IL SECOLO D'ITALIA 21 OTTOBRE 2005
Il nostro impegno per le adozioni
Avere figli è una delle piu´ grandi gioie della vita, una fatica appassionante, un investimento sul futuro. Per questo è un desiderio naturale, legittimo e rispettabile che deve essere assecondato fin dove possibile e lecito.
Avere dei genitori e una famiglia è invece diritto di ogni bambino. E da questo non si può prescindere. Nel mondo ci sono tanti bambini sfortunati che hanno perduto i propri genitori o che non li hanno mai conosciuti. Bimbi che sono rimasti senza famiglia, senza amore. E' nostro dovere di coscienza riconoscere a questi innocenti il loro diritto di essere amati da chi vuole prendersi cura di loro.
Per questo, poche settimane fa, in questa rubrica, affrontando il tema controverso dei "figli in provetta", ho sostenuto che l'adozione è un gesto d'amore profondo, più vero del ricorso alla fecondazione assistita. La natura non va ''forzata'' oltre i limiti che noi stessi dobbiamo imporci per portarle rispetto.
Nei giorni seguenti ho ricevuto messaggi, proposte e richieste d'aiuto da parte di coppie che mi facevano presente le innumerevoli difficoltà di adozione di un bambino, sia in ambito nazionale che internazionale. Le situazioni che mi sono state raccontate e le cronache di questi ultimi giorni mi hanno ancora di più aperto gli occhi e sono rimasta sconcertata e turbata da una realtà che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, è ignorata dai più. Eppure coinvolge tante persone.
Lunedì scorso un articolo pubblicato su Repubblica affermava che, ogni anno, tremila bambini vengono abbandonati dalle proprie madri. Mentre leggevo ho percepito le dimensioni di questo orribile dramma che si consuma quotidianamente accanto a noi. E come spesso accade, dentro una tragedia se ne nasconde un'altra, forse in questo caso ancora più angosciante: i bambini abbandonati non vengono sempre consegnati agli orfanotrofi o alle strutture sanitarie che li possano accudire, curare e proteggere. Sempre più spesso - come ci ricordano le cronache - vengono abbandonati dentro cassonetti dell'immondizia, lasciati per strada, gettati dietro un cespuglio. E troppe volte la disperazione delle madri si spinge oltre, fino ad uccidere il neonato nella culla. Un gesto così incomprensibile, inconcepibile per tutti ha sempre dietro condizioni di estremo disagio psicologico e sociale, a cui si aggiungono solitudine e disperazione in un mix micidiale. E mi sono accorta che, nonostante lo Stato, le istituzioni, le associazioni facciano tutto il possibile, esiste ancora tanta disinformazione, tanta ''distanza'' sul campo tra le parti. Ancora poche donne (soprattutto straniere) sanno che hanno il diritto di partorire in ospedale, in tutta sicurezza per se stesse e per il loro bambino e non riconoscere il figlio. E le straniere clandestine, dopo il parto, non solo non verrebbero espulse, ma possono richiedere l'asilo per motivi di salute.
I bambini nati vanno incontro quasi sempre ad un destino ''sospeso''. Negli orfanotrofi italiani ci sono tantissimi bambini che vivono in una condizione di attesa senza fine e fuori dagli orfanotrofi ci sono tantissime coppie e famiglie che scelgono la strada dell'amore e dell'altruismo e che fanno richiesta di poter adottare un bambino sfortunato. Sono oltre seimila le famiglie che ogni anno cominciano un percorso che troppo spesso si traduce in una vera e propria via crucis tra tribunali, enti, colloqui con psicologi e assistenti sociali. L'attesa e le pratiche possono durare anche tre anni. Nel frattempo il bambino deve aspettare, e continua a vivere senza quel calore di cui ha bisogno per crescere forte e sereno. E questa attesa pesa come un macigno. Per loro la data del 31 dicembre del 2006 rappresenterà una data storica, perchè con la legge 149 del 28 marzo del 2001 si decreta ufficialmente la chiusura degli orfanotrofi. I minori verranno trasferiti in case-accoglienza o case-famiglia. Un piccolo passo verso un contesto sicuramente più ''umano'' ma comunque senza quello che solo una famiglia può dare, l'amore. Per questo motivo è necessario fare di più.
Una volta cresciuti questi bambini si porteranno dentro tutto quello che hanno vissuto e non potranno che essere condizionati, per sempre, se la propria esperienza infantile è stata negativa. La vita è sempre imprevedibile, ma nella norma i figli cresciuti nell'amore e nella tenerezza saranno probabilmente padri e madri amorevoli ed affettuosi. Figli di genitori alcolizzati, tossicomani, violenti, cadono spesso, fatalmente, negli stessi errori. Chi da piccolo "" stato vittima di traumi e abusi famigliari "" pi"´ portato di altri a commettere ciò che ha subito. Queste persone quali famiglie riusciranno a costruire?
La famiglia "" la base, il mattone principale su cui si costruisce la societ"¤. Una societ"¤ "" forte quando le famiglie sono forti. Ma quando queste si sfasciano o vengono disgregate, allora tutta la società cresce su fondamenta incerte, deboli.
La burocrazia finora "" stata spesso, purtroppo, molte volte miope. Infatti sono drammaticamente pochi i minori accolti da una famiglia rispetto al numero di bambini che attendono negli istituti. E sono troppi, e talvolta assurdi e inaccettabili i vincoli imposti dai tribunali. Sebbene sia sacrosanto mettere in atto tutti i controlli necessari per evitare che si verifichino abusi e che i bambini trovino famiglie in grado di accoglierli, non è giusto che a pagare siano loro, non è giusto, non "" accettabile che i tempi siano così lunghi, le procedure così complicate e spesso mortificanti per gli aspiranti genitori e che a pagare il prezzo più alto siano sempre i più deboli.
I vincoli per l'adozione sono così complicati che oggi "" paradossalmente più facile adottare bambini provenienti da paesi stranieri e lontani che bambini italiani. Forse dovremmo pensare di fare un passo in più, e cominciare anche a coinvolgere di più gli istituti affinchè siano parte più attiva per facilitare adozioni di bambini italiani a famiglie italiane.
Il Ministero delle Pari Opportunit"¤ sta impegnandosi a fondo in un progetto meritorio che ha lo scopo di rendere pi"´ agevole e pi"´ veloce le pratiche per l'adozione senza rinunciare alla sicurezza. E' un progetto che deve essere conosciuto e sostenuto. Il mio impegno come responsabile delle pari opportunità di Alleanza nazionale sarà ancora più intenso anche su questo versante. Perchè quando si affronta il tema delle pari opportunità bisogna liberarsi da quella visione ''bassa'' che mette in continua contrapposizione uomini e donne, sessi e generi. Le pari opportunità devono essere garantite a chiunque si trova in una posizione più difficile e non ha la forza per far valere i propri diritti. Basta con la stupida e inutile guerra dei sessi. Ci sono temi sui quali uomini e donne devono camminare insieme, fianco a fianco. Perchè solo in questo modo possiamo sperare di poter cambiare la cose. Solo in questo modo possiamo dare pari opportunità, pari dignità, pari speranza a chi più ne ha bisogno: malati, anziani, portatori di handicap, emarginati e, primi tra tutti, bambini. La loro voce siamo noi. Tutti.
IL SECOLO D'ITALIA 13 OTTOBRE 2005
Congiura del silenzio
La sinistra rinchiude Pansa in un metaforico Gulag
Prodi e Bertinotti hanno ragione: in Italia c'è un regime. Ma è un regime di sinistra. Lo prova la reazione che intellettuali, giornalisti e giornali di sinistra hanno avuto nei confronti dell'ultimo libro di Gianpaolo Pansa, “Sconosciuto 1945”. Il libro racconta come, anche dopo il 25 aprile, cioè dopo la fine della guerra, almeno ventimila persone vennero torturate, uccise e fatte sparire dai partigiani. E racconta come, da allora ad oggi, questa verità sia sempre stata taciuta o negata. Raccogliendo testimonianze dolorose e svolgendo ricerche d'archivio approfondite Pansa documenta in modo preciso e puntuale come i partigiani non eliminarono soltanto fascisti, repubblichini o persone legate al regime e che si erano macchiate di delitti. Furono eliminati anche i “nemici di classe”: borghesi, preti, monarchici, antifascisti liberali e cattolici. Tutta gente che non c'entrava nulla né con la guerra né con il regime.
Prima di “Sconosciuto 1945”, Pansa ha pubblicato “Il Sangue dei Vinti”, libro bellissimo che ha venduto oltre quattrocentomila copie e che sta per essere tradotto in uno sceneggiato televisivo in quanto ricostruisce una pagina mai letta della storia nazionale. In questo modo la televisione di Stato intende rendere onore alla memoria di tante famiglie italiane i cui morti sono stati dimenticati. Ma questa operazione-verità, che alla luce dei fatti è come minimo un atto dovuto, incontra mille ostacoli soprattutto tra gli intellettuali di sinistra che tentano di boicottare il progetto.
E' l'ennesima dimostrazione di come la sinistra reagisce alle verità scomode con gli unici strumenti che conosce e che utilizza da sempre: l'insulto, la demonizzazione, la menzogna o l'oscuramento, la forma di violenza più subdola. Nella società dell'informazione il silenzio è peggio dell'insulto perché impedisce la conoscenza, il dibattito, la critica, il giudizio. Ancora oggi, seppur sconfitti dalla storia, gli intellettuali di sinistra si considerano i depositari della verità, i giudici dei comportamenti, gli unici in grado di assegnare “patenti” di moralità. E quando un intellettuale onesto e di sinistra come Pansa rivela la pura e semplice verità, affermando che “Non ha senso vivere se si rinuncia alla verità”, non esitano a considerarlo un “traditore”. Attraverso episodi come questo l'opposizione rivela la propria natura violenta e massimalista: non esistono avversari da battere con la forza delle idee e degli argomenti. Esistono solo nemici da schiacciare con ogni mezzo. Contro il nemico ogni mezzo è lecito perché il nemico è il demonio. I nemici di questa sinistra massimalista non sono solo gli estremisti di destra. Sono tutti i moderati, i democratici, le persone libere, coloro che esprimono dubbi, che vogliono conoscere, che vogliono ragionare e giudicare con la propria testa. Pansa è uno di questi.
Anche io, come lui, sono piemontese e ricordo benissimo i racconti di mio nonno Mario. Mi diceva, mentre ero seduta sulle sue gambe, che la verità non sta mai da una parte sola e, anzi, mi ammoniva sempre sul fatto che torti e ragioni, crudeltà e generosità si trovano sempre da una parte e dall'altra. E mi diceva che anche tra i partigiani c'erano persone buone e altre cattive e che molti partigiani erano ragazzini in cerca di avventura, altri poveri sbandati, altri ancora veri e propri avanzi di galera che non si preoccupavano affatto dei pericoli che procuravano alla popolazione inerme. E mi faceva riflettere sul fatto che a pagare le conseguenze delle “eroiche” gesta di troppi “resistenti” erano sempre i più deboli e gli innocenti: anziani, donne, bambini, infermi, malati. Memore di quegli insegnamenti, rabbrividisco quando sento inneggiare ai “guerriglieri della resistenza irakena”: brava gente che rapisce donne e bambini, sgozza in mezzo alla strada chiunque si permetta di lavorare per un'azienda occidentale, fa esplodere bombe nei mercati e vicino alle scuole.
La guerra è un'esperienza terribile e il regime fascista ha avuto il torto di condurre l'Italia in un'avventura che il popolo non voleva macchiandoci inoltre d’infamia con le leggi razziali. Tutte le ideologie totalitarie, di destra o di sinistra sfociano nell'orrore e nella violenza. E' inevitabile. Ma una parte importante della sinistra italiana questo non l'accetta, non lo vuole vedere e, se qualcuno la costringe a vedere, chiude gli occhi e lo nega.
Alleanza Nazionale ha riconosciuto i meriti, soprattutto nei campi dell’economia, e non ha nascosto i torti del periodo fascista. A Fiuggi, più di dieci anni fa –ed io mi sento figlia di quella svolta- abbiamo intrapreso una strada di verità e di chiarezza. La destra italiana è cresciuta, è diventata grande, forte e responsabile e puo’ camminare a testa alta. La sinistra no. Perché non ha mai abbandonato i cattivi maestri. Tutti i fantasmi e gli scheletri sono ancora lì, negli armadi ed a nessuno è permesso di metterli in discussione. Per questo gli italiani non si fidano di loro. Per questo il futuro è a destra.
IL SECOLO D'ITALIA 6 OTTOBRE 2005
Parlamento più rosa: l'impegno di An
La stampa, croce e delizia dei nostri tempi!
Per noi donne di Alleanza nazionale riunite a Milano per la nostra Assemblea Regionale è stato certamente gratificante vedere nei telegiornali e leggere sui giornali la partenza del camper rosa che accompagnerà la nostra campagna elettorale con lo slogan “donne di An, decisive per vincere”.
La stampa non ha però sottolineato quella che è stata una decisione politica importante presa dall’Assemblea: quella di batterci per aumentare la rappresentanza femminile nel prossimo Parlamento. Se la legge elettorale verrà modificata, così come sembra, chiederemo l’approvazione di un emendamento apposito che preveda una maggiore presenza femminile. Più donne in Parlamento per portare avanti temi per noi fondamentali come la famiglia, la sicurezza, la lotta alla droga. Ed a questo proposito vogliamo che la legge Fini sulle sostanze stupeacenti venga approvata prima della fine della legislatura.
Fare destra significa anche dire no ai pacs e no alle adozioni per i single, che sono un escamotage per far adottare i bambini agli omosessuali. Ma significa anche dire no ai matrimoni di serie A e ai matrimoni di serie B. Noi tuteliamo i figli, perché i figli vengono prima di tutto e perché non vogliamo che nascano figli di prima e seconda categoria. Per questo ci batteremo perché sia i figli nati nel matrimonio che i figli naturali abbiano gli stessi diritti e le stesse opportunità, con una legge che dovrebbe essere approvata nei prossimi mesi.
Fare destra significa inoltre aprire gli occhi di fronte al fondamentalismo islamico e al pericolo che rappresenta. Ed è anche qui che si vede la differenza radicale tra noi e la sinistra. Noi diciamo sì al dialogo ma soprattutto alla collaborazione. Il dialogo è un valore soprattutto per noi occidentali, mentre per troppi islamici è un segno di debolezza. Per questo, qualsiasi confronto deve svolgersi nel rispetto reciproco e nella massima certezza del diritto e della legalità. Nel nostro Paese chiunque è benvenuto; ma chi viene da noi è ospite, come noi siamo ospiti quanto andiamo in Egitto, in Marocco, in Inghilterra o negli Stati Uniti. Come noi dobbiamo rispettare le leggi e le usanze dei Paesi che ci ospitano, così chi viene in Italia si deve comportare rispettando le nostre leggi, i nostri costumi, i nostri valori. Noi abbiamo scuole pubbliche e chi vive in Italia deve frequentare le nostre scuole, perché queste non ostacolano il fatto di poter ugualmente coltivare le proprie tradizioni.
E’ per la famiglia comunque che ci battiamo. Avendo presente quello che abbiamo fatto e quello che vogliamo fare. Ricordiamolo:
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l'assegno alle casalinghe, che dispone che il contributo per il famigliare a carico verrà erogato direttamente alle mogli di lavoratori dipendenti prive di redditi e non più attraverso la busta paga del marito. E' una piccola somma, certo, ma per molte donne significa la grande libertà di non dover sempre rendere conto al marito dei soldi spesi.
Riteniamo questi punti fondamentali per una buona base di partenza, ora completiamo il percorso fissato, perché c'è ancora tantissimo da fare per la famiglia. E già da questa finanziaria, con l’appoggio anche del Ministro del Welfare Roberto Maroni, vorrei si introducesse quello che si potrebbe chiamare l'assegno per le baby-sitter. Così come abbiamo dato un sostegno alle famiglie per pagare le badanti degli anziani, dobbiamo sostenere con la stessa forza le mamme lavoratrici aiutandole a pagare una baby-sitter che guardi il bambino mentre loro sono fuori casa.
Adesso, però, è ora di mobilitarci. E' ora di salire sui nostri camper. La strada sarà tutta in salita, ma sappiate che non siete sole. Presto ogni sede di Alleanza nazionale riceverà materiali e indicazioni per affrontare al meglio la grande sfida che ci attende. Ci sarà un “kit elettorale” con il programma, con le soste del nostro tour per l'Italia, con i manifesti e altri strumenti utili.
Prossima tappa del camper il 13 ottobre a Palermo con l’Assemblea Regionale. E poi, in via di programmazione l’Emilia Romagna e le Marche. Buon viaggio!
IL SECOLO D'ITALIA 28 SETTEMBRE 2005
Pillola Ru e provette, non sulla pelle delle donne
Qualche riflessione su due temi all'apparenza opposti ma in realtà profondamente saldati l'uno all'altro. Il primo riguarda la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, la Rsu486, la cui sperimentazione è stata recentemente sospesa, tra le polemiche dal Ministro della Salute Francesco Storace. Il secondo riguarda un altro argomento caldo, quello cioè che riguarda i “figli in provetta”. E nel mezzo, tra la decisione di terminare una gravidanza e quella di cominciarne una, tra la vita e la morte, ci siamo sempre noi donne. C'è il tema della libertà e della responsabilità. E c'è la genetica, che ci mette in mano una libertà mai vista prima, una libertà di cui non dobbiamo abusare.
