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Nov 23 2009

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(Daniela Santanchè)
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Da mesi veniamo sommersi da una violenta ondata di servizi, scoop, immagini rubate. Sono state e saranno spese ancora fiumi di parole, la girandola degli scandali urlati, del gossip morboso, del pettegolezzo ipocrita prima o poi finirà, e, quando finalmente succederà, spero che qualcuno degli addetti ai lavori abbia imparto la lezione, e che altri abbiano imparato a guardare un po’ più in là rispetto a quello che viene offerto “impacchettato a dovere”, dalla carta stampata, dalle televisioni o dalla rete.
Esiste, in Italia e all’estero, una deriva che produce un giornalismo inquinato che non raccoglie voci e pareri per avvicinarsi il più possibile alla sostanza delle cose. E’ un giornalismo che insinua, detta verità, stabilisce il confine tra legale e illegale citando frammenti di atti processuali o testi di intercettazioni, in una cosciente e sapiente manipolazione delle parole allo scopo di mettere in tasca al lettore la verità che si vuol portare avanti.
E’ non parlo di quel sano giornalismo militante fatto in quelle testate riconducibili ad un determinato partito e in cui il lettore è cosciente di stare “da una parte”, parlo di quel giornalismo che eleva se stesso a infallibile critico e giudice, salvo poi non assumersi le responsabilità nel caso di una “campagna” venuta fuori male.
E gli esempi di personaggi, caduti nella trappola mediatica non mancano, non sto qui a elencarli, si spazia dalla politica allo sport, dalla cultura allo spettacolo. Uno per tutti il grande Enzo Tortora, sbattuto nelle prima pagine dei media del tempo che si mossero nei suoi confronti con fare a dir poco distruttivo, atto ad infamare la personalità pubblica di questo uomo che poi venne scagionato da qualsiasi accusa, e al quale, da quest’anno, è stato dedicato anche un premio i cui principi ispiratori sono il giornalismo di inchiesta e di approfondimento, a rimarcare il grande torto subito.
Oppure più recentemente la vicenda dell’ex capo del Sismi il generale Niccolo Pollari, messo per anni alla gogna per poi essere assolto perché giustamente coperto dal “segreto di Stato” nell’esercizio delle sue delicate operazioni nell’interesse della Nazione.
Quello su cui rifletto è che se il mondo dei media ha già avuto dolorose vicende come quella di Tortora, di Pollari o come decine di altre, perché oggi c’è questo clima esasperato e avvelenato dove rilevare i semplici e puri fatti è un lusso che non molti si possono permettere? Nei racconti giornalistici sempre più spesso si calpestano il rispetto e la dignità umana, quasi fosse necessario ai fini della storia, quasi che essa stessa fosse un prodotto da vendere al pari di un detersivo, senza farsi scrupolo che le storie sono fatte di persone. E se da una parte c’è la sacrosanta esigenza dell’opinione pubblica di sapere, dall’altra secondo me deve esserci la responsabilità di non varcare quel limite tra quello che è obiettivamente necessario al racconto, per dire come sono andate le cose, e quel “giornalismo aggiuntivo”, come l’ha chiamato una volta un ottimo giornalista,Giulio Anselmi, che finisce con l’essere solo scandalismo. Faccio mie le considerazioni di Ferruccio De Bortoli quando afferma “che ci dovremmo fermare tutti un po’ a riflettere su questa stagione di fango e veleni e come verremo giudicati dai nostri figli fra qualche anno essendoci occupati più di escort, trans e cocaina che di imprese e lavoro, quando esiste un mondo intero di persone oneste che da noi si aspettano soluzioni e risposte”.
Se alle volte un giornalista in buonafede sposa una tesi, angolando la notizia a dimostrazione delle proprie idee, non so se questo è buon giornalismo, però è umano, lo stesso deve avere la moralità e l’etica se i fatti lo conducono su un binario diverso, di assumersi l’onere di riportare poi la cosa nella giusta collocazione, accollandosi le scuse dovute. Ciò non accade mai, si sbatte in prima pagina la notizia a caratteri cubitali perché questo fa vendere, salvo poi, quando si è fortunati, avere un trafiletto di smentita nelle ultime pagine. E’ necessario avere senso di responsabilità, stare attenti, essere coscienti che si sta dando un servizio, solo così chi legge potrà apprezzare chi scrive. Altrimenti si incappa in quel giornalismo da “tabloid” come lo chiamano gli inglesi, in cui si perde di rigore, a favore di un voyeurismo veloce, superficiale e sicuramente dannoso.
Vorrei che dopo aver fatto il pieno del peggio che si trova in giro in questi ultimi tempi, si stabilisse che esistono delle regole e dei limiti oltre i quali anche in una società da “grande fratello” come sta diventando la nostra, non si può andare.

Daniela Santanchè

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