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Feb 05 2010

Pocket - Febbraio 2010

(Daniela Santanchè)
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“La cultura del piagnisteo – la saga del politicamente corretto” è il titolo del saggio in cui il sociologo americano Robert Hughes descrive la nostra come un’epoca dominata dall’ipocrisia, dall’autocommiserazione, da una continua sterile lamentela cui non segue mai nessuna proposta concreta per cambiare davvero le cose, da un disfattismo e da indefiniti sensi di colpa per cui sembra quasi ci compiacciamo di scivolare verso il baratro. Questa mentalità riguarderebbe tutti: politici che predicano bene e razzolano malissimo, animalisti che difendono gli insetti ma si disinteressano degli esseri umani, sindacati che difendono privilegi di pochi spacciandoli per diritti universali, universitari che protestano contro “il sistema” senza neanche sapere perché, usando le stesse parole d’ordine di quarant’anni fa in un mondo radicalmente cambiato.
L’orizzonte di questo stato d’animo è un diffuso senso di pessimismo che serpeggia anche in Europa e in Italia. Così come nel medioevo, alle soglie dell’anno mille, si temeva la fine del mondo a causa dei nostri peccati contro Dio, oggi si teme una grande catastrofe a causa dei nostri peccati contro la natura, contro i poveri della terra, contro il mondo musulmano. Nel medioevo impazzavano maghi e profeti; oggi, alle loro previsioni, si sono aggiunte quelle degli economisti. Non a caso il Papa ha recentemente invitato tutti a non lasciarsi condizionare dalle parole di maghi e indovini così come dalle fredde, - “scientifiche” ma spesso sbagliate - analisi degli economisti sul nostro destino. Il nostro futuro, ha ribadito il Santo Padre, dipende da noi, dalla nostra fede nell’uomo, dalla nostra volontà di fare giustizia, di raddrizzare i torti, di proteggere l’ambiente. C’è anche una bellissima preghiera che ribadisce il concetto: “Signore, dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, il coraggio di accettare ciò che non posso cambiare e la saggezza di distinguere tra le due cose”. Il nostro futuro e il destino dell’Italia - ne sono convinta e dovrebbero esserlo tutti coloro che fanno politica o che si occupano a vario titolo del bene comune - non è già scritto. È nelle nostre mani. Ne siamo responsabili. E la responsabilità, per noi politici, comincia abbattendo il velo di ipocrisia che permea il dibattito pubblico e consiste nella capacità di fare seguire le proposte alle proteste. Quindi, basta con la cultura del piagnisteo!

Basta con il vittimismo, con la retorica del declino e del tramonto! Anche se abbiamo tanti problemi siamo una grande nazione, con le carte in regola per affrontare qualunque sfida. Torniamo a credere in noi stessi! Investiamo nel valore di un made in Italy che va ben oltre i nostri prodotti da esportazione e che esprime l’eccellenza delle cultura europea e occidentale. Dobbiamo riscoprire un sano patriottismo.

Basta con il continuo dibattito sui mammoni! Certo, dobbiamo proteggere i nostri bambini quando sono piccoli e indifesi. Certo, dobbiamo costruire le condizioni che li aiutino a farsi strada nella vita. Ma dovremmo spronarli un po’ di più a compiere sacrifici e a lottare affinché crescano liberi da paure e falsi miti, forti nel coraggio e nella determinazione. Perché la libertà, l’indipendenza, il successo, il lavoro per cui si è studiato sono conquiste, sono punti di arrivo, non di partenza.

Basta col “femminismo di maniera”! Basta con la guerra tra i sessi, le rivendicazioni, le lamentele, il piangersi addosso. Donne e uomini indispensabili l’uno all’altra, compagni di viaggio e di lotta per le importanti sfide che il nostro Paese deve affrontare. Più che di quote rosa e di soffitti di vetro, diamoci da fare per costruire asili nelle aziende e nei condomini, inventiamo nuove forme di flessibilità lavorativa, occupiamoci di problemi concreti!
E poi basta, basta veramente con questa retorica dei diritti senza doveri! Basta con il buonismo e la finta tolleranza verso i delinquenti, gli integralisti, i fanatici e chi – qualunque sia il colore della pelle o il credo religioso - disprezza il nostro stile di vita! Io penso che l’Italia sia di chi la ama e di chi la rispetta. E rispettarla significa accettare doveri e responsabilità. Significa adeguarsi alle regole che valgono per tutti. Tolleranza e buonismo, se ci togliamo il paraocchi del politicamente corretto, sono in realtà la degenerazione e la negazione della vera giustizia sociale. Sono parole d’ordine di quell’atteggiamento snobistico che produce i ghetti dei disperati di Rosarno e i “califfati” che stanno sorgendo nelle nostre città, dove non vige la legge italiana ma impera la sharia, dove è normale che una ragazzina venga stuprata o sgozzata perché aspira a una vita simile a quella delle nostre figlie.
Se sapremo abbattere il muro dell’ipocrisia e del politicamente corretto, che impedisce di vedere e nominare correttamente i mali da cui siamo afflitti, allora sapremo trovare la cura che il Paese reale - quello che non protesta, quello che fa il doppio lavoro per pagare il mutuo - aspetta e merita.-

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