Affronterò per primo l'argomento della sospensione della sperimentazione dell'utilizzo della pillola abortiva decretata dal Ministro della Salute Storace. Voglio fare mie le parole del Ministro e ricordare che Storace ha interrotto la sperimentazione della pillola non per motivi etici, ma per motivi sanitari e di sicurezza, per evitare il rischio di incidenti. Mi chiedo infatti cosa direbbero coloro che hanno criticato la sua decisione se fosse successo qualcosa di grave, magari ad una ragazzina, “capitata” in una situazione non desiderata. Ancora molte donne sono convinte che la pillola Rsu sia un anticoncezionale come tanti e non una vera e propria tecnica abortiva che presenta rischi e incognite a livello fisico. Storace ha agito in veste di Ministro della salute, preoccupato della salute dei cittadini italiani, in questo caso delle donne. Non ha agito come Ministro dell'etica pubblica o della morale privata. Non è suo compito e non è sua intenzione. La scelta che ha compiuto non è in nessun modo un tentativo di rimettere in discussione il diritto ad abortire, un diritto conquistato, tutelato dalla legge, pienamente effettivo. E che, né Storace né An, stanno mettendo in discussione. Si tratta infatti di una questione totalmente privata, che riguarda la coscienza delle donne nella loro responsabilità e nella loro libertà. Storace ha solo sospeso la sperimentazione in attesa di maggiori dati e maggiori garanzie. Non ha affatto chiuso le porte ad una possibilità terapeutica che, se si rivelasse meno pericolosa e meno traumatica di altre tecniche, sarebbe ovviamente ammessa e praticata. Il fine ultimo del Ministro, come quello di chiunque, come noi, faccia una politica seria a favore dell'individuo, della vita e della libertà, è quello di tutelare la salute nel rispetto delle scelte di vita di ciascuno di noi. Ritengo quella di Storace una scelta giusta, responsabile, dettata da una vera preoccupazione e dal buonsenso di una persona che non chiude gli occhi di fronte alla realtà, che non nasconde la testa sotto la sabbia che non si fa intimorire dalla grancassa messa su dai soliti noti.
Fermo restando quanto appena affermato, io credo sia comunque necessario che ogni donna - e la società nel suo insieme - torni a riflettere in modo approfondito, senza eccessi né crociate, sulla necessità di vivere secondo ritmi e “leggi” più umane e naturali. Oggi la tecnologia ci mette a disposizione strumenti potentissimi in grado di alterare e talvolta sovvertire le leggi di natura quali noi le abbiamo conosciute negli ultimi secoli. In alcuni casi è buono e giusto adottarle, soprattutto quando servono a salvare la vita e a ridurre le sofferenze delle persone. Penso, ad esempio, alla cura del dolore per i malati terminali, all'anestesia per chi deve sottoporsi a difficili operazioni chirurgiche, alle tecniche per ridare la vista a chi è vissuto per anni nell'oscurità, all'aiuto dato alle giovani coppie che hanno difficoltà ad avere un figlio. Tutto ciò che promuove la vita è benvenuto ed è – parlo da cattolica – un dono di Dio, un Dio d'amore e di misericordia che ha dato all'umanità l'intelligenza e gli strumenti per scoprire nuovi metodi per migliorare la nostra vita e alleviarne le sofferenze. Ogni strumento non è in sé né buono né cattivo. Dipende dall'uso che se ne fa. Simmetricamente speculare al desiderio di interrompere una gravidanza è il desiderio di molte coppie e di molte donne di avere un figlio “costi quel che costi”, a qualunque prezzo. Come ho già detto, credo sia giusto aiutare giovani coppie che hanno problemi di fertilità. Ma la cronaca ci mette sotto gli occhi, tutti i giorni, casi abnormi e aberranti. Avere un figlio è un desiderio naturale, ma esiste dentro ognuno di noi un orologio biologico che detta i tempi della nostra vita e che ci spinge in gioventù a tentare l'avventura, in età adulta ad accudire i figli e a progettare per loro un futuro migliore, in età avanzata a custodire quanto di buono è stato fatto e a tramandare i valori e gli insegnamenti appresi alle nuove generazioni.
Avere un figlio ad esempio a 60 anni secondo me non soltanto non è naturale ma non è neanche giusto. Una donna che abbia un figlio a quell’età, ne avrà quasi 80 quando il ragazzo o la ragazza affronteranno la “fatidica” crisi adolescenziale. Come potrà un ottantenne svolgere il proprio ruolo di madre o di padre? Sia chiaro, le mie considerazioni si fondano sui miei valori e sulle mie convinzioni. Ma non sono e non sono mai stata una fanatica di nessuna posizione; in ogni punto di vista, in ogni scelta, esistono torti e ragioni, punti forti e punti deboli. Ogni posizione parte da una scheggia di verità. L'importante, secondo me, è difendere i propri valori ed essere convinta dei propri ideali dando comunque all' “avversario” il rispetto che merita. A questo proposito sono convinta che anche il Ministro Storace, quando ha deciso di sospendere la sperimentazione della pillola abortiva, sia stato guidato da una preoccupazione genuina per la salute delle donne e non dalla convinzione di avere in mano le “tavole” delle legge morale con cui giudicare gli altri e prendere decisioni sulla pelle delle persone. E d'altro canto, per tornare al tema dei figli a tutti i costi, ho scoperto che la mia posizione “a favore della natura” trova riscontro anche nel mondo della scienza e della ricerca. Domenica scorsa, infatti, il Messaggero ha pubblicato un articolo che riportava come, in un importante congresso di ginecologici tenutosi nei giorni scorsi a Bologna, siano stati gli stessi scienziati ad affermare che, dopo aver compiuto 42 anni, una donna che si sottopone all'inseminazione artificiale quasi sicuramente non potrà avere figli, perché la sua fertilità cala in modo naturale e inevitabile. I medici hanno affermato che non bisogna dunque illudere le pazienti e che non è giusto sottoporle a lunghi trattamenti avendo così poche probabilità di riuscita. Infine, una riflessione. In Italia e nel mondo esistono milioni di bambini soli, senza mamma né papà, senza amore né carezze, che vivono in orfanotrofio. Un vero gesto d'amore, un vero inno alla vita sarebbe quello di adottarli per donare loro una speranza, un futuro migliore. I bambini che chiedono amore non esistono nel buio delle nostre menti, al fondo dei nostri desideri. Vivono attorno a noi. Se davvero desideriamo un bambino da amare, scopriremo che lui è già qui.
IL SECOLO D'ITALIA 22 SETTEMBRE 2005
Islam, le donne avanti a piccoli passi
E’ il “Tempo delle donne” l’ho letto su un sito internet di donne musulmane. Per questo sono sempre più fiduciosa che saranno proprio le donne, pur tra mille contraddizioni, a segnare un cambiamento nei rapporti così complessi tra occidente e Islam. E anche se questo mondo è come un “paesaggio” in cui si susseguono, e forse si sovrappongono, eventi, colpi e contraccolpi, aperture ed esasperanti chiusure, in cui spesso, a momenti di ottimismo seguono disillusioni che fanno pensare di ricominciare daccapo, si badi bene, succede da circa mille e quattrocento anni. Le donne però, con la costanza e il desiderio di libertà e di pace che le contraddistingue, sapranno fare la loro parte.
Al momento, non può essere diversamente, se una delle caratteristiche di quell’universo è l’indeterminatezza di regole, di posizioni nette, di principi ben definiti, alla luce dei quali i cittadini possano vivere con un minimo di tranquillità. E invece, no. Nel mondo musulmano, è al contrario normale che, da un momento all’altro -con una imprevedibilità a noi sconosciuta- spunti dal nulla un religioso neppure tanto importante, che proponga ma soprattutto imponga, una nuova via, quasi sempre più integralista rispetto alla precedente.
Una cosa è certa: quasi tutte le innovazioni dottrinali –ma anche politiche, visto che religione e politica vi si confondono tranquillamente- in ambito islamico sono avvenute instaurando forme di religiosità più “pure” e, nei fatti, più severe, sempre connotate da un restringimento dei limiti della libertà personale. Ma quello della libertà personale è un discorso che tra i musulmani stenta a decollare, dal momento che, in quel mondo -oltre a non esistere neppure la parola che definisca la libertà politica- a contare veramente non è l’individuo, ma la comunità, cioè l’Umma.
Tra i fatti senz’altro positivi, accaduti in questi giorni, metterei la decisione del governo saudita di dare una spinta per favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. A Gedda, che è il principale centro finanziario-commerciale del paese, è stato inaugurato il primo ufficio di collocamento per donne. Ad un occidentale, può sembrare poca cosa, ma così come per le donne occidentali l’indipendenza economica fu la base della conquista dei loro diritti sociali, anche questo passo si deve considerare l’inizio di una conquista in un paese in cui le donne oggi non possono votare, né guidare l’automobile. E anche se potremmo esprimere la nostra disapprovazione pensando che, in quell’ufficio di collocamento nuovo di zecca, gli uomini non possono metter piede, bisogna altresì sapere che, al passo appena descritto, si è arrivati dopo una serie infinita di richieste da parte del mondo femminile saudita. All’inizio di quest’anno, infatti, le donne del regno custode dei luoghi santi della Mecca e di Medina avevano chiesto inutilmente di partecipare alle elezioni amministrative. Perciò, avevano scritto al presidente del Comitato generale elettorale, principe Mansur ben Miteb, rivendicando il loro diritto di voto, dal momento che la legge di quel paese dice chiaramente che possono andare alle urne tutti i cittadini che abbiano compiuto i 21 anni, ad eccezione dei militari. La risposta era stata, sostanzialmente, questa: per ora, non votate, alle prossime elezioni si vedrà.
Le stesse elezioni politiche in Afghanistan di domenica scorsa possono essere considerate un fatto positivo, anche se l’affluenza ai seggi non è stata grandissima. Non dobbiamo, infatti, considerare quest’evento con i parametri occidentali, dando per scontati atteggiamenti che in quella parte del mondo sono pura novità. Dobbiamo renderci conto che la competizione elettorale in Afghanistan incide su un magma sociale in cui è ancora centrale la tribù, con tutti i suoi condizionamenti e i legami, che non servono solo a bloccare l’iniziativa individuale ma, in un paese con poche garanzie, servono anche a fornire un minimo di protezione ai gruppi famigliari.
Avere quindi convinto delle donne appartenenti ad un simile contesto sociale ad andare al voto è stato un fatto di grande importanza. Mi associo, perciò ad Emma Bonino, quando dice di essere soddisfatta per la riuscita delle elezioni; e per diversi motivi. Innanzi tutto, perché le procedure dei seggi sono state rispettate e, in secondo luogo, perché gli osservatori hanno avuto accesso in 29 delle 34 province afghane.
Se, poi, l’affluenza alle urne è stata inferiore alle attese, ciò si spiega -ha dichiarato Bonino- con il fatto che , per la popolazione locale, è più difficile capire il ruolo di un parlamento (si votava per le elezioni politiche) rispetto a quello di un presidente, dal momento che nelle società tribali la figura del “Capo” è centrale.
Parliamo ora di un fatto senza dubbio negativo: quello della scuola islamica di Milano, la cui chiusura sta suscitando proteste che possono essere interpretate come un rifiuto di integrazione nella società laica occidentale. Per i più sembra difficile capire che, anche la scuola statale italiana può garantire la loro identità, sulla scia proprio delle parole pronunciate a riguardo dal Presidente Ciampi, sulla politica portata avanti dal Ministro degli Esteri Gianfranco Fini e come dice Pisanu quando afferma che: “Nelle nostre scuole c’è posto per gli alunni musulmani come ci sarà domani nel mondo del lavoro, … ma questa crescita, questo arricchimento reciproco, deve avvenire nell’ambito dei nostri ordinamenti e dei nostri valori”
Come fare per far capire dei principi, per noi, così elementari? Ecco, in situazioni come questa mi sento veramente scoraggiata, non mi meraviglio purtroppo che, tra coloro che esigono una scuola islamica, le più arrabbiate siano le italiane convertite all’Islam. Da sempre, infatti, i neofiti -proprio per “costruirsi” un’identità che evidentemente essi stessi ritengono di non avere ancora acquisito- ne manifestano le esteriorità e i riti in modo più “gridato”, pensando, in questo modo, di essere apprezzati presso i membri “anziani” della loro nuova comunità di appartenenza.
E’ bene, comunque che coloro che reclamano scuole islamiche non si facciano eccessive illusioni. Se hanno deciso di stabilirsi tra noi, dovranno anche accettare le basi fondanti del nostro sistema, come la laicità dell’insegnamento scolastico.
IL SECOLO D'ITALIA 15 SETTEMBRE 2005
Un camper rosa da Milano a Palermo
Le donne di Alleanza nazionale unite e compatte partono con i “camper rosa” da Milano il 2 ottobre prossimo, per essere poi a Palermo il 13 e via via in tutta Italia, per le assemblee regionali, con l’obiettivo di dare un segnale forte e concreto e con la volontà di vincere le future elezioni politiche.
Gireremo il Paese in lungo e in largo, città per città e piazza su piazza. Visiteremo mercati, parchi, centri commerciali, così come avevamo detto a gran voce nell’Assemblea Nazionale a Roma nel maggio scorso definita da tutti come la più importante manifestazione di donne di partito degli ultimi anni, con buona pace della sinistra.
Perché abbiamo scelto come simbolo il camper?
E’ un’idea che si inserisce ovviamente nell’iniziativa dell’autoarticolato di An e che si è sviluppata pian piano fino a diventare chiara e distinta: prendere un camper, dipingerlo di rosa, attrezzarlo e girare tutta l’Italia, piazza su piazza, fermandoci nelle grandi e soprattutto piccole città della penisola per farci conoscere e per farci ascoltare ma, principalmente, per conoscere e per ascoltare le donne italiane. Il nostro camper, guidato da militanti di An, sarà anche un palco dal quale lanciare messaggi e proposte, sul quale stare insieme a confrontarci. Abbiamo scelto un camper perché è un mezzo che arriva ovunque e in sé, contiene già l’idea della famiglia, di uno spazio intimo dove ci si può sentire sicuri, a casa.
Il partito appoggia, come ha già fatto in passato questa nostra nuova iniziativa, ma noi dobbiamo metterci tutta la passione della quale siamo capaci perché nel 2006 le donne saranno ancora una volta fondamentali per la vittoria della Casa delle Libertà così com’è stato per il 2001.
Non è un caso se tutti i partiti e i movimenti politici, soprattutto a sinistra, stanno cercando di accattivarsi la simpatia delle elettrici corteggiando e reclutando donne che godono di grande notorietà e popolarità. I giornali evidenziano questo fenomeno in modo sempre più approfondito. Il Corriere della Sera in un articolo racconta delle tante attrici, presentatrici e soubrette che si fanno vedere alle feste organizzate dai partiti. E così la Ferilli sponsorizza Fassino, Mastella si appoggia ad Afef, Rutelli alla Carrà. Le donne di Alleanza nazionale invece, proprio perché non “personaggi” sono un capitale politico e di umanità “costante” che desidera essere messo in condizione di lavorare al servizio del partito e del Paese.
La nostra forza è dimostrata da fatti e da numeri. Nel maggio scorso sono state oltre 1500 le militanti di An intervenute a Roma, al convegno nazionale del Dipartimento delle Pari Opportunità del partito, ribattezzato Dipartimento per le Pari Libertà per segnare, fin dal nome, la diversa visione politica e i diversi valori che ci oppongono alla sinistra e alle sue donne della prima e dell'ultima ora.
Noi "donne di An" possediamo caratteristiche che ci rendono una forza potenzialmente dirompente: non siamo una élite ma una forza di massa distribuita nel Paese e in ogni classe sociale; siamo unite, compatte, propositive, estremamente determinate nel far valere le nostre opinioni, e, da sottolineare con una punta di orgoglio, tutte le nostre decisioni sono state prese sempre all’unanimità, con una coesione di intenti proiettata “a far bene” per il partito.
Anche se An da sempre ha operato in modo che ci fosse un’apertura vera ed effettiva per le donne, è opportuno che ora ciò sia rimarcato e reso evidente; questo sarebbe un duro colpo d’immagine per i partiti della sinistra che si arrogano il ruolo di essere gli unici che “difendono” la condizione femminile. Mettere in grado l’opinione pubblica e l’elettorato di “vedere” le azioni che stiamo portando avanti avrà un effetto dirompente e sarà un segnale di un modo nuovo e moderno di coniugare la crescita sociale e civile che il Paese chiede a gran voce. I valori che Alleanza nazionale vuole tutelare sono valori nazionali comuni: casa, tradizione, famiglia, religione ed essi trovano nella donna – moglie – madre – lavoratrice, la loro incarnazione più profonda. Per il nostro partito quindi, avere voce “al femminile” varrebbe il doppio. E proprio perché noi donne di An siamo massa e non élite, vogliamo dare il nostro contributo nella discussione sui grandi temi che coinvolgono la nostra esistenza e quella dei nostri cari. La difesa della famiglia e della vita, pensare prima all’equiparazione dei figli legittimi a quelli naturali, che ai pacs di Prodi.
La giusta sintesi di sicurezza e di libertà, la garanzia delle tutele e la promozione delle opportunità, la capacità di soddisfare i bisogni e di premiare i meriti. Non ultimo, aprire un dibattito franco, sull’importante questione islamica partendo però anche da alcune posizioni sostanziali quale può essere quella già applicata con successo in Francia, di vietare il velo nelle scuole. Il velo infatti non è una libera scelta delle donne musulmane ma un’imposizione dalla quale, per “legge religiosa” o “costrizione culturale” non possono esimersi. Ma, il divieto tanto discusso, ha poi favorito di fatto l’integrazione, in quanto ha ridotto notevolmente attriti e incidenti e anche le stesse famiglie musulmane ne hanno dovuto prendere atto. Ciò dimostra che l’integrazione non è un processo senza ferite e che deve essere voluta da tutti i soggetti coinvolti. “L’andare incontro” non può essere unilaterale perché non sortirebbe nessun effetto, le parti debbono essere aperte ad un dialogo totale. E’ questo che noi donne dobbiamo portare avanti e trasmettere ai nostri figli, dialogo con tutti, ma massimo rispetto per le proprie radici culturali, religiose e sociali. A noi donne di An il compito non spaventa, siamo abituate a rimboccarci le maniche e dare il cuore per quello in cui crediamo.
IL SECOLO D'ITALIA 8 SETTEMBRE 2005
Questione Islam
Sulla dibattuta questione islamica dopo gli ingiusti attacchi rivolti verso il Presidente del Senato Marcello Pera, difeso tra gli altri con autorevolezza da Gianfranco Fini, è stata ancora una volta Oriana Fallaci ad essere oggetto di critiche davvero aspre, ingiuste e a volte anche volgari, da parte di Piero Citati. L´opinionista pur di attaccare una donna di grande coraggio per la quale ancora una volta ci appelliamo a Carlo Azeglio Ciampi perché la nomini Senatore a Vita, non ha lesinato parole davvero impronunciabili anche verso Papa Benedetto XVI. Ma continuo a credere che anche sotto la spinta di donne come la Fallaci che saranno proprio le donne a segnare nei prossimi anni un´evoluzione positiva per la questione islamica e cio´ lo dico soprattutto in relazione ai molti incontri che ho fatto per i miei studi in questi ultimi mesi.
Uno degli argomenti più usati dagli occidentali, difensori senza se e senza ma dei musulmani è che il Corano in alcuni versetti pur invitando a sterminare chiunque non voglia inginocchiarsi in direzione della Mecca in altri invita invece alla compassione verso i "popoli del libro", cioè i cristiani e gli ebrei.
Non si vogliono rendere conto di due osservazioni fondamentali:
a) i musulmani non hanno affatto bisogno del loro aiuto per difendersi, in quanto hanno astuzia in quantità sproporzionata da contrapporre alla nostra infinita ingenuità. Le prime cronache medievali che ne parlano li definiscono, infatti e soprattutto, in un latino maccheronico ma comprensibilissimo, astutissima gens ("popolo furbissimo").
b) Il fatto, poi, che il Corano esprima un certo modello di condotta e, subito dopo, non si preoccupi affatto di prescriverne uno opposto e contrario è -ritengo- un pessimo segno. Dimostra così che in quella cultura e in quella società -me ne sono resa conto di persona non più di alcune settimane fa- non esiste alcuna certezza di opinioni e di comportamenti. Tutto è variabile e incerto. Tutto è lasciato all´interpretazione momentanea, al capriccio del momento -anche perché non esiste un´autorità centrale che "faccia testo", come da noi il papa.
Che cosa significa tutto ciò? Significa che non potremo mai pensare di avere nel musulmano un interlocutore totalmente affidabile, in quanto detentore rispettoso e seguace inflessibile di un codice di comportamento sicuro? Non ho difficoltà (e tutto ciò non mi fa certo piacere) a dire che purtroppo le cose stanno proprio così.
Parlandone con un docente di sociologia islamica in un´università della penisola, ho così appreso che, nell´universo dei musulmani, è un´illustre sconosciuta quella che noi chiamiamo "logica", che è un po´ il "timone" dei nostri comportamenti, per la quale "bianco" è "bianco" e "nero" è "nero". In quel mondo -mi ha chiarito il l´esperto di società islamiche- il sottinteso è più importante di ciò che viene detto, il non esplicito prevale sul chiaramente espresso, rendendo per noi una vera fatica di Sisifo voler comprendere il significato vero di un discorso fattoci da un musulmano. Quello della mezzaluna è, infatti, un mondo che ha parametri comunicativi non solo diversi, ma opposti ai nostri.
Mentre quel docente mi parlava, mi sono ricordata del discorso fatto da Saddam Hussein ai suoi alla fine della guerra del Golfo, quando annunciò in pompa magna una vittoria inesistente, dal momento che la vittoria era andata alla coalizione dei liberatori del Kuwait. Solo in quel tipo di cultura, temo, si possa dire impunemente tutto e il suo esatto contrario.
La stessa espressione insciallah ("se Dio vuole") -che è, forse, l´espressione in assoluto più usata dai musulmani- è astutamente adoperata al solo fine di evitare l´assunzione di qualsiasi impegno preciso, lasciando a se stessi (e, ovviamente, togliendolo alla controparte) l´arbitrio di rispettare o meno un certo impegno.
Come abbiamo appena visto, noi occidentali siamo divisi dai musulmani non solo da valori-chiave (come la laicità dello stato e la divisione della religione dalla politica), ma anche dai parametri sui quali si basa la comunicazione (per noi vale ciò che si dice, per loro, invece, conta il sottinteso, il taciuto).
Se le cose stanno così, credo che purtroppo dobbiamo al più presto abituarci all´idea dell´inutilità di qualsiasi "dialogo" con i musulmani, dal momento che i fatti ci hanno dimostrato -e continuano, tutti i giorni, a dimostrarci- che si tratta di una battaglia molto difficile.. Perché insistere su una via che i fatti ci dicono che non porta da nessuna parte?
I sostenitori del "dialogo" ad oltranza, al contrario, si rifiutano di capire la cultura dei musulmani. Per loro, non si può non "dialogare" con tutti e su qualsiasi argomento, come se tutte le culture avessero gli stessi presupposti, le medesime caratteristiche, gli identici punti di vista.
I musulmani stanno al gioco e fingono di dialogare, consapevoli che il tempo sia il loro migliore alleato.
Non solo: agli occhi degli islamici, il nemico (e tutti i non musulmani sono, per loro, "nemici") che offre il dialogo è, chiaramente, un antagonista che ha deciso di arrendersi, avendo egli già percepito la consapevolezza della propria vulnerabilità. E fa di tutto, oggi, per ingraziarsi il padrone di domani, nella trepida speranza che, una volta impadronitosi del potere, il musulmano non sia un padrone troppo duro. Ovviamente, si tratta di speranze molto mal riposte.
Tra l´altro, non ha nessun significato, per i buonisti filo-islamici, il fatto che a implorare il dialogo siano sempre e soltanto gli occidentali? E che mai si sia visto un musulmano fare altrettanto?
Inoltre, come tutti gli eventi, anche l´organizzazione dei dialoghi con i musulmani -che spesso si riducono a dei monologhi surreali tra due parti che "devono" mostrare la loro buona volontà- hanno un costo finanziario. Ed i costi organizzativi per tali convegni sono sempre sostenuti dagli occidentali, ansiosi di dimostrare la propria "apertura all´altro".Mai che uno di questi convegni si finanziato da un organismo islamico.
Percorriamo anche la strada del dialogo ma ricordiamoci sempre che spesso si tratta di un dialogo tra sordi che comunque noi dobbiamo sempre cercare di portare avanti pur sapendo bene le difficoltà che ci troviamo di fronte. Ma sono certa che attraverso un lavoro intelligente fatto sulle donne si possa veramente e auspicabilmente cambiare questa millenaria mentalità.. Potremmo sin da subito iniziare dei corsi per le donne islamiche in Italia che arrivano il più delle volte completamente analfabete. Ma i mariti, signori e padroni della loro vita, le lasceranno frequentare i corsi che dovremmo organizzare?
Ai posteri l´ardua sentenza.
IL SECOLO D'ITALIA 1 SETTEMBRE 2005
Contrastiamo la baby prostituzione
Con l’irragionevole giustificazione che è il mestiere più antico del mondo abbiamo assistito in questi ultimi decenni ad un’ escalation assurda del turpe commercio della prostituzione da far rabbrividire ogni coscienza, calpestando qualsiasi dignità umana. Erano gli anni 60-70 (dopo la legge Merlin) quando le strade delle nostre città venivano “conquistate” dalle cosiddette lucciole. Siamo riusciti addirittura a paragonarle a dei presepi viventi, soprattutto al nord, povere donne, che si riparavano dal freddo con dei fuochi improvvisati. Poi, qualche anno dopo, poco alla volta, sono arrivate le nigeriane, che hanno dato un tocco esotico sul quale si è passati velocemente e colpevolmente sopra. A loro volta, queste sono state cacciate in periferia dalle brasiliane, che con la loro finta allegria e i loro folcloristici costumi – si fa per dire – hanno trasformato diverse vie in delle piccole Ipanema. E anche qui risatine complici e incoscienti. Dopo le brasiliane, in un crescendo di irresponsabilità, è stata la volta dei travestiti, alcuni talmente “trans” da essere addirittura irriconoscibili. E ancora silenzio e squallore. In questi ultimi tempi, l’invasione delle ragazze dell’est (albanesi, moldave, rumene, ucraine e bulgare) che per combattere la fame, per i tanti anni di dittatura comunista, sono venute alla ricerca dell’oro fasullo in Italia. E ancora tutto ciò con troppa indifferenza generale, nonostante i dati a dir poco allarmistici sulla diffusione di malattie sessualmente trasmissibili. Ora però è veramente giunto il momento di dire basta e di alzare questo vergognoso coperchio, è il momento di mobilitarsi con un’azione diretta e dura contro questa criminalità che negli ultimi mesi in alcune delle principali città italiane, Milano-Torino-Roma-Bologna-Napoli-Genova e Bari in testa, ha messo sulle strade a prostituirsi un vero esercito di bambine che vanno dai 12 ai 15 anni. Questo “fenomeno” di baby prostituzione pare sia dovuto ai peggiori sfruttatori, quelli rumeni e albanesi, secondo me non si deve parlare di peggiori, tutti questi malviventi, che siano rumeni o italiani o altro, indistintamente, hanno una condotta delittuosa che si può certamente riassumere in una sola orrenda parola schiavitù.
Una ricerca shock dell’Osservatorio Asl di Rimini denuncia che sono migliaia le baby-prostitute che trovano nei maschi italiani clienti compiacenti e disponibili. Come dice lo studioso Giulio Salierno, docente di sociologia all’Università di Teramo, in una recente intervista sul quotidiano Il Messaggero “Dal punto di vista psicologico queste bambine sono totalmente soggiogate da chi le manda in mezzo alla strada” - e cosa spinge il cliente? Per Salierno “la decadenza dell’Occidente e in particolare dell’Europa: abbandonati i parametri religiosi, smarrite le ideologie, il vecchio continente si rifugia nell’edonismo spicciolo e si chiude sempre più in se stesso. Il cliente con una minorenne si sente in una posizione di maggiore dominio e sa di poter chiedere prestazioni che una prostituta adulta rifiuterebbe”.
Parole che sono pietre e che non possono essere lasciate senza un’iniziativa parlamentare da intraprendere già dalla settimana prossima. Non solo perseguire penalmente chi va con un minorenne sia in Italia che all’estero inasprendo le pene, ma, basandoci sull’orientamento dell’Unione Europea (direttiva 68/2004 da recepire entro il 2006) è necessario contrastare questi reati con tutti gli strumenti legislativi già adottati nella lotta contro il crimine organizzato (sequestro dei beni, mandato di cattura europeo, cooperazione giudiziaria, interdizione dalle attività professionali legate all’infanzia ecc). Ha ragione Livia Turco quando chiede che una sua legge venga applicata senza nessuna tolleranza. Occorre arrivare ad accusare di violenza sessuale quegli individui che approfittano di una minorenne. E non mi si venga a dire che sono consenzienti! Non è forse uno stupro vero e proprio accoppiarsi con una bimba di quattordici anni che dietro la siepe o la macchina, ha un protettore che la costringe a tanto? E condivido quello che dice Alessandra Mussolini quando sostiene che siamo ormai alla terza fase della prostituzione ed il racket è salito di livello.
Prima di entrare nel dibattito portato avanti da molti compresa Emma Bonino, secondo cui la prostituzione va legalizzata creando luoghi specifici, credo sia dovere di tutti noi fare qualcosa, subito, senza tentennamenti per togliere le baby prostitute dalle strade. E visto che loro sono costrette con la forza, interveniamo applicando ai clienti le severe pene riservate agli stupratori. Per un paese come il nostro potrebbe essere sufficiente qualche buon esempio per fare un po’ di “pulizia”. E’ ora di attivarsi concretamente e sono certa che il Ministro Pisanu, a cui rivolgerò in “question time” sulla materia, saprà agire. Spero che prima del 20 novembre prossimo -Giornata nazionale dell’Infanzia- possiamo regalarci una nuova indagine in cui i risultati siano favorevoli ai nostri propositi, perché ciò vorrebbe dire di aver restituito dignità e diritti a molti bambini. A proposito so che esiste un’ attiva Sezione Minori della direzione centrale della Polizia, ma che fine hanno fatto nelle questure gli uffici della “buon costume”? Questa è la domanda postami da una persona di Roma che percorrendo alle sei del pomeriggio in auto con i figli via Salaria, in direzione centro, mi ha detto che era impossibile non notare la sfilza di ragazzine vestite in modo inequivocabile, in attesa di clienti.
IL SECOLO D'ITALIA 25 AGOSTO 2005
L’estate della grande paura
Questi ultimi giorni di dibattito sui rapporti con le altre religioni e culture, hanno trovato, negli interventi di Papa Benedetto XVI e del Presidente del Senato, i loro momenti più significativi, anche se non ho affatto condiviso la lettura critica che in troppi hanno voluto dare alle profonde riflessioni di Marcello Pera, quando rivendica con forza e passione la nostra comune identità europea. Tuttavia l’estate che sta per finire sarà ricordata soprattutto per l’imponente allarme terrorismo che ha fatto sentire gli italiani, e non solo, in prima linea in questa guerra contro l’integralismo islamico militante ed anti-occidentale. Sappiamo che, ormai, il terrorismo prende di mira soprattutto le infrastrutture delle città -treni, metropolitane, grandi edifici- che si sono rivelate il vero, sensibile “tallone d’Achille” di ogni moderno agglomerato urbano. Gli attentati di Madrid, di Londra e Sharm el Sheikh sono stati la terribile conferma di questa assurda strategia. L’attacco alle torri gemelle di New York, alla discoteca di Bali, ad Istambul, hanno portato i governi a ricercare maggiori standard di sicurezza per i cittadini anche se gli sforzi purtroppo non potranno garantirne al cento per cento l’incolumità. Questo cambiamento dell’aspetto delle città, è stato -ed è tuttora- visibile nei grandi centri-simbolo del nostro paese, quelli che ogni anno attraggono milioni di visitatori. Così, vediamo il Colosseo avviluppato in una barriera di transenne, mentre metal detector e telecamere punteggiano gli ingressi dei musei, delle basiliche e delle chiese più frequentate. Si tratta di una situazione certamente anormale, con la quale dovremo imparare a convivere: non si vede, all’orizzonte, niente che ne presagisca la fine. Anche se l’allarme è scattato in modo massiccio negli ultimi mesi, è comunque da alcuni anni che il nostro Paese è nel mirino dei terroristi. Basta scorrere le collezioni dei giornali dal 2001 in poi. Ed ecco che le prime avvisaglie più consistenti si erano già avute nel 2002, in seguito all’invio dei militari italiani in Afghanistan. Già allora, si era saputo che le cellule terroristiche islamiche attive in Europa avevano ricevuto il via libera per passare all’attacco, con l’indicazione dei paesi da colpire perché schierati a fianco degli Stati Uniti nella guerra in Afghanistan e in vista di un (per allora) eventuale attacco all’Iraq. Il 2002 si era aperto con l’inizio, a Milano, del processo alla prima, vera cellula di Al-Qaida in Italia, durante il quale si era saputo di intercettazioni, nelle quali presunti terroristi, sin dal 1997, affermavano di aver compiuto sopralluoghi sugli obiettivi da colpire e di essere pronti a seminare il terrore anche nel nostro Paese. E si scoprì che anche l’Italia era già da anni una base di passaggio e di reclutamento per alcune delle più temibili organizzazioni terroristiche islamiche. Negli anni successivi, vi fu un aumento esponenziale dell’individuazione di cellule terroristiche, spesso nascoste nelle pieghe di quel complesso mondo che gira intorno alle moschee, un mondo che -questa è una delle caratteristiche salienti dell’Islam- mescola tranquillamente politica e religione. Uno degli aspetti più difficili da capire da quando studio l’universo musulmano, è il binomio politica-religione, per un occidentale, abituato a ragionare con un metro completamente opposto, è “faticoso” immergersi in questa mentalità in cui il secondo elemento, spesso, è quello che prevale sull’altro. Per noi -abituati a separare nettamente vita spirituale e vita sociale- rappresenta un ostacolo spesso insormontabile. Dobbiamo però prenderne atto al più presto, pena un aumento dei già immensi problemi insiti nei rapporti Occidente-Islam. E’ proprio l’avvio di una forma di separazione tra religione e politica che noi chiediamo ai musulmani, in primo luogo a coloro che hanno scelto di venire a vivere in Occidente. Siamo consapevoli, per convinzione e per esperienza, che una società pluralistica, in cui vi sia rappresentanza delle istanze di tutti (soggetti e gruppi), non può farne a meno, essendo una sorta di “valvola di scarico” delle tensioni che inevitabilmente si determinano tra le varie componenti, soprattutto quando alcune di esse facciano riferimento a valori diversi, se non proprio opposti. Ma siano anche coscienti che tutto ciò, senza la buona volontà di entrambe le parti, forse, non potrà avvenire in modo sereno e senza traumi. Al momento esiste l’incognita Islam-Occidente, rapporti non facilmente recuperabili perchè si è oltrepassata la soglia oltre la quale è estremamente difficile poter cominciare un dialogo privo di tensioni. Ed è proprio la possibilità del “dialogo” con gli islamici che, per me, rappresenta una delle questioni più aspre da risolvere, dal momento che non oso pensare ad un’eventuale alternativa al dialogo. Mi preoccupa leggere l’allarme che viene dal Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria secondo cui nelle sovraffollate carceri italiane sono settemila i detenuti islamici che potrebbero fare proselitismo a tal punto di convincere, anche detenuti italiani, ad abbracciare la causa fondamentalista così come è già avvenuto in più casi. In passato anche le Brigate Rosse avevano inteso le carceri quale “terreno fertile” per estendere la lotta e fare proseliti. Approfondite analisi dell’universo “Islam”, fatte da due studiosi del calibro di Philip Blond e Adrian Pabst e pubblicate dall’International Herald Tribune- tendono ad escludere qualsiasi possibilità di dialogo con questo mondo. Non solo; essi ritengono che l’estremismo e la sua conseguenza ultima -il terrorismo di matrice musulmana- non siano una perversione fanatica dell’Islam, una sorta di degenerazione di una cultura in sé positiva ed aperta anche alle necessità degli altri. Per i due studiosi, al contrario, la lotta armata per imporre la religione del Profeta su tutto il pianeta è chiaramente insita nel “codice di fede islamico”. Sin dai suoi inizi, sostengono, che l’Islam è avanzato a colpi di scimitarra e dire che il jihad rappresenti solo la lotta interiore di ogni religioso equivale ad una lampante falsificazione. In pratica, Blond e Pabst sostengono non tanto che l’Islam miri alla pace, quanto che la enfatizzi opportunisticamente, cioè solo quando sia impossibilitato ad esprimersi con la sua inclinazione più vera: la guerra. Per i due esperti c’è, poi, il problema delle numerose ambiguità di questo contesto culturale, dal momento che lo stesso “Corano” -che ogni musulmano ritiene sia stato scritto personalmente da Dio- se da una parte afferma che la religione non si può imporre, dall’altro obbliga ogni fedele ad estendere i confini del mondo islamico, distruggendo gli spregevoli “miscredenti”.
IL SECOLO D'ITALIA 18 AGOSTO 2005
Evita donna di destra
I concitati lavori parlamentari prima della pausa estiva mi hanno impedito, nelle settimane scorse, di partecipare alla cerimonia per Eva Peròn al Cimitero Monumentale di Milano, per l’inaugurazione di un monumento a suo nome, in ricordo del lungo periodo di sepoltura che la città della Madonnina ha offerto a questa grande donna. Mi è dispiaciuto per il significato della cerimonia, alla quale ha preso parte l’ambasciatore argentino in Italia Vittorio Taccetti, e perché il Circolo che presiedo da anni a Milano è intitolato proprio a Eva Peròn, una donna molto amata da me e da tutta la destra italiana. Storia, legenda, favola. E’ questa la vita della Paladina dei Descamisados, ma anche sofferenza, traguardi, amore e dedizione al suo paese e alla sua gente. Eva Maria Ibarguren Duarte nacque il 7 maggio 1919 a Los Toldos (Buenos Aires, Argentina). La madre Juana Ibarguren svolgeva le mansioni di cuoca nella tenuta di Juan Duarte. E questa è la condizione dalla quale Eva Maria Duarte non si affrancò mai, neanche dopo il matrimonio, nel 1945 con il colonnello Juan Domingo Perón futuro Presidente dell’Argentina. Personaggio femminile fra i più carismatici e discussi del Sudamerica, Evita ha conosciuto gli stenti della povertà, la rabbia dell’ impotenza, l’ostinazione della rivalsa e il dolore della malattia ma, nonostante tutto, non ha mai “mollato”, anzi, le sue sofferenze sono diventate il punto di forza del suo personalissimo carattere. La determinazione, pari a pochi, che ha dimostrato nella sua breve vita, l’ha portata ad essere nel 1946 la “Primiera Senora” della “Casa Rosada” amata più dello stesso Presidente. Vicina al popolo da cui proveniva e che instancabilmente ha tanto aiutato. Evita lavora nel sindacato, crea una sua Fondazione assistenziale in difesa della classe povera ed emarginata del paese, oltre a questo si batte per il diritto al voto delle donne e crea “l’ala femminile” il partito peronista, si occupa del lavoro minorile, degli anziani, della sanità. E’ così attiva e presente nella vita quotidiana degli argentini che nel 1945, (prima dell’elezione di suo marito a Presidente) si presentarono in piazza, al suo appello, in trecentomila, pronti a tutto, pur di liberare Peròn che il regime militare aveva fatto arrestare, e il cui modello sociale appoggiato con tanta veemenza anche dalla moglie, cominciava a mettere paura. L’opera di Evita, che è stata da più parti criticata, l’attività della Fondazione considerata il frutto di una politica demagogica, tesa ad asservire il popolo argentino si rivelò invece per quegli anni, l’unico appiglio di speranza dei “Descamisados”. Il popolo “sentiva” e “amava” Evita, per quello che faceva e che rappresentava. Essa stessa si definisce: “lo strumento di congiunzione tra le esigenze degli argentini ed il presidente”, con il quale ha sicuramente una complicità di intenti politici e sociali. Ed è per questo che Evita è diventata un simbolo ed un esempio da seguire per le donne di destra. Chi la vuole personaggio controverso e arrivista si ferma alle apparenze, lo spirito che l’animava e gli obiettivi raggiunti, non possono non far considerare oggettivamente i grandi risultati conquistati in una società a quei tempi decisamente “al maschile”. Quasi una vocazione, portata avanti con coraggio, da parte di questa donna che con intelligenza e sensibilità riuscì a dare libero corso ai valori della dottrina peronista creando una coscienza popolare finora sconosciuta in Argentina. La destra non ha molte donne “importanti e visibili” a livello internazionale, ma possiamo sostenere che Evita è senza dubbio una di queste, una donna che ha saputo tracciare un percorso politico personale, ma di complementarietà totale con l’uomo che amava. Anche dopo la morte, avvenuta nel 1952, lo spirito che l’animava le sopravvive, il suo popolo non la dimentica, in pellegrinaggio migliaia di persone si recano a venerarla sulla tomba a Buenos Aires. L’afflusso è continuo e ciò induce le autorità (tre anni dopo la caduta del governo peronista) a trafugare la salma per far così scomparire quella figura tanto popolare quanto scomoda. Alla fine, il corpo viene trasportato in Italia, a Milano, e sepolto in una tomba con inciso il nome di una certa Maria Maggi. Per 14 anni Evita resta in Italia, lontano dalla sua amata terra. Ma le promesse debbono essere mantenute e nel 1971, Peròn, a quei tempi in esilio in Spagna, grazie all’aiuto anche di alcuni religiosi, fa il primo passo perché Evita torni a casa, ciò avviene nel 1974. A distanza di anni, in una società completamente trasformata dalla tecnologia, dai mass media, dalla velocità negli spostamenti, l’insegnamento che ci arriva da Eva Duarte è che ognuno di noi deve avere dei valori sui quali basare la propria vita. Valori solidi che noi donne di An sappiamo di possedere, e che dobbiamo, per amore dei nostri figli, del nostro Paese, mettere in pratica quotidianamente, ognuna in base alla propria storia ed alla propria esperienza. Credere e battersi perché questi ideali possano crescere, diffondersi e saldarsi come valori imprescindibili nelle nostre coscienze; come un filo conduttore che attraversa la nostra vita e prosegue con quella dei nostri ragazzi. Noi abbiamo la consapevolezza, come Evita, che la vita umana non è fine a se stessa, ma è una serie di rapporti e esperienze che necessariamente portano l’individuo ad azioni che provocano conseguenze per se stessi e gli altri. In questo momento di estrema tensione, in cui si assiste giornalmente a fatti che lasciano interdetti, la voce che si deve levare dalle donne di An deve essere una voce forte e chiara che si faccia sentire, alta, al di sopra di tutte. La donna con la sua caparbietà può fare molto, tanto e bene per tutti. E penso, soprattutto anche per gli studi che sto facendo, che proprio dalle donne musulmane può venire una scossa di libertà e di ragionevolezza verso questa deriva fondamentalista che ci terrorizza e ci penalizza. Daniela Santanchè
IL SECOLO D'ITALIA 11 AGOSTO 2005
Decisione e autorevolezza contro il terrorismo
Ha ragione Tony Blair quando afferma che bisogna tornare alla fermezza contro il terrorismo anche a costo di qualche sacrificio che provocherà disagi alla nostra vita di ogni giorno. Ed è su questa linea che va rafforzata l’azione del nostro Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu secondo cui “nella lotta contro il terrorismo, bisogna usare due mani: una armata contro i terroristi; l’altra offerta ai musulmani pacifici, dal momento che prevenzione e repressione devono camminare speditamente, ma nel rispetto dei valori costituzionali”. Aggiungendo che, in tale contesto, “non si possono limitare oltre misura le libertà dei cittadini”. Il terrorismo è il pericolo maggiore che sovrasta i paesi occidentali dal tempo della seconda guerra mondiale. Anzi, per certi versi, si tratta di una pericolosità di gran lunga più temibile. Esso costituisce infatti, un rischio, che non incombe apertamente sui campi di battaglia o in luoghi ritenuti obiettivi strategici, ma è potenzialmente dovunque. Nessuno di noi potrà dirsi più al sicuro. Ben sapendo, come hanno dimostrato gli attentati inglesi, (nel paese cioè con i migliori servizi segreti del mondo) che il “rischio zero” non esiste, i fatti suggeriscono che l’argomento deve essere affrontato lasciando da parte ormai quell’ingenuità che fa così presa in Occidente. Si tratta di un’ingenuità che, lo sappiamo, è un prodotto diretto della nostra concezione della tolleranza, della libertà di espressione e dei diritti dell’uomo. Purtroppo questi atteggiamenti, che per noi costituiscono il massimo dei valori, sono usati dai malintenzionati per colpirci a morte, dal momento che hanno capito a perfezione che, da questo punto di vista, siamo più che vulnerabili. Gli atti terroristici di Londra hanno dimostrato infatti il fallimento del modello multiculturale inglese, che permette ad ogni comunità di starsene per conto proprio, quasi isolata dal tessuto della società ospitante. In tale contesto -di un permissivismo al limite della follia- gli estremisti islamici d’Inghilterra hanno maturato la convinzione di poter impunemente organizzarsi, fare proseliti e passare quindi allo scontro armato con il resto della società. In Italia, sembra non si sia ancora capito verso quale tipo di approdo si stia dirigendo la navicella delle decine e decine di comunità immigrate. Occorre, quindi, decidere al più presto quale strada intraprendere, quale politica progettare, soprattutto dopo che è ormai chiaro che almeno una di queste comunità -l’islamica- produce incessantemente terroristi pronti a mettere in pericolo la nostra stessa sopravvivenza. Mi rendo conto che il problema è difficile, senza una chiara ed immediata prospettiva di soluzione. Anche perché si è visto che -lungi dall’integrarsi e al contrario dei loro padri- sono proprio i musulmani di seconda e terza generazione quelli che sono scesi in guerra contro l’Occidente. Non possiamo quindi illuderci che basti il tempo a guarire una “sindrome” di questo tipo. Dobbiamo soprattutto fissare alcuni paletti in relazione al comportamento che i musulmani devono tenere (ma che riguarda anche tutti gli altri immigrati). Infatti come ha espresso chiaramente, in un suo recente editoriale sul “Corriere della Sera” il prof. Tommaso Padoa Schioppa, “accoglienza non può significare soltanto procurarsi un prestatore d’opera a basso costo, a casa o nei campi”, al contrario, sostiene l’economista, “significa inserire quel lavoratore nel tessuto sociale, con le sue abitudini e i suoi abiti mentali, iscrivere i suoi figli a scuola, farlo parte della nostra comunità”. Il problema può nascere, tuttavia, quando un immigrato (o una comunità di immigrati nel suo complesso) si rifiuta di integrarsi nella nostra società, di riconoscersi nei valori fondamentali di essa o -come talvolta accade- voler imporre i propri valori alla maggioranza. Non è il caso di dimenticare che, lo stesso quotidiano di Via Solforino, rivelava l’esistenza, in Italia, di una “maggioranza di moschee gestite da movimenti integralisti ed estremisti islamici, che legittimano il terrorismo suicida in Israele e in Iraq, che inneggiano alla Jihad intesa come guerra santa, che patrocinano un ideologismo antioccidentale e antiebraico”. Il giornale, inoltre, si chiedeva “fino a quando l’Italia continuerà a tollerare la presenza di chi si percepisce un corpo distinto e potenzialmente antagonista allo Stato” e, nello stesso tempo, rilevava che “è forse arrivato il momento di sradicare questa mala pianta della schizofrenia identitaria e della cultura della violenza”. Devo ammettere, con rammarico, che l’atteggiamento tenuto finora lascia ben poca speranza in un rapido ravvedimento, anche perchè le minacce sono sempre più concrete e allarmanti. Per quanto riguarda uno dei dettagli del “pacchetto sicurezza” ce n’è uno che mi riguarda come donna: è quello che si riferisce al divieto, per le musulmane di stretta osservanza, di coprirsi completamente la testa e il viso, rendendosi irriconoscibili. Coloro che lo criticano non hanno ancora capito che non si tratta di libertà religiosa conculcata (l’Islam è anche e, soprattutto, politica) ma che esso ha la funzione di evitare che eventuali terroristi possano tranquillamente compiere le loro “missioni”, senza essere riconosciuti. Chi non capisce che, in momenti come questi, non si può continuare a vivere come se fossimo nella piena normalità, facendo finta di nulla? Nelle condizioni attuali, poi, la proibizione del velo integrale non va assolutamente percepita come una regola antireligiosa, ma esclusivamente come una legge varata in tempi di emergenza, volta a salvaguardare tutta la società –i musulmani ed i non musulmani. In una società occidentale -e i musulmani, a parole, dicono di volersi integrare- una legge come questa deve essere giudicata solo dal punto di vista legale, senza sbandamenti e con fermezza, in tutti i luoghi pubblici e senza alcuna eccezione. Non solo: in un territorio delicato come questo, chiedere il parere o cercare l’avallo di chiunque che non sia un organo dello Stato è percepito dagli estremisti come una nostra debolezza e -soprattutto- estrema stupidità.
IL SECOLO D'ITALIA 4 AGOSTO 2005
Un paese d'intercettati
Si può parlare serenamente di intercettazioni telefoniche senza passare per una ipergarantista essendo io da sempre per il processo giusto e per la certezza della pena?
E’ possibile che in Italia, ed in particolare a Roma, Milano, Torino e Palermo vengano disposte più intercettazioni rispetto a tutti gli Stati Uniti? E’ possibile, per rimanere in Europa, che in Germania con una popolazione che è il doppio della nostra vengano autorizzate 20 mila ascolti l’anno, contro i nostri 80 mila? E’ possibile che lo Stato spenda oltre 600 miliardi di vecchie lire per spiare gli italiani?
Da una nota dell’Eurispes negli ultimi dieci anni sono state intercettate telefonate di 30 milioni di persone, ossia 3 italiani su 4. Le stime si basano sui dati del Ministero della Giustizia oltre a quelli della propria banca dati. L’istituto ritiene che il fenomeno ha riguardato almeno una volta ogni famiglia italiana,
Domande certamente crude, ma necessarie, tanto che dopo l’opportuna presa di posizione del Presidente del Senato Marcello Pera, lo stesso Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi ha opportunamente sentito il dovere di investire attraverso Virginio Rognoni, il Consiglio Superiore della Magistratura e il Consiglio dei Ministri nella sua riunione di ieri, ha chiesto una dettagliata relazione in proposito al Ministro della Giustizia Roberto Castelli.
Dopo questa introduzione volutamente provocatoria ritengo che lo strumento, odioso quanto si vuole, ma necessario, delle intercettazioni telefoniche sia fondamentale per il lavoro degli inquirenti. Ma quello su cui bisogna riflettere è l’uso che viene fatto di queste conversazioni carpite che finiscono, il più delle volte, in modo volutamente distorto sui giornali. E non mi si venga a dire in questi casi che la colpa è dei giornalisti.
Il presidente dell’Authority per la privacy Francesco Pizzetti pone la questione in modo chiaro e credo sia utile riportare il suo concetto in questa rubrica che parla proprio di Libertà. Il professor Pizzetti, come me del resto, non contesta l’uso delle intercettazioni quando avviene ovviamente legittimamente autorizzato dal Gip, ma critica una norma sulla pubblicazione dei contenuti. Secondo Pizzetti, ed io mi adopererò in questo senso alla ripresa dei lavori parlamentari, occorre modificare la norma che obbliga il magistrato a depositare e rendere quindi pubblici tutti gli atti provenienti dai tecnici all’ascolto e solo successivamente, fare lo stralcio di quelle parti che incidono sulla vita privata delle persone ascoltate. Il punto sostanziale pertanto è quello di accertare il rispetto della legge per quanto concerne il trattamento dei dati sensibili: il diritto alla riservatezza va tutelato, e sarebbe opportuno se si escludessero quindi quelle conversazioni non interessanti ai fini della giustizia prima della loro divulgazione.
Nel rendere pubblica senza alcun stralcio preventivo una intercettazione, si ravvisa una sconcertante violazione della privacy che distrugge, senza senso né motivo, la vita di molte famiglie. C’è un altro aspetto che intendo esaminare e che, proprio ieri, mi è stato segnalato da un notissimo e autorevole pubblico ministero in servizio: per ragioni di tempo e di comodità l’operatore che ascolta la telefonata registrata finisce il più delle volte per fare una sintesi della conversazione trascrivendo solo quelle frasi che gli sembrano più utili ai fini dell’indagine. Tecnicamente si chiama “brogliaccio” e già il solo termine la dice lunga. Questa discrezionalità va fortemente limitata.
Il contesto in cui si svolge una telefonata è la chiave per capire il rapporto che c’è tra due persone. Se io dico ad una amica al telefono “quello lo ammazzerei” – e non c’è persona che io conosca che almeno una volta non l’abbia detto – non è certamente quello il mio pensiero, ma un semplice sfogo o uno stato d’animo momentaneo. Riportare una singola frase, per di più su un giornale, è grave e assolutamente fuorviante.
Se io dico “portami quella polvere bianca” e tralascio di scrivere “perché ho il mal di stomaco e il bicarbonato mi fa bene” induco il giudice ad un grave errore. Si tratta naturalmente di due esempi paradossali e so bene che i nostri investigatori sono nella stragrande maggioranza persone per bene ed equilibrate, ma quando si parla soprattutto di libertà, occorrono regole e procedure che non diano adito a dubbi o a intercettazioni equivoche. Pertanto i cosiddetti brogliacci compilati da semplici tecnici e non dai magistrati deve essere una consuetudine che deve terminare. L’urgenza e la tempestività delle indagini non è motivo per fare scempio della privacy. Una norma semplice da introdurre sarebbe quella di vietare la pubblicazione sui giornali delle intercettazioni telefoniche se non dopo la condanna di primo grado o almeno come minimo solo dopo il rinvio a giudizio. E proprio perché le regole devono essere precise bisogna stabilire anche con maggiore accuratezza per quali reati si può inoltrare l’autorizzare all’ascolto. Al momento sono: delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni; reati contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista una reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni; delitti riguardo all’uso di armi e di esplosivi, al traffico di stupefacenti e contrabbando; ingiuria, minaccia, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, molestie telefoniche e distribuzione di materiale pedo-pornografico.
Io capisco che questo uso smodato delle intercettazioni facilita certamente le indagini, ma non è forse anche una pigrizia investigativa quella che ci fa essere il paese più intercettato del mondo? Non sarebbe meglio utilizzare sul territorio e soprattutto in questo momento, contro il terrorismo, tanti e troppi operatori costretti per ore ad ascoltare chiacchiere per di più da bar che fanno notizia e gossip sui giornali ma che certamente non servono per farci camminare tranquilli per le nostre città?
IL SECOLO D'ITALIA 28 LUGLIO 2005
Lotta al terrorismo e dialogo possibile
I rapporti con le comunità islamiche sono al centro del dibattito politico soprattutto dopo l’interessante proposta di una “Consulta”, avanzata dal Ministro dell’interno e appoggiata anche dal Ministro degli esteri, ma duramente osteggiata dalla Lega.
E’ un tema controverso perché è difficile, in un momento in cui ci si sente in guerra, rilanciare il dialogo come forma di “lotta” al fondamentalismo, ma questo è quello che ci impongono la nostra storia, la nostra cultura e anche la nostra religione. Capisco quindi perfettamente la linea del governo, ma più del dialogo, preferirei si parlasse in questo momento di collaborazione, attiva e fattiva con le comunità islamiche moderate. Un appoggio finalizzato innanzitutto a sconfiggere un nemico comune, questo terrorismo bieco che sta colpendo tutti, indistintamente, e che stravolge la vita di ciascuno di noi.
Ed è una storia che purtroppo si ripete da secoli. Il tormento -ma anche, sempre più spesso, la tragedia- dei rapporti islam-occidente sembra non avere proprio fine. E, se si pensa bene, questo succede da quando -quattordici secoli fa- le sabbie ardenti del deserto arabico produssero una religione-politica tra le più battagliere, che a i propri adepti inculca, sin da bambini, l’idea che il resto del mondo, prima o poi, con le buone o con cattive, dovrà diventare totalmente musulmano.
Perfino uno dei più grandi despoti-tolleranti medievali, l’Imperatore Federico II di Svevia e Re di Sicilia -che nell’isola era in contatto con i musulmani e ne apprezzava alcune caratteristiche del vivere quotidiano (cuscus, caccia con i falconi, languori di musiche e danze, ecc.)- a un certo punto si rese conto dell’impossibilità di convivenza con i sudditi musulmani, perse la pazienza e decise di deportarli tutti a Lucera, su quella collina affacciata sul Tavoliere.
Credo che tutto ciò debba essere tenuto in mente, ogniqualvolta si affronti il problema. Perché è ormai inutile negarlo: ciò che per molti di noi, in un primo tempo era sembrata un’incredibile occasione di apertura culturale e di crescita, costituisce ora uno dei pericoli per l’occidente, che alcuni storici hanno paragonato alle invasioni di Annibale, la cui eventuale vittoria avrebbe certamente comportato la cancellazione definitiva di quella che, in seguito, sarebbe stata chiamata, “cultura classica”.
Gli episodi di terrorismo di matrice islamica estremista -che, nei giorni scorsi, hanno cancellato decine di vite di civili inermi- spingono ora i governi dei paesi colpiti e di quelli che sono stati inseriti nella “lista nera” dei seminatori di morte a prendere provvedimenti, che non possono solo riguardare i dettagli della sicurezza in senso stretto. Ovvio che, pur necessari, non sarebbero risolutivi, dal momento che è necessario intervenire alla radice stessa del problema, che è, fondamentalmente, culturale. Da qui alla necessità di dialogare con l’Islam, il passo è breve, dal momento che noi occidentali diamo grande valore al “dialogo”. Ma siamo proprio sicuri che i musulmani la pensino allo stesso modo?
Personalmente -visto che studio la materia da tempo, soprattutto riguardo alla posizione della donna nell’Islam- avanzerei qualche piccolo, ma fondato dubbio. Dico io: perché il dialogo è chiesto (a volte con petulanza ingiustificata dalla reazione o, meglio, dalla non-reazione dei musulmani) solo ed esclusivamente da noi? Una riflessione su questo punto non sarebbe del tutto inutile. Ma chi ha voglia o tempo di riflettere?
E proprio nella direzione della promozione del dialogo va la proposta -che diventerà presto legge- del Ministro dell’interno, Giuseppe Pisanu, relativa all’istituzione di una Consulta islamica, che abbia la capacità di rappresentare la maggioranza dei musulmani “moderati” che, secondo il ministro costituirebbero il 95 per cento dei loro correligionari stabilitisi in Italia, che ormai sarebbero ben oltre il milione di unità. E aumenteranno a ritmo esponenziale.
Visto che della Consulta faranno parte solo i “moderati”, sarebbe interessante conoscere in base a quale parametro è stabilita la “moderazione” di cui è portatore ogni singolo esponente, titolare di un’autorevolezza, in base alla quale sarà intitolato ad assumersi la responsabilità di decidere in nome di centinaia di migliaia di persone. Non è un dettaglio di poco conto e non ne parlo per spirito di contraddizione. Lo faccio, anzi, con spirito costruttivo, perché vedo nel funzionamento della Consulta, probabilmente, l’ultima possibilità di trovare un modus vivendi con una comunità che, finora non ha speso moltissime energie per venirci incontro.
Lo stesso ministro Pisanu definisce “difficile e promettente per cominciare a dare consistenza e voce all’Islam italiano”, l’istituzione di un organismo rappresentativo dei musulmani. E’ forse il caso, a questo punto, di ricordare al ministro che, in ambito islamico (l’ho riscontrato personalmente innumerevoli volte, nel corso delle mie ricerche per un lavoro sull’argomento) non esiste la consuetudine di affidare ad organismi più o meno elettivi la responsabilità di prendere decisioni, dal momento che quella islamica è una religione (che, ricordiamocelo, è anche politica) che è priva di un organismo unitario, come la chiesa cattolica, per intenderci, responsabile di eventuali decisioni. In quel contesto, l’individuo-fedele si sente svincolato da un’autorità superiore: qualsiasi estremista, quindi, difficilmente potrà essere tenuto a bada. Nessuno oserebbe bloccare e neutralizzare -ce lo dice l’esperienza- un’iniziativa presa in nome di Dio, da un singolo o da un gruppo. Eventuali condanne da parte di musulmani dopo un atto di terrorismo lasciano il tempo che trovano, dal momento che mai un musulmano ha impedito un’azione terroristica progettata da un suo correligionario.
Nonostante tutto, è importante che si vada verso la decisione della Consulta, tenendo, però, bene in terra i piedi, sapendo quali sono i valori sociali, culturali e religiosi degli islamici che si siederanno attorno al tavolo di quest’organo che sta per nascere. Sono quindi d’accordo con la prudenza espressa dal Presidente dei deputati di An, Ignazio La Russa, secondo il quale “ il concetto espresso da Pisanu in generale è valido, ma nel concreto va sempre analizzata con molta attenzione, e qualche volta con giustificato sospetto, ogni realtà islamica apparentemente moderata, che tale può anche non essere”.
Ricordiamo che l’idea di costituire un organismo consultivo degli islamici aveva cominciato a fare i primi passi il 23 settembre 2004, allorché lo stesso Pisanu inviò a tutti prefetti una circolare con cui li invitava ad “agevolare l’emersione di un islam italiano, compatibile con le leggi e i valori nazionali”.
L’idea di escludere dalla partecipazione alla Consulta gli aderenti all’Unione delle comunità islamiche italiane (“Ucoii”) poiché ritenuti fin troppo vicini ai padri fondatori dell’estremismo islamico (i “fratelli musulmani”) è, in teoria una buona idea, ma qual è la sua presentabilità democratica? Come sarà “digerita” questa decisione dalla gran massa degli esclusi, -e gli aderenti all’Ucoii sarebbero di gran lunga i più numerosi- ai quali tutti i giorni diamo, giustamente, lezioni di democrazia, che però noi stessi applichiamo, a volte, in modo discontinuo?
IL SECOLO D'ITALIA 22 LUGLIO 2005
La grande opportunità del partito unitario
Il partito unico è un grande progetto e costituisce un'occasione importante per l’evoluzione politica per il nostro Paese; come tutte le grandi idee ha avuto una maturazione lenta, ma ora mi sembra che prenda forma e sostanza.
Dobbiamo continuare a lavorare adesso, non solo sui testi fondamentali da presentare dopo la pausa estiva, ma soprattutto tra la gente, sul territorio, perchè quest'idea non è ancora pienamente percepita. Il vero rischio infatti è che il partito unico venga colto dagli elettori come l'ennesima sigla, l'ennesima tattica elettorale, l'ennesimo cartello di partiti. Cosi' non è, cosi’ non deve quindi assolutamente sembrare.
La mia idea è che se vogliamo cogliere l'opportunità che ci si presenta, dobbiamo avere la determinazione, la forza e il coraggio di guardare avanti e di costruire una visione lungimirante.
Il partito unitario, la casa dei moderati e dei riformisti deve essere in grado di rappresentare, rispecchiare ed esprimere il carattere e la struttura più profondi e veri del popolo italiano. Solo così potrà essere intergenerazionale e interclassista.
Per questo la casa dei moderati non deve diventare un nuovo partito, cioè un partito in più che si sovrappone, si affianca agli altri partiti, ma un partito nuovo, cioè un partito diverso.
LE DONNE, IL NOSTRO RUOLO NELLA CASA DI TUTTI I MODERATI
In quest'ottica il ruolo delle donne è fondamentale: le donne sono state decisive per la vittoria della Casa della Libertà nel 2001 e possono rappresentare un segno di svolta.
Ma le donne non possono più essere considerate un "oggetto politico", cioè non devono limitarsi ad occuparsi di politiche tipicamente femminili. Devono diventare un "soggetto politico", cioé essere coinvolte nella politica (nella struttura del partito e nell'elaborazione del programma) a 360°, in un'ottica di complementarietà con gli uomini di cui, ricordo, le donne di destra, le donne moderate, le donne italiane, non si sentono antagoniste ma partner.
Per continuare a vincere è dunque necessario puntare sulle donne e strappare alla sinistra la sua presunta "titolarietà" a rappresentare le donne italiane.
Su cosa possono davvero impegnarsi le donne moderate italiane? Su un tema, un progetto che metta la famiglia al centro dei valori e dei programmi.
Ecco perché la casa dei moderati e dei riformisti, per essere davvero una"casa per tutti i moderati" deve presentarsi al popolo come una "grande famiglia", un concetto questo che ho recentemente già illustrato nell’ultimo convegno organizzato dal Comitato di Todi del quale sono stata sin dall’inizio una convinta sostenitrice.
L'idea del partito famiglia può essere vincente, in quanto la famiglia rispecchia la struttura sociale in cui gli Italiani credono.
L'idea di famiglia è all'altezza dei tempi: l'individualismo esasperato degli anni '80 e '90 non ha portato benefici alla nostra società, anzi, il concetto di “sana competizione” è stato stravolto. Si percepisce perciò oggi una nuova voglia di comunità, di stare insieme, di condividere, di sicurezza, di valori: la famiglia li rappresenta.
In un partito famiglia ognuno ha il proprio valore, il proprio ruolo, la propria identità unica, specifica e irrinunciabile. Ma tutti i membri fanno parte di un'unità più grande, solida e duratura delle singole individualità.
In una famiglia ci sono i padri (i padri nobili, i fondatori, i saggi) che rappresentano il passato, la tradizione, l'esperienza e custodiscono i grandi valori di cui tutti siamo eredi.
E poi ci sono i figli, che rappresentano il domani, la speranza, il futuro, l'apertura a nuove esperienze e nuove culture.
Ci sono padri e ci sono figli, ci sono i mariti e ci sono le mogli. In una famiglia, marito e moglie, uomo e donna sono complementari, non antagonisti. A volte bisogna ascoltare i consigli saggi del nonno, a volte si seguono le direttive del padre. In certi casi è la donna che vede più lontano, in altri casi i figli sono i più capaci di leggere i segni della modernità e di cogliere le opportunità che la tecnologia, il sapere, il futuro ci offre.
La famiglia resiste al tempo. Unifica il passato e il futuro, la tradizione e l'innovazione, l'uomo e la donna, gli anziani e i giovani: ci sono pensionati, lavoratori, studenti e disoccupati.
La famiglia unifica le classi sociali e le generazioni (che la sinistra ha voluto dividere e porre in contrapposizione).
La famiglia esprime l'unità nella diversità: ognuno ha un nome proprio, una storia, una esperienza unica e specifica. Ma tutti portano lo stesso cognome, che segue e accompagna il nome in modo indissolubile.
La famiglia è una forza. In una famiglia si dialoga, ci si scontra, ma la famiglia resiste unita e guarda avanti. La famiglia ragiona strategicamente, punta al benessere sul lungo periodo e per guadagnare il futuro è disposta a fare dei sacrifici.
VALORI E POLITICHE
La casa dei moderati, quindi, assume la famiglia come un valore da difendere e da sviluppare, perché nella famiglia, dentro la famiglia, vive il popolo italiano.
E politiche per la famiglia significa politiche per gli anziani, per i giovani, per i bambini, per le donne, per la sicurezza, per l'educazione, la salute e la libertà.
IL PARTITO-FAMIGLIA A DESTRA, E A SINISTRA COSA C'E'?
Se i moderati danno vita ad un partito famiglia, un partito in grado di abbracciare idealmente e di cogliere i bisogni e le speranze di tutto il popolo italiano, a sinistra assistiamo ad un equilibrio di partiti, di interessi e di leader, in cui le persone ed il popolo italiano non contano e non c'entrano nulla.
A sinistra si costruisce un partito di partiti, un aggregato di lobby, che agisce in modo miope, tattico, legato al prevalere dell'uno sull'altro.
Al partito di partiti della sinistra, noi opponiamo una grande famiglia per tutti gli italiani, un partito diverso, che ha solide radici, che esprime tante individualità, ma che alla fine si esprime e agisce come un solo uomo, come una vera e profonda unità organica e ideale.
QUALE IMMAGINE PER IL PARTITO FAMIGLIA?
Credo che il simbolo più appropriato per la casa dei moderati, per il partito-famiglia, sia un grande abbraccio che raccoglie e unisce tutti gli italiani, tutte le generazioni, tutte le differenze, tutte le classi sociali. Senza soffocarle. Emblematico, anche se forse fuori luogo, è la struttura della piazza San Pietro, il cui colonnato sembra accogliere tutti i visitatori, cristiani e non, credenti e non, in un grande abbraccio ideale, universale, eterno.
AZIONI CONCRETE
1) non dimenticare il territorio, costruire la casa degli italiani città per città, piazza su piazza, coinvolgendo tutti
2) creare un laboratorio di idee on line, a cui tutti possano partecipare, per sintetizzare e sistematizzare i diversi contributi.
E le donne di Alleanza Nazionale anche questa volta sapranno fare come sempre la loro parte con impegno, passione e determinazione.
IL SECOLO D'ITALIA 14 LUGLIO 2005
Nel diritto di famiglia non più figli e figliastri
Basta con i figli di serie A e quelli di serie B all'interno di uno stesso nucleo familiare. Forse ce la possiamo davvero fare ad approvare prima della pausa estiva il provvedimento legislativo, di cui sono prima firmataria, per l'equiparazione dei figli legittimi con quelli naturali. In tempi di così rapidi mutamenti, credo sia prioritario, nell'interesse di migliaia di famiglie che questa proposta diventi legge dello Stato mettendo magari anche da parte la questione controversa dei matrimoni tra gay. Il Presidente della Camera Pierferdinando Casini mi ha detto che la calendarizzazione è ormai prossima ed è già all'attenzione della conferenza dei capigruppo.
La filiazione naturale e le modalità del totale riconoscimento dei diritti del figlio "illegittimo" costituiscono infatti una sfida interessante nell'evoluzione dei modelli di organizzazione familiare all'interno della struttura sociale del nostro paese. L'attuale risposta del nostro sistema normativo è parziale e deve ancora adeguarsi agli enormi cambiamenti che si sono verificati in questi ultimi anni. Ho letto che in Francia, un figlio su due nasce senza matrimonio, in Italia non si è giunti a questa percentuale ma da un rapporto del 2003 dell'Istat risulta che su 542.629 di nuovi nati, 74.592 sono figli naturali (13,74%).
La riforma del diritto di famiglia del 1975 ha profondamente innovato la disciplina complessiva del codice civile del 1942 (ispirata ai modelli normativi del code Napoléon e del codice del 1865) ma ancora oggi purtroppo non è adeguata, e nei fatti, conferma, nei confronti della filiazione "illegittima", una logica discriminatoria. Ad esempio vige ancora l'assurdo principio per cui il figlio naturale riconosciuto non assume vincoli di parentela (art. 74 del codice civile) con i parenti del genitore (la sorella del papà non è la zia per intenderci). Un'ulteriore discriminazione poi avviene nell'ambito delle successioni "mortis causa" se, infatti l'art. 537 del codice fissa nella medesima misura la quota di riserva a favore dei figli sia legittimi che naturali, lo stesso articolo attribuisce poi ai figli legittimi il cosiddetto "diritto di commutazione", vale a dire una sorta di diritto di prima scelta al quale il figlio naturale è vero che si può opporre, ma solo intentando una vera e propria causa civile con il risultato non sicuro, tempi lunghissimi e costi considerevoli. Un'altra assurda differenza di trattamento si riscontra nella disciplina del disconoscimento: nell'ipotesi di figlio legittimo, l'azione è decisamente limitata entro il termine per la madre di sei mesi dalla nascita, per il padre entro un anno, sempre dalla nascita, o dal giorno in cui ne avuto notizia. Invece per il figlio naturale, l'impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità è imprescrittibile e può essere proposta da chiunque vi abbia interesse (art. 264 del codice civile). In questo modo si nega ad una persona la certezza del suo "status" di figlio. In una società civile credo proprio che ciò non debba accadere non si possono far ricadere le scelte degli adulti che magari hanno deciso di non sposarsi, sui figli. Ed è per questo che la proposta presentata in Parlamento chiede di eliminare quelle discriminazioni che fanno "figli e figliastri". In primis, l'eliminazione dell'istituto della legittimazione dei figli naturali riconosciuti, esso è cosa dovuta a queste persone finora considerate discendenti di seconda categoria. Tutto il resto, è "a cascata": se esiste un genitore che lo ha riconosciuto ci dovranno essere anche i relativi vincoli di parentela, sia in linea retta che collaterale; se un figlio naturale è riconosciuto non può essere valido il "diritto di commutazione" facendo giustamente salvo il diritto di prelazione dei coeredi in caso di alienazione dei beni ereditati; infine l'esercizio dell'impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità deve prevedere le stesse condizioni (termini e soggetti legittimati) previste per il disconoscimento della paternità del figlio legittimo. La famiglia, nel suo concetto sociale è indubbiamente cambiata e il nostro ordinamento deve adeguarsi a fornire risposte chiare e precise a tutti i cittadini, pertanto solo passando queste modifiche all'attuale legge, si tuteleranno i soggetti più deboli, i minori, e ci saranno genitori e figli senza categorie.
IL SECOLO D'ITALIA 7 LUGLIO 2005
Lotta alla droga, priorità indifferibile
Ed è questo un fatto grave. Se ciò non fosse davvero possibile, dobbiamo comunque pensare di “far passare” almeno due punti. Essi sono la definizione della quantità di sostanza stupefacente che comporta reato e la possibilità per i giovani che hanno commesso un reato correlato all’uso della droga di scontare tutta la pena in comunità senza andare in carcere.
E’ il minimo che i nostri gruppi parlamentari possono accettare; dal canto mio, mi batterò con ogni mezzo assieme a tutte le donne di An, perché il disegno di legge Fini possa diventare legge dello Stato in questa legislatura. Lo Ritengo uno di quei provvedimenti che qualifica la presenza della destra nel governo, come hanno sottolineato con forza anche Maurizio Gasparri, Riccardo Pedrizzi e Alfredo Mantovano.
Alla luce degli ultimi dati che vengono dall’Italia e dall’estero, la priorità sulla droga deve essere assoluta, a costo di un duro confronto con i nostri alleati.
E’ un “mercato” dalle cifre impressionanti, una stima dell’Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime) relativamente all’anno 2004 parla di 322 miliardi di dollari di giro d’affari e, purtroppo, è un traffico che non conosce crisi e si adatta velocemente alle “mode” del momento.
Sempre dal Rapporto mondiale Unodoc, l’aumento dei consumi degli stupefacenti è generalizzato in quasi tutti i paesi, dal Sudamerica al Medio Oriente, mentre in Europa la situazione nel 2003 è stata giudicata “stabile”.
Nel nostro paese invece la tendenza è contraria, in base alla Relazione annuale 2004 sullo stato delle tossicodipendenze presentata al Parlamento dal ministro Carlo Giovanardi, si è rilevata una crescita consistente, in particolare tra gli studenti, nel consumo di derivati da cannabis, di psicostimolanti e di cocaina. Un dato sconcertante è che l’approccio alle droghe si verifica sempre di più in età adolescenziale. E, per quelle famiglie che entrano in contatto con questo mostro, si apre un periodo penoso che spesso purtroppo si trasforma in tragedia. Per questo è vitale disporre di una legge che ne contrasti la vendita e l’uso, ma che, allo stesso tempo, consenta di recuperare quelle persone che hanno deciso di uscire dal “buco nero”.
Con l’Associazione Solidarietà2000 che presiedo, ho avuto l’opportunità di essere a contatto con la realtà del carcere di San Vittore, quella della detenzione è una realtà che nessun giovane dovrebbe mai vivere.
A livello europeo inoltre, in materia di droga, il Piano d’azione adottato dal Consiglio, impegna i singoli Paesi a conseguire sei obiettivi comuni: ridurre in misura rilevante la prevalenza del consumo di stupefacenti e il numero di nuovi consumatori di età inferiore ai 18 anni; abbassare in misura sostanziale l'incidenza degli effetti negativi per la salute legati al consumo di stupefacenti e i decessi correlati all'uso di droghe; aumentare in misura rilevante il numero di tossicodipendenti sottoposti con successo a trattamento; diminuire in misura sostanziale la reperibilità di droghe illecite; ridurre in misura rilevante i reati legati alla droga; ridurre in maniera consistente il riciclaggio di denaro sporco e il traffico illecito di sostanze chimiche per la produzione di droghe.
In poche parole prevenzione, coordinamento tra gli operatori e autorevolezza nei provvedimenti.
La prevenzione in questo campo è indice di civiltà, prevenendo si diffonde la cultura dei danni irreversibili che il consumo delle sostanze stupefacenti può provocare. Alcuni dati del Ministero dell’Interno indicano che nel 2002 ci sono state 516 morti riconducibili “direttamente” all’uso di droghe, sono tante 516 famiglie nel dolore. Coordinamento vuol dire un controllo a tutto campo di ogni aspetto legato al fenomeno, quindi maggiore possibilità di successo. Autorevolezza nelle decisioni per far in modo che non si perda tempo prezioso.
E la legge Fini va in questa direzione. E’ una battaglia che An non può e non deve perdere a costo di scontrarsi anche duramente con gli alleati di governo che considerano altre priorità. Per noi è questa, senza se e senza ma.IL SECOLO D'ITALIA 30 GIUGNO 2005
Incoraggiamo le donne a denunciare le violenze
Almeno c’è un fatto tristemente “consolante” in questa terribile escalation di violenza verso le donne. La presa di coscienza, da parte di moltissime vittime, che i criminali che compiono queste azioni vanno immediatamente denunciati.
La cronaca ci riporta, in questi ultimi mesi, episodi di una violenza veramente atroce, come quella dell’assassinio delle due donne, madre e figlia, in provincia di Campobasso da parte di Angelo Izzo, il massacratore del Circeo. Una legge, a volte troppo permissiva o forse adottata in modo troppo “leggero”, ha fornito l’opportunità a questo incallito delinquente di occuparsi di problematiche sessuali in una struttura di servizi sociali. Ciò non sarebbe dovuto accadere.
Non ci debbono essere tentennamenti o attenuanti da parte delle Autorità a perseguire chi si rende colpevole di questi atti, perché ciò aiuta anche le donne a denunciarli e ad aver fiducia nello Stato.
E’ da incoraggiare fortemente la tendenza degli ultimi tempi che la donna venga “allo scoperto” perché, proprio grazie al suo coraggio, si comincia a trovare giustizia. Le donne, anche se giovanissime, come spesso accade, hanno capito che non è un reato da tenere chiuso nella propria anima, ma che va immediatamente riportato alle Forze di Polizia per far si che non si ripeta.
Gli episodi di questi giorni ne sono la conferma. Alcuni stupratori sono stati infatti identificati e arrestati, ed altri complici stanno per essere assicurati alla giustizia.
Il violentatore o il “branco” devono essere braccati subito dopo il loro crimine. Purtroppo, per troppi anni e per una mentalità sbagliata, le violenze verso le donne sono state considerate un crimine del quale le stesse vittime si dovevano vergognare, quasi che fossero loro le istigatrici. Nella famiglia e nella società si riscontrava una sorta di rimozione “del fatto” che però finiva per creare un ulteriore trauma al già pesante “colpo” subito.
La professoressa Alessandra Graziottin con una interessante intervista afferma che le donne tacciono per timore di non essere credute, oppure perché sono state minacciate. Comunque chi subisce la violenza sessuale, ha un’esistenza rovinata. La sessualità e la loro autostima vengono fortemente compromesse e si entra in un vortice di vissuto negativo che le fa sentire un essere inferiore, indegno di recuperare una relazione stabile con l’altro sesso. Parole di pietra, come quelle che definiscono la violenza come un “assassinio dell’anima”.
Ecco perché è fondamentale denunciare immediatamente i violentatori, così come si fa per i ladri ed i rapitori. Più denunce vuol dire che sarà possibile circoscrivere il fenomeno con maggiore facilità, un po’ come si è fatto con i sequestri di persona. Il violentatore infatti poggia gran parte della sua azione sull’impunità. Gli bastano pochi giorni per tornare nell’anonimato che lo rende “forte” della sensazione di “avercela fatta” e lo predispone a preparare altre violenze.
Recentemente l’Istat ha reso nota un’indagine sulla “sicurezza dei cittadini” prendendo in esame un campione formato da 60 mila famiglie e da 23 mila donne, tra i 14 e i 59 anni. Risultato: un’italiana su due (10 milioni) tra casa e luogo di lavoro è vittima di violenze. Mezzo milione, almeno una volta nella vita ha subito una violenza sessuale o un tentativo di violenza, più al Nord e nelle metropoli che al Sud. Sono persone conosciute quelle che esercitano la brutalità: nel 23,5% dei casi l’autore è un amico, nel 15,3% è un collega o il datore di lavoro (il 55% di queste donne ha dovuto lasciare l’incarico) nel 6,5% il fidanzato o l’ex, nel 5,3% il marito o l’ex, nel 18% un estraneo.
Per gli stupri invece cresce il ruolo del marito o dell’ex (20,2%), cala invece quello dell’estraneo (3,5%).
Per ora è il 10% delle donne denuncia la violenza subita. Ed è proprio questo 10% che dobbiamo far aumentare. Ancora una volta una battaglia di tutte le donne, per le donne.
SECOLO D'ITALIA 23 GIUGNO 2005
Una bella battaglia per la quale impegnarsi
Non abbiamo perso un attimo. Con buona pace di quella grancassa mediatica messa su dalla sinistra che bollava falsamente noi donne di An come persone contro la scienza e la ricerca.
Una battaglia che dalle urne, però, è uscita sconfitta in modo chiaro e netto perché ancora una volta, gli italiani hanno capito che su argomenti così delicati occorre, come abbiamo sempre detto, molto buon senso e fiducia verso il Parlamento.
Occorrono leggi che vanno applicate e monitorate per un certo periodo, in modo da verificarle sul campo e non, come si chiedeva, cassate prima ancora di partire.
E proprio perché noi astensionisti guardiamo alla scienza come un’opportunità e non una crociata, ci siamo riuniti in un gruppo interparlamentare di deputati e senatori per presentare un disegno di legge in materia di donazione del cordone ombelicale secondo una linea che non danneggi l’uomo ma sia al suo servizio.
E ritengo che noi di An che siamo per la vita e la scienza, dobbiamo continuare ad essere su questo argomento in prima linea, divulgando questa importante e vitale iniziativa.
L’utilizzo di cellule staminali emopoietiche prelevate dal sangue del cordone ombelicale rappresenta oggi la via scientificamente più percorribile ed eticamente accettabile, oltre ad essere una delle soluzioni più “a portata di mano”. Infatti non esiste alcuna controindicazione né per la donna né per il bambino, in quanto si tratta di recuperare il sangue da tessuti (cordone ombelicale e placenta) che altrimenti verrebbero distrutti. Le cellule staminali presenti in questo sangue sono identiche a quelle presenti nel midollo osseo e pertanto hanno la capacità di generare globuli rossi, bianchi e piastrine. Allo stato attuale delle ricerche, esse possono essere utilizzate per la cura delle persone colpite da leucemia, talassemia e altre patologie, sottolineo inoltre che sono preziose anche negli studi sul morbo di Parkinson e di Alzheimer.
In questa materia è improprio parlare con termini di “mercato”, però, se si vuol semplificare, si può immaginare una domanda e un’offerta il cui 35% della domanda, (cioè dei pazienti affetti da leucemia e linfomi che sono in attesa di un trapianto di midollo osseo) non dispone di una risposta, (cioè di un donatore compatibile né in ambito familiare né nei registri internazionali dei donatori); questa “fetta” può essere tranquillamente coperta dal sangue del cordone ombelicale, e rappresentare un’importantissima alternativa ai donatori. Addirittura, a volte, può essere migliore in termini di reazione immunitaria del paziente
E’ doveroso far presente che secondo i ricercatori non avrebbe senso utilizzare cellule staminali prelevate dal proprio cordone per curare una malattia genetica del proprio bambino poichè il rischio di una “lesione” del Dna sarebbe infatti troppo alto. Comunque ad oggi, in Italia è proibita la conservazione del cordone ombelicale per l’uso esclusivamente autologo, al contrario degli Stati Uniti dove è permessa; invece, per entrambe i paesi, la normativa prevede la conservazione in strutture accreditate sia pubbliche che private.
In Italia, la prima banca di sangue del cordone ombelicale fu istituita nel 1993 a Milano, (è stata una delle prime al mondo) oggi ne esistono 15 i cui dati confluiscono nel capoluogo lombardo a sua volta collegato con il circuito mondiale. Gli altissimi standard di professionalità e di qualità fanno si che il ruolo svolto dall’Italia in questo settore, sia considerato a livello internazionale molto importante. Attualmente è in fase di realizzazione un’organizzazione nazionale coordinata dal Centro Nazionale Trapianti che raduna tutte le banche riconosciute dalle regioni.
Quindi le mamme italiane che, al momento del parto decidono per la donazione, mettono a disposizione di tutti le preziose cellule staminali, ma ad oggi, tuttavia, soltanto il 20-25% delle partorienti (su circa 600.000 parti all’anno) decidono di donare il proprio cordone.
La causa di questa bassissima percentuale è paradossale se si pensa all’ottimo lavoro svolto finora dai centri di raccolta, questo è dovuto semplicemente ad una insufficiente informazione. Molte donne non sono neppure a conoscenza di questa possibilità.
L’obiettivo quindi è, migliorare l’informazione ed incrementare gli ospedali in grado di raccogliere il sangue placentare (oggi sono 200 in tutto il territorio nazionale) con la possibilità di attivare anche un servizio di raccolta mobile in ambito regionale.
Sarebbe un orgoglio nazionale perché, come ha detto un valoroso Medico -con la M maiuscola- come Domenico Di Virgilio, sottosegretario al Ministero della Salute, c’è in Italia il primato internazionale nella ricerca medica relativa alle cellule staminali del cordone ombelicale. Estendiamo quindi questo primato anche nella donazione del cordone.
Questa è davvero una bella battaglia per la quale dobbiamo lottare tutte insieme.
IL SECOLO D'ITALIA 16 GIUGNO 2005
La lezione del voto
E´ vero, è più difficile a fare che a dire: ma su principi e valori non si dovrebbe neppure discutere. E´ lì infatti la nostra identità, il nostro passato e il nostro futuro. Mi rendo conto che è una scelta che all´apparenza può sembrare oscurantista, soprattutto in un mondo in cui le sirene politiche intellettuali e culturali della sinistra suonano uno spartito che spesso frastorna e confonde rendendoci dubbiosi e incerti.
Ci fanno vedere un Paese che non c´è, ma che appare prepotente sui quotidiani, sulle copertine dei settimanali, alla tv e alla radio. Ma l´Italia vera è, grazie a Dio, un´altra. Più matura e responsabile che non si fa né condizionare né intimorire.
E´ l´Italia che, nel recente referendum, ha dato ragione al Parlamento il quale, dopo un dibattito durato molti anni, ha legiferato su una materia delicata come la procreazione assistita. Ma, senza attendere neppure l´applicazione della legge, la sinistra ha chiamato a raccolta gran parte del suo popolo (si fa per dire visto come è finita..) per rimetterla in discussione.
La maggior parte delle donne di Alleanza nazionale si sono battute per l´astensione apprezzando molto l´indicazione del partito che ha lasciato libertà di coscienza. Personalmente l´astensione era coerente con il voto parlamentare che avevo dato e anche perché, come avevo fatto con un ordine del giorno, ritenevo che la legge andasse sperimentata e poi, a risultati in mano, eventualmente modificata.
