12 dicembre 2043 questa è la data quando l’ ultima copia di carta del New York Times sarà venduta. Lo riportava nel 2007 il libro intitolato appunto -“L’ultima copia del New York Times” il futuro dei giornali di carta – scritto da un nostro bravissimo giornalista, Vittorio Sabadin. Sono già passati tre anni da allora, e sappiamo tutti che a livello tecnologico tre anni equivalgono ad un’eternità, ma, sostanzialmente, non c’è stato alcun sorpasso dei nuovi media su quelli tradizionali. Certo, l’avvento della tecnologia, e del web in particolare, ha cambiato l’universo dell’informazione. Ma io credo ci sarà sempre posto per il giornalismo serio, di quello che resta e non scompare con un “click”. Citando Sabadin:«il buon giornalismo sarà sempre un bisogno fondamentale di ogni società democratica e civile, e troverà il modo di adattarsi e sopravvivere». In tutto il mondo, per secoli, i giornali hanno contribuito in modo determinante a salvaguardare democrazia e valori civili, sono convinta che avranno ancora un grande ruolo sociale. E lo sarà anche per gli anni a venire perché più cresce l’offerta e le piattaforme di informazione, più cresce la domanda di autorevolezza, di verità, di qualcuno capace di spiegare tra i miliardi e miliardi di dati, la notizia che desideriamo acquisire, per noi importante, sulla quale vogliamo soffermarci a riflettere. Il ruolo di analisi, mediazione, sintesi e selezione svolto dai giornali rimane indispensabile in un società in cui anche l’ultimo imbecille, su qualunque argomento, può immettere in rete dati falsi o distorti senza poi prendersi le responsabilità che ne derivano. La carta stampata assumerà l’importante ruolo di baluardo di civiltà e coscienza critica dal quale osservare e raccogliere momenti di approfondimento e discussione.
Il famoso detto “verba volant, scripta manent” è vero anche oggi. Tv, internet, blogging, twitter, youtube… lanciano notizie che si espandono come onde concentriche. Ma se i giornali non ne parlano, non le solidificano, le onde scompaiono nel flusso degli eventi. Ritengo che andremo verso profonde innovazioni e un riposizionamento culturale della “carta” , l’ipotesi più plausibile è, da una parte: poche pagine, grande qualità e ottima pubblicità, informativa anche quella, un punto di vista privilegiato che non insegue più la notizia ma si dedica ad essa con approfondimenti, riflessioni ponderate e confronti, favorendo anche nuove formule che non sono mai state sperimentate prima. Dall’altra parte, nell’ambito “Free Press” -che ha avuto e continuerà ad avere un ampissimo successo perché, oltre ad intercettare i lettori fuori dalle edicole, dispone di un format innovativo, localizzato e client-oriented – invece, una nuova visione della fruizione del giornale stesso, inteso come strumento conoscitivo per vivere gli scambi informativi necessari per “vivere” nella società, si potrebbe chiamare una panoramica quotidiana per la sopravvivenza sociale. Comunque sia, qualunque notizia, qualunque fatto, qualunque scandalo o gossip, riceve un “marchio di realtà” soltanto se il giornale lo riferisce, se i commentatori lo commentano e se i protagonisti ne scrivono.
Le prospettive esistono, sono reali e concrete, basta non mettersi in competizione con il mondo internet ma comprenderlo e sfruttarlo. Ne è convinto anche il magnate della stampa tedesca Hubert Burda che dice “Dobbiamo imparare un nuovo modo di pensare. Siamo nel mezzo della rivoluzione digitale, pari a quella di Gutenberg: i nuovi media sembrano fatti apposta per l’Italia che è un mondo ottico, non dimenticate che siete il paese che ha rivoluzionato il concetto di prospettiva grazie a Michelangelo”. Ed io aggiungo, indietro non si torna! Non si può tornare. Esiste una naturale convergenza e una inevitabile contaminazione tra tutti i media: riviste che invitano alla partecipazione i propri lettori attraverso i loro “blog”, giornali che in spalla all’articolo inseriscono le “tag clouds” , la tv che utilizza i “banner” durante un programma, su internet “vetrine televisive” di promozioni e occasioni o video con le cosiddette “flash mob” che ricordano la vecchia televisione delle “candid camera” del grandissimo Nanni Loy. Uno scambio bilaterale che va promosso e appoggiato per dare a tutti una nuova fruizione dei media. Ce ne da’ riscontro anche un rapporto Censis/Ucsi che fa il punto sul settore della comunicazione nel nostro Paese, e che prende in considerazione gli anni che vanno dal 2001 al 2009: non c’è stato uno stravolgimento dei consumi mediatici, le nuove forme di comunicazione si sono più o meno affiancate a quelle “vecchie”. La carta stampata però viene sempre considerata il mezzo che più aderisce alla realtà. Esiste una sorta di “sacralità” della carta stessa, del suo odore, che coinvolge totalmente il lettore, il quale, solo davanti ad un foglio stampato riesce trovare quella concentrazione che la televisione, un monitor o la radio non riescono mai ad offrire.
Daniela Santanchè
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