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Giu 20 2010

Pocket Giugno 2010

(Daniela Santanchè)
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Possiamo fermarci un attimo a ragionare con calma di intercettazioni senza passare da paramafiosi, parapedofili o paraterroristi? Nelle settimane scorse in concomitanza con la discussione sulla nuova legge, sono stata duramente attaccata per un ragionamento secondo me assolutamente condivisibile.
Le intercettazioni vanno fatte, perché sono un ausilio alle indagini, ma non vanno divulgate a pioggia se non rientrano nella specificità del reato che si persegue. Per usare un paradosso ho aggiunto che non c’è alcun motivo di rendere pubblica l’intercettazione, su fatti ovviamente privati e non connessi con l’ipotesi accusatoria, tra un mafioso e sua madre. Apriti cielo! E dispiace davvero che dal coro delle critiche ricevute dal teatrino della sinistra, si sia aggiunto anche un quotidiano che si definisce garantista come Libero. Sempre su Libero però ho trovato anche, totalmente condivisibile, quanto scrive Filippo Facci con il quale più volte mi sono trovata in disaccordo. Facci afferma in un punto del suo articolo “Le intercettazioni sono solo un mezzo di ricerca della prova che deve trovare conferma in un dibattimento, il famigerato processo, perciò il renderle pubbliche prima del tempo tende a violare alcune libertà costituzionali” e prosegue sulla questione della privacy “sono soprattutto le persone note a finire sui giornali, privacy che pure riguarda tutti i cittadini, mafiosi compresi. Secondo le direttive comunitarie, le cartacce e le intercettazioni prive di rilevanza penale andrebbero distrutte direttamente dal magistrato”. Come non si può essere d’accordo? Il processo, una volta rinviati a giudizio le persone coinvolte, occorre farlo in aula e non pubblicando a iosa fatti pruriginosi e gossippari sui quotidiani e sui periodici in fase di indagini preliminari, mettendo così alla berlina donne e uomini che potrebbero risultare innocenti e totalmente estranei.
Quello che poi impressiona rispetto agli altri paesi è il dato che sono più di 132mila le persone intercettate nell’anno 2009, con un notevole aumento rispetto al 2003 quando ammontavano a poco più di 77mila. I costi sostenuti per intercettazioni sono saliti da 240 milioni a oltre 272 milioni di euro negli ultimi sette anni. “Occorre evitare che la spesa per le intercettazioni sia fori controllo”, ribadisce il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Proprio un anno fa il guardasigilli aveva disposto un monitoraggio sulle spese sostenute dal ministero dal quale era emersa una serie di “insostenibili sperequazioni nei costi affrontati dai diversi uffici giudiziari per le intercettazioni”, tant’è che la norma di legge in discussione prevede che ogni procuratore dovrà inviare al ministro della giustizia una relazione sulle spese di gestione e amministrazione delle intercettazioni effettuate nel corso dell’anno precedente.
E per concludere torno a dire che chi la mafia la combatte solo a parole può solo colpevolmente cercare di giocare con le parole. Ma purtroppo vedo che nulla ferma la speculazione falsa e preconcetta, allora ribadisco quanto sempre detto: contro la mafia, lotta senza quartiere che molti in passato hanno fatto solo a parole, e che il governo Berlusconi sta invece realizzando, con azioni concrete che parlano chiaro e che portano a vittorie e ad arresti eccellenti di latitanti ricercati da decenni. Ma sulle intercettazioni ribadisco il mio pensiero garantista: se invadono la sfera privata senza alcuna utilità processuale, e ripeto alcuna, nemmeno la più marginale, non possono, né debbono, essere divulgate, a chiunque si riferiscano per l’appunto, anche se fossero del peggior criminale inimmaginabile, cioè un mafioso. Sfido chiunque a sostenere che queste siano parole censurabili da chi abbia un minimo di riferimento con la democrazia e uno stato di diritto. Ma chi la mafia la combatte solo a parole può solo colpevolmente cercare di giocare con le parole.
Daniela Santanchè

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