Ma ora non è questo il punto, dobbiamo invece capire la grande lezione del voto. Quando si parla di vita, cioè del massimo valore nel quale noi crediamo e ci battiamo, non sono ammesse divagazioni. L´idea, solo l´idea di poterla manipolare, in qualche modo ci atterrisce e ci fa comportare di conseguenza. Il voler solo pensare di stravolgere l´orologio biologico che è in noi, ci fa fare un passo indietro. Vediamo la scienza come una straordinaria opportunità, senza però fare della scienza il faro della nostra esistenza.
Noi siamo certamente per la ricerca, ma non accettiamo di pagare per questo un prezzo troppo alto sul piano dei valori nei quali crediamo. E se riflettiamo su quello che succede in alcune parti del mondo di questi tempi, ci accorgiamo che è esattamente quello che sta avvenendo. Nell´America di Bush che proprio sul ritorno dei valori religiosi ha vinto le elezioni, ma anche nella Francia di Sarkozy o nella Germania di oggi, attratta, sembra proprio sul piano dei valori, da una donna.
E´ volutamente fuorviante far credere che l´Italia si sia fatta suggestionare da questo nuovo straordinario Papa o dal presidente della CEI, che nell´occasione hanno fatto quello che loro compete. Ma perché Bonolis si e Ruini no?.
L´Italia di oggi si domanda se su valori come la sacralità della vita si possa innescare una trasformazione, quasi una mutazione vertiginosa, come si interrogava anche Claudio Magris. E la risposta è stata netta, e per una volta almeno non soggetta al politichese.
La risposta è che sui valori non si discute. Come sulla vita o sulla famiglia. E da qui dobbiamo tutte insieme proseguire le nostre battaglie. Di civiltà e di libertà.
Per il 2 luglio prossimo, in occasione della nostra Assemblea Nazionale dobbiamo preparare insieme un documento su quelli che sono i nostri valori. Io penso che, a noi donne, nessuno possa insegnare i veri valori sui quali credere, perché noi stesse, come madri, li conosciamo da sempre e li insegniamo ai nostri figli.
E allora, care amiche, non perdiamo all´interno del nostro partito, la possibilità di essere noi a segnare una volta tanto in che direzione la nostra destra deve andare.
IL SECOLO D'ITALIA 9 GIUGNO 2005
Difendo la legge che ho votato
Le donne di Alleanza nazionale hanno molto apprezzato la posizione del partito, ribadita anche ieri dal presidente Fini, di lasciare libertà di coscienza per il referendum di domenica e lunedì prossimo.
Molte di noi si stanno orientando per l´astensione considerando proprio l´astensione il modo più pragmatico, né laico, né cattolico, di affrontare questo importante test che ha così forti significati etici, morali e scientifici.
La mia decisione di astensione nasce dal fatto che ho votato questa legge e che non si è voluto neppure aspettare la sua applicazione per smontarla attraverso l´istituto referendario. Una legge peraltro che ricalca in gran parte quella approvata in un ramo del parlamento da quella stessa sinistra nella scorsa legislatura che oggi è in prima fila per contestarla.
Avevo sempre detto che sarebbe stato opportuno un monitoraggio di almeno un anno per poter poi eventualmente modificare quei punti più controversi. Si è voluto forzare invece la mano per una chiara operazione politica e per far partire una crociata di cui non si sentiva proprio il bisogno.
E la crociata è arrivata al punto di mettere anche in discussione, cosa alla quale nessuno crede neppure per un attimo, la legge sull´interruzione di gravidanza.
Ed a proposito della legge sull´interruzione della gravidanza mi fa inorridire chi a sinistra la considera come una conquista per le donne. Non è una conquista, è purtroppo una tragedia, alla quale si fa ricorso per motivi personali o sanitari a volte davvero drammatici. Non conosco una donna, una sola donna, che non abbia vissuto l´interruzione di gravidanza, anche se voluta, comunque come un dramma.
Sono profondamente convinta, come hanno sostenuto 103 giuristi tra i quali presidenti emeriti della Consulta, che l´astensione è uno strumento "giuridicamente legittimo" e il non votare ai quattro referendum di abrogazione parziale della legge sulla procreazione assistita, significa fare una scelta consapevole, a difesa della dignità dell´uomo, mantenendo in vigore la legge attuale senza escluderne successive modifiche migliorative in sede parlamentare.
Mi riconosco perfettamente nelle dichiarazioni Riccardo Chieppa quando dice che la legge "ha permesso di fare un passo avanti, ma è imperfetta e deve essere migliorata. L´astensione è un mezzo per costringere il Parlamento a ritornare su di essa, mentre con l´approvazione dei quattro Si il Parlamento non lo farebbe e si creerebbe una serie di vuoti difficilmente colmabili con l´interpretazione, a partire dalla tutela del nascituro, che non saprà chi è il padre o la madre". Di pareri così importanti ritengo che se ne debba tener conto.
Due ultime considerazioni. Ho trovato davvero disdicevole l´uso che alcuni programmi televisivi hanno fatto di bambini portatori di forti handicap in relazione alla possibilità di guarigione utilizzando gli esperimenti sulle cellule staminali embrionali. Su questo la comunità scientifica ancora oggi si divide.
Nessuno ha diritto di creare questo tipo di illusione e di speranze in persone già tanto provate dalla vita. Inoltre, ancora una volta, tutto il dibattito ruota sempre e solo attorno al corpo della donna, e le donne su questo, non sono riuscite a trovare una posizione unitaria finendo per farsi tirare la giacca per una questione che invece dovrebbe essere principalmente "soltanto loro".
Piuttosto perché tutte insieme, di destra e di sinistra, laiche e cattoliche, non facciamo una grande battaglia a cominciare dall´uso intelligente dei cordoni ombelicali. Essi sono una straordinaria "fabbrica" di cellule staminali adulte considerate, nel mondo scientifico, una base di ricerca da potenziare anche perché gli esperimenti hanno dato risultati positivissimi, al contrario delle cellule staminali embrionali che invece pare abbiamo generato nelle cavie da esperimento forme tumorali.
Cominciamo da qui. Possibilmente senza fare polemiche e senza alzare steccati. E´ una battaglia che può essere vinta facilmente ed il cui risultato sarà per tutti. Proviamoci.
IL SECOLO D'ITALIA 2 GIUGNO 2005
Proposte concrete per una politica al femminile
Proposte concrete per una politica nell´interesse delle donne e della famiglia con una sana aria di mobilitazione sul territorio per un unico vero obiettivo: prepararsi a vincere le elezioni del 2006.
Questo il significato della riunione di martedì sera delle donne della Casa delle Libertà. Si è discusso di temi vicino alle donne: dai servizi ai trasporti, dall´effetto euro alla "calmierizzazione" dei prezzi, e non del partito unico come da qualche parte è stato scritto erroneamente e forse anche malevolmente.
Il dibattito sul partito unico è infatti appena iniziato tra i leader dei nostri partiti e allo stato attuale l´ascolto è l´unico strumento di partecipazione. Noi donne di Alleanza nazionale ci presentiamo unite per cercare di risolvere i problemi di ogni giorno e, in fatto di unità, noi di An stiamo dando all´interno e all´esterno del partito una grande prova di compattezza e di sana democrazia. Partite con l´Assemblea nazionale di Roma fortemente appoggiata da Gianfranco Fini, e la riunione di tutte le coordinatrici regionali, grazie al lavoro e all´impegno delle vice-coordinatrici Barbara Saltamartini e Noemi Sanna, ci siamo sempre trovate d´accordo per parlare solo di contenuti, di programmi ed organizzazione.
Le donne di Alleanza nazionale hanno voglia di mobilitarsi sul territorio per comprendere meglio le esigenze del nostro elettorato, evitando di parlare di quote e di tutto quel bagaglio di rivendicazioni femminili e femministe che rappresentano una discussione vecchia, inutile e forse dannosa.
Lo schema che come donne di An abbiamo in mente, soprattutto quando sembra occorra recuperare situazioni di svantaggio, si rifà a quello che in America viene chiamato "listening tour", cioè giri mirati per ascoltare e capire le esigenze della gente.
Si tratta di una tecnica ormai consolidata che consiste in un giro d´ascolto nelle zone maggiormente colpite dall´erosione elettorale, finalizzata ad intercettare e raccogliere direttamente le istanze espresse dalle vive realtà sociali ed economiche del paese (centri grandi e piccoli, distretti industriali, ospedali, centri commerciali, università, scuole, caserme).
Il caso più recente e significativo di questo genere di "movimentismo" viene proprio dall´amministrazione Bush che ha recuperato consensi elettorali conquistando la vittoria nelle ultime elezioni.
La novità che si vorrebbe portare avanti è il fatto che noi, donne di An, pensiamo di fare questi viaggi per l´Italia insieme. La gente vuole vederci unite. Unite ad ascoltare, unite a proporre soluzioni ai loro problemi quotidiani. L´arma vincente è nella nostra unità e nella nostra concretezza.
Noi vogliamo partire dalle questioni reali per cercare di risolverle e vincere nel 2006. Come abbiamo detto nella nostra Assemblea nazionale: "piazza su piazza, porta a porta". E questo tutte insieme, senza correnti, noi donne di An "vogliamo fare" trasmettendo il nostro entusiasmo e la nostra unione alle altre donne della Casa delle Libertà e puntando sempre sui valori sui quali crediamo.
Il resto non sono che chiacchiere che rispediamo volentieri al mittente.
IL SECOLO D'ITALIA 26 MAGGIO 2005
"Oriana Fallaci"
Vittorio Feltri sintetizza con la sua indiscutibile abilità giornalistica: da Palazzo Madama a San Vittore. E´ un paradosso, ma fotografa perfettamente la situazione.
Nei mesi scorsi ci siamo tutti mobilitati, grazie all´iniziativa del quotidiano "Libero" e abbiamo raggiunto 70 mila firme per un appello, per ora inascoltato, al Presidente Ciampi per nominare Oriana Fallaci senatore a vita.
Sono certa che il Presidente sta vagliando questa richiesta nata tra la gente e sottoscritta anche da persone che, come me, certamente non condividono tutte le opinioni della scrittrice. Oggi, un Gip della Repubblica - evito volutamente di indicare il nome perché sono convinta che gli atti di tutti i procedimenti giudiziari sarebbero molto più equilibrati se ci fosse almeno l´anonimato degli estensori dei provvedimenti fino a che essi non diventano definitivi - chiede di mandare a giudizio Oriana Fallaci per alcune espressioni usate nel suo libo che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo : "La forza della ragione".
Il Gip scrive tra l´altro : "...sta di fatto che il complessivo argomentare della scrittrice è accompagnato da talune espressioni... -che ad avviso di questo Giudice- sono inequivocabilmente offensive nei confronti dell´Islam e di coloro che praticano quel credo religioso, in quanto esse sono volutamente dirette a disegnarne una immagine temibile, connotata non soltanto dalla sanguinaria ostilità verso il mondo occidentale, ma anche da costumi retrivi e spregevoli. Sussistono pertanto, elementi sufficienti perché, potendosi nella fattispecie configurare, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo, il reato di cui all´art. 406 in relazione all´art. 403 c.p. (Delitti contro i culti ammessi nello Stato), la valutazione definitiva dell´operato dell´indagata sia demandata al Giudice di cognizione..."
Già da tempo mi sto battendo in Parlamento per introdurre una norma che abolisca i reati i opinione. E´ davvero incredibile come ha sottolineato anche il ministro della Giustizia Roberto Castelli, che questo tipo di reati ancora sopravvivano nel nostro Codice.
Con il caso della Fallaci si pone l´accento su una questione delicata che è stata discussa nella nostra storia normativa molte volte, fin dal lontano 1889 con il codice Zanardelli. Il punto su cui ruota tutto è: la libertà. E´ questa la parola chiave alla quale una società civile deve far riferimento, libertà di pensiero, di espressione, perché ciò si traduce in confronto, in rispetto, in conoscenza, per una dialettica civile che ci porrà a guardare il mondo con la giusta obiettività, a prescindere dai nostri credi politici e religiosi.
L´autrice di "lettera ad un bambino mai nato" è stata sempre pronta a far riflettere i suoi lettori, trasferendo spesso le sue esperienze personali nei suoi scritti (così fu anche per il libro "un uomo" steso dopo la perdita di una persona a lei cara) inoltre, ha usato sempre toni forti, - cito testualmente un brano di una sua intervista del 1979, tempi in cui non si pensava ancora al "pericolo Islam": «Ho sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare. Chi ama la vita è sempre con il fucile alla finestra per difendere la vita... Un essere umano che si adegua, che subisce, che si fa comandare, non è un essere umano» - Toni che le sono propri da sempre, toni che comunque fanno capire al lettore, che ella ha il coraggio di prendere una posizione in base alla sua morale e alle sue esperienze, ricordiamo che la Fallaci è di casa a New York, ed il dramma delle Torri Gemelle l´ha colpita da vicino, toni che fanno emergere riflessioni, curiosità. E´ questo lo scopo dell´autrice.
Come si può solo discutere di voler condannare ciò? Se ne può parlare, dibattere, non essere d´accordo, ma sicuramente non condannare: la Fallaci esprime un propria opinione con la quale si può o meno essere in sintonia, sta a noi, in base alla nostra "morale", stabilirlo.
Quest´ultima iniziativa giudiziaria che parte da Bergamo deve servire ora per una grande mobilitazione generale tesa ad abolire ogni reato di opinione del Codice.
IL SECOLO D'ITALIA 19 MAGGIO 2005
Un tavolo comune delle donne di destra
E´ sempre stimolante ed emozionante fare le riunioni a Montecitorio nel Palazzo del Gruppo di Alleanza Nazionale, nella grande sala dedicata a Pinuccio Tatarella, l´indimenticabile leader del partito che ha aperto le nostre menti ed allargato i nostri confini.
E proprio nella Sala Tatarella ci siamo riunite, con le vice-coordinatrici Barbara Saltamartini, Noemi Sanna, e con tutte le coordinatrici regionali del dipartimento Pari Libertà.
Gli argomenti all´ordine del giorno erano tanti, abbiamo parlato di contenuti, di programmi, di prospettive e non di organigrammi, in quanto tutte le coordinatrici regionali sono state riconfermate all´insegna dell´unità e del superamento delle correnti, come peraltro avevamo già fatto nella nostra prima assemblea di Roma nel febbraio scorso.
Ed è con questo spirito che una parte importante della riunione si è concentrata sulla linea da tenere in vista del referendum sulla procreazione assistita previsto per il 12 giugno prossimo.
Non piace a nessuna di noi questa pseudo-crociata religiosa che si sta sviluppando. Io non mi sento affatto una parlamentare confessionale e voglio avere un approccio laico davanti ad un problema che scuote prima di tutto le nostre coscienze.
E da laica, è il mio approccio al tema. E´ stata approvata - anche con il nostro voto - dal Parlamento, una legge discutibile quanto si vuole, ma che mette comunque finalmente fine ad un far west inaccettabile e vergognoso, soprattutto per le donne. Ho sempre detto che gli effetti di questa legge andavano monitorati per un certo periodo, per poi apportare, se ce ne fosse stato bisogno, le adeguate modifiche. Si è scelta un´altra strada, e si cerca ora, una lacerazione nel paese della quale davvero non si sente alcun bisogno.
Noi donne di An, abbiamo molto apprezzato la posizione del partito - ufficializzata peraltro dopo la nostra riunione - di lasciare libertà di coscienza, perché, in questo caso, lo ribadisco, è davvero un problema innanzitutto di coscienza. E dobbiamo avere quindi il giusto rispetto per le posizioni assunte da ciascuno di noi con grande chiarezza e trasparenza.
E´ una materia però dove non credo si possano avere troppe certezze e convinzioni. Personalmente mi sento "piccola" e piena di dubbi davanti ad un tema con sfaccettature così drammatiche che implicano vita, salute, sentimenti. Ammiro, ma non riesco a capire come si possano avere idee così nette su alcuni punti, dove i confini non sono affatto determinati neanche da alcuni dei più autorevoli scienziati del mondo, e per questo, gli stessi esperti non hanno indicato una posizione comune.
Libertà di coscienza che nel mio caso e nel caso di tutte le coordinatrici regionali, si trasformerà in una scelta di astensione, pronte tutte, dopo il 12 giugno, a rivedere, in un clima più pacificato senza più steccati e crociate, le modifiche da apportare.
E´ proprio in questa direzione che abbiamo deciso di dare impulso anche ad un tavolo congiunto delle donne che rappresentano tutti i partiti della Casa delle Libertà, perché, soprattutto dopo il successo (non annunciato!) di Catania, dobbiamo pensare al futuro della coalizione. Confrontandoci sui fatti e lasciando da parte leadership e organigrammi.
Non si vince solo con i nomi ma con programmi condivisi. Le battaglie da fare insieme cominciano sin da oggi con la lunga e difficile sessione di bilancio che è ormai alle porte. E´ in questa sede che noi donne della Casa delle Libertà dobbiamo trovare idee e risorse per la famiglia, i giovani e le imprese. Riusciremo a spuntarla, forse anche con un nuovo soggetto politico, ma a condizione di portare avanti idee chiare, semplici e comuni. Noi donne, con la concretezza che ci contraddistingue, questo faremo. E credo che "il tavolo" diventerà operativo sin dalla prossima settimana. Con la speranza che serva da esempio per gettare le basi per una nuova unità nella Casa delle Libertà per vincere nel 2006.
