa si muove. Nel nome dell’integrazione.

Daniela Santanchè

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