IL SECOLO D'ITALIA 12 MAGGIO 2005
Lettera aperta a Paolo Mieli
Una delle più vecchie regole del giornalismo americano dice che le buone notizie non fanno notizia. Ciò che il pubblico vuole sono le tre S: Soldi, Sesso e Sangue. In questo modo i nostri giornali, che sono in crisi, vendono di più. Ma a quale prezzo? Prendo spunto da due fatti, quasi concomitanti, accaduti negli ultimi giorni. Domenica scorsa, 8 maggio, si è celebrata la giornata mondiale della comunicazione sociale. In quell'occasione, il Papa si è rivolto alla vasta platea dei giornalisti presenti affermando che i mass media, usati nel rispetto della dignità umana e con senso di responsabilità personale, costituiscono una straordinaria risorsa per diffondere la fratellanza, la pace e il bene comune. Ma Benedetto XVI ha anche sottolineato, con forza, che i media possono alimentare il disprezzo e il pregiudizio, favorire l'intolleranza e fomentare la violenza. Sì proprio così: fomentare la violenza. Negli stessi giorni tutti i quotidiani, facendo a gara nel fornire la massima quantità di dettagli scabrosi e raccapriccianti, hanno dato ampio risalto al duplice omicidio di due donne, madre e figlia, compiuto dal massacratore del Circeo Angelo Izzo. Il Corriere della Sera ( 5 maggio ) ha anche pubblicato a tutta pagina, in primo piano e con la massima evidenza, alcuni estratti dei deliranti appunti dal carcere scritti dall'omicida, nei quali vengono esaltati l'uso delle armi, lo stupro, la violenza sulle donne. Dai cosiddetti appunti dal carcere, a proposito dello stupro, quel criminale arriva a dire che "perfino le lacrime generano fortissimo desiderio".
Ma non voglio riprodurre nemmeno una parola in più per non cadere nello stesso errore. In quella stessa pagina del Corriere, neppure un commento che bilanciasse in qualche modo l´orrore di troppe parole criminali, scritte da uno stupratore e da un assassino che solo un sistema giudiziario malato e pieno di contraddizioni poteva far diventare un assistente sociale su problematiche sessuali.
Oggi vorrei usare questo spazio per rivolgermi a Paolo Mieli, grande giornalista, storico, attento osservatore della società e direttore del Corriere della Sera, papà attento di figli grandi e ancora piccoli.
Caro Mieli, capisco benissimo il diritto-dovere di cronaca e di informazione. Ma le chiedo: questi dettagli scabrosi e raccapricciati, quanto aggiungono al diritto di cronaca e quanto invece tolgono al diritto dei cittadini, soprattutto i bambini, di essere tutelati dall'orrore? I giornali, soprattutto quello che lei dirige, entrano ogni giorno nei nostri uffici, nei bar, nelle nostre case, nelle nostre famiglie. Vengono letti da tutti, sia da chi è dotato di filtri e strumenti culturali sia da chi è più debole, indifeso, esposto a ciò che legge. Come i nostri figli.
Questo bombardamento di dettagli orrendi rende le persone assuefatte e anestetizzate al male. Gli assassini finiscono per diventare personaggi dello spettacolo, il dolore diventa un telefilm. Ricordo con quale morbosità giornali e Tv hanno seguito le vicende di Pietro Maso, di Erika e Omar, di Cogne, delle bestie di satana. Spettacolarizzare la morte e la violenza può anche provocare pericolosi fenomeni di emulazione. Un esempio lampante è dato dal lancio dei sassi dai cavalcavia delle autostrade: aumentavano quando i giornali ne parlavano diminuivano quando la stampa taceva.
Delitti e atrocità sono sempre avvenuti. Ma questo modo di raccontarli, di metterli in scena, crea un forte senso di smarrimento tra i giovani, che sono più facilmente impressionabili e influenzabili, e un profondo disagio nei genitori, che cercano di educare i ragazzi al rispetto della vita, della giustizia, della moralità. Anche attraverso la lettura dei giornali.
E, nel caso di quella pagina 10 del 5 maggio non le pare che sia solo un´apologia della violenza senza una riflessione adeguata su quelle parole? Un ragazzino di 15 anni, fragile e confuso come tanti ce ne sono purtroppo, come può reagire a quella lettura? Possibile che all´interno di un giornale, pur nelle frenetiche e convulse ore della messa in pagina degli articoli, non ci sia qualcuno che faccia una riflessione più approfondita e cerchi di bilanciare tanto orrore con un commento che faccia riflettere o che almeno graficamente non metta un argine, quanto meno visivo, a quei deliri?
Caro Mieli, il mio non è assolutamente un atto d'accusa contro il suo giornale. Il Messaggero, ad esempio, ha utilizzato due pagine e ben 14 colonne per presentare "Il libro autobiografico di Izzo".
Mi rivolgo a lei perché rappresenta al massimo grado il mondo dell'informazione e della carta stampata. Che è e resta uno strumento indispensabile per la crescita civile di un popolo e di una nazione.
Riconosco che tutti dobbiamo fare la nostra parte e ciò che abbiamo fatto finora, evidentemente, non basta. Ci siamo dotati di codici di autodisciplina; abbiamo inventato i "bollini blu" e le fasce protette; stiamo cercando di portare la lettura dei giornali nelle scuole; abbiamo approvato le parole del Papa e poi, troppo spesso, la pratica delude le buone intenzioni e le dichiarazioni di principio.
E´ una considerazione questa che faccio per me stessa, nel mio piccolo, ogni mattina.
E' sicuramente vero che le tre s: soldi, sesso e sangue, facendo leva sulla morbosità nascosta in ciascuno di noi, fanno vendere di più. Ormai siamo già assuefatti alle prime due s: sesso e potere. Il corpo è una merce da esporre e i soldi sembrano essere il metro di misura e il termine di paragone di tutto. Ma il marketing della morte no. Questo non lo voglio davvero accettare.
IL SECOLO D'ITALIA 5 MAGGIO 2005
Dare credito al rilancio del Sud
Ho trascorso il week-end del primo maggio in Sicilia, in campagna elettorale ed è stata l'occasione per parlare con molti colleghi, amministratori, industriali, commercianti e albergatori. La Sicilia è una terra che amo, e porto sempre nel cuore l'esperienza di assessore alla cultura del Comune di Ragalna, in provincia di Catania, con la precedente amministrazione. I siciliani sono forti, generosi, leali oltre che ospitali, come solo loro sanno essere.
Il presidente dei senatori Domenico Nania, il sindaco Bruno Mancuso a Militello, il neo sottosegretario alle riforme Nuccio Carrara, fanno un grande lavoro sul territorio. Ma sono purtroppo vittime, per lo sviluppo dei loro progetti, di un sistema finanziario-bancario che non li assiste a dovere.
Il vice-presidente del consiglio Giulio Tremonti ha perfettamente ragione quando dice che si sente davvero forte la mancanza di una vera banca del Sud.
Il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia, nonostante gli sforzi di azionisti e vertici non hanno più, purtroppo, né il cuore né il cervello, né l'anima a Napoli o a Palermo. E questo, inutile nasconderselo, è un grosso problema per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno.
Raffaele Mattioli, il mitico presidente della Banca Commerciale Italiana, ripeteva sempre che il banchiere doveva essere considerato alla stregua di un confessore laico. E' il banchiere infatti che può capire e valutare le esigenze di un piccolo come di un grande operatore economico. Ma la caratteristica principale di un confessore, parafrasando Mattioli, è che stia appunto in parrocchia, cioè nel territorio e che conosca direttamente i parrocchiani.
I gruppi bancari che hanno inglobato il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, dopo averli con grande merito riorganizzati, devono sforzarsi oggi per esaltarne la vecchia identità e la vecchia vocazione.
Così come forse alcuni istituti locali ancora esistenti, dovrebbero unirsi tra loro, per creare massa critica e venire incontro alle esigenze finanziarie di quella piccola e media impresa che rappresenta il tessuto connettivo dell'economia siciliana.
Un sistema finanziario serio ed efficiente è anche un deterrente fondamentale contro quelle organizzazioni che poggiano le proprie attività criminali sulle difficoltà economiche di tanta brava gente che per "necessità" finisce per seguire strade sbagliate.
Ed a proposito di Sud e di Mezzogiorno, un'altra "fantasia" da sfatare è il fatto che questo governo e questa maggioranza non vi hanno dedicato risorse sufficienti. E' falso. Anzi il centrodestra è stato molto più generoso del centrosinistra in termini di risorse. La media annua nel triennio 1998-2000, "era del centrosinistra", come ha ricordato recentemente anche un articolo su Libero, fu di 16,4 miliardi di euro, salita a 20,4 in quello 2001-2003, a 21 nel 2004 e a 22,7 nel 2005. Si tratta di 1.135 euro annui per ogni cittadino del nostro Mezzogiorno; 135 in più a testa rispetto a sei anni fa. Poi, a quanto mi risulta, le regioni, grazie ad un'azione più efficace del governo centrale, hanno anche utilizzato al cento per cento i fondi comunitari per le aree deboli.
Ed è proprio su questa scia che condivido la linea del ministro dell'Economia Domenico Siniscalco quando, in sede di audizione alla Commissione Finanze del Senato, sostiene che "Il Mezzogiorno è uno dei temi fondamentali del programma di governo e pertanto la proposta dell'Ue di risorse per 26 miliardi di euro, di cui 20 per il Sud, va seguita e difesa a tutti i costi, onde evitare che un' altra proposta Ue, di riduzione degli stanziamenti, abbia la meglio".
Infine, ritengo comunque che la spinta definitiva per il rilancio del Meridione, anche a livello turistico, debba avvenire principalmente grazie ad un sistema di gestione del credito che possa coniugare conoscenza del territorio e professionalità. Solo unendo questi fattori con una più ampia semplificazione degli iter burocratici e con una tempestiva informazione con gli enti locali e la pubblica amministrazione, le imprese, ma soprattutto i giovani e le donne, grande potenzialità del Sud, saranno messi in grado di operare "nella loro terra", con una marcia in più accanto al loro entusiasmo.
SECOLO D'ITALIA 28 APRILE 2005
Il calcio torni ai valori veri
Papa a parte, i media cinesi dell´Italia non parlano quasi mai. Un´eccezione però in quest´ultime settimane c´è stata. A Canton come a Shangai le televisioni locali non hanno fatto altro che trasmettere le immagini delle violenze nei nostri stadi. Una collega parlamentare, recentemente tornata da una missione, mi ha raccontato che per giorni interi sono state riprodotte scene di violenza all´interno ed all´esterno degli stadi, con le forze dell´ordine, in "assetto di guerra" appostate nei punti strategici o di scorta a cortei di tifosi travestiti non con i vessilli della propria squadra ma da terroristi. Per non parlare delle immagini del campo dove pseudo idoli si lanciano ad ogni tipo di gesto con il solo scopo di incitare la folla. E tutto ciò provoca un danno irreparabile per una serie di motivi: danneggia l´immagine dell´Italia nel mondo, quasi fossimo un paese prossimo ad una guerra civile, ha un costo enorme per il bilancio dello stato (pensate solo per un attimo agli straordinari domenicali per le forze dell´ordine...) sta diventando un esempio preoccupante per le giovani generazioni. Si va in curva non per vedere una partita ma per organizzare disordini, scontri, provocare danni enormi a persone e strutture e considerare i poliziotti o i carabinieri come avversari. Ma cosa ancora più grave si sta alimentando una cultura dell´odio che va stroncata in modo fermo e netto. Poco è stato fatto e poco tempo è rimasto.
Cominciamo subito dai club. Essi sanno dove i più facinorosi abitano, chi frequentano, dove si incontrano. Collaborino subito con la magistratura e le forze dell´ordine, così come negli anni ´80 hanno fatto i club inglesi. Allo stadio in Gran Bretagna non ci sono più barriere tra campo e tribune; una grande lezione di civiltà che si ripete ogni domenica.
Trenitalia deve essere messa in condizioni di non accettare fino a quando va avanti questo andazzo, le prenotazioni di gruppi di teppisti che nonostante le attuali limitazioni si infilano nelle carrozze seminando terrore e danni. Così come bisogna bloccare i pullman di quei teppisti che seguono le squadre in trasferta. La Federcalcio deve usare il pugno di ferro con società e tesserati. Partite a porte chiuse, campi neutri, squalifiche esemplari. E la magistratura deve fare la sua parte con rigore per arginare un fenomeno che sta sfuggendo di mano. E i media, radio - tv, soprattutto quelle locali, devono moderare toni e dibattiti diventati ormai palestre di odio e sopraffazione. Questo è quello che vuole la gente: andare allo stadio con la propria famiglia e godersi una domenica di tranquillità. Non si può rimanere a casa con l´incubo che i propri figli finiscano coinvolti in incidenti o peggio ancora si esaltino in questo clima assurdo e surreale. Ed il Parlamento deve ora muoversi sul serio ed in maniera ancora più ferrea di quello che con grande determinazione sta facendo il ministro dell´Interno Giuseppe Pisanu.
I veri tifosi non sono quelli che vanno allo stadio con i razzi e distruggono tutto quello che incontrano, ma sono individui che si sentono parte di un ruggito corale, sanguigno, festoso e solidale; anche per loro, i veri tifosi, dobbiamo adoperaci perché negli impianti si goda una tranquillità dovuta a chi, innanzitutto si vuol divertire e per di più paga il biglietto.
I dati di un recente rapporto del Ministero dell´Interno (2003) erano allarmanti, si parlava di incidenti che destavano viva preoccupazione perchè cresciuti, rispetto all´anno precedente quasi del doppio e feriti tra le forze dell´ordine quasi triplicati. Gli episodi poi, in cui si è reso necessario l´uso dei lacrimogeni sono passati da 7 nel 2002 a 51 nel 2003 e, come riferitomi, ben 64 nel 2004. Sono numeri che dissuaderebbero chiunque a recarsi allo stadio e questo perché? Perché ci sono degli agitatori che si sentono "protetti" da leggi non adeguate. Tutti dobbiamo fare la nostra parte ed è perciò che con convinzione mi batterò in Parlamento per l´approvazione di norme più incisive, che tutelino, nel rispetto di tutte le compatibilità giuridiche, il tifoso sano, quello che sa che è un gioco ciò che sta guardando e non una guerra. Nello stesso tempo ritengo che un maggior coinvolgimento delle società sportive nel seguire direttamente la sicurezza negli stadi, possa essere oltre che un incentivo anche un deterrente per i soliti vandali che non sarebbero più "uno nella mischia" ma volti noti i quali, alle prime avvisaglie, potrebbero essere allontanati dal gestore dell´impianto in quanto ospiti non graditi. Ripeto, le società devono assicurare la sicurezza all´interno evitando di far entrare razzi, bastoni, bombe-carta ma anche striscioni provocatori che aizzano alla violenza. Vanno raddoppiate il numero delle telecamere dentro lo stadio, è necessaria una maggiore illuminazione nella zone limitrofe dove, per le partite in notturna, si registrano i maggiori scontri, ma soprattutto deve esserci un rigido controllo dei posti assegnati; e non mi si venga più a parlare di violazione della privacy. Lo sport di massa come il calcio in Italia, deve riappropriarsi di quei valori che sono la base della nostra società civile. Il rispetto, la tolleranza e l´educazione.
SECOLO D'ITALIA 14 APRILE 2005
Benedetto per le donne
Che gioia, che emozione l’elezione di Benedetto XVI!un papa rigoroso e mite allo stesso tempo, un papa umile e moderno che guiderà la Chiesa nel segno di una rinnovata tradizione, senza arrendersi mai a alcuni futili richiami della modernità.
E di questo Papa mi piace ora ricordare quello che ha già fatto, per le donne, per la loro dignità nella “Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” del 31 maggio 2002.
L’allora cardinale Joseph Ratzinger nella lettera, divisa in 4 parti, della quale citerò i passi più significativi, chiarisce che si sono delineate nuove tendenze nell’attuale dibattito sulle problematiche femminili. La prima, “esaspera la rivalità tra i sessi, con evidenti nefaste conseguenze nella struttura della famiglia”. La seconda è quella che sostanzialmente tende a cancellare le differenze tra uomo e donna “per evitare ogni supremazia dell’uomo o dell’altro sesso (…) in questo livellamento la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria”. Così Ratzinger, per il quale, tale equiparazione, porta a “l’equiparazione dell’omosessualità alla eterosessualità”, un modello nuovo di sessualità polimorfa”.
La Chiesa invece “parla di collaborazione attiva, proprio nel riconoscimento della differenza, tra uomo e donna”. Per avvalorare quanto sopra, la lettera, nella seconda parte, -“i dati fondamentali dell’antropologia biblica”- intende trovare fondamento di questa tesi nella Bibbia e nella interpretazione della stessa. Dopo numerosissime citazioni la conclusione è perentoria: “Il maschile ed il femminile sono così rivelati come appartenenti ontologicamente alla creazione e quindi destinati a perdurare oltre il tempo presente evidentemente in forma trasfigurata”.
Ma la terza parte, -“L’attualità dei valori femminili nella vita della società”-, è quella che sembra più densa di novità ed è più condivisibile. Essa esordisce così: “Nonostante il fatto che un certo discorso femminista rivendichi le esigenze per se stessa, la donna conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell’altro, alla sua crescita, alla sua protezione”.
Ma chi è l’altro? Il sospetto che assale chi legge è che si riproponga una ideologia di tipo confessionale: l’altro sembra riferirsi principalmente al figlio, riproponendo in tal caso il binomio donna-madre. Non è così: leggete il seguito e vi meraviglierete. “Anche se la maternità è un elemento chiave dell’identità femminile ciò non autorizza affatto a considerare la donna soltanto sotto il profilo della procreazione biologica. Vi possono essere in questo senso gravi esagerazioni che esaltano una fecondità biologica in termini vitalistici e che si accompagnano spesso a un pericoloso disprezzo della donna”.
In poche parole, vuol dirci la lettera spesso chi esalta nella donna esclusivamente il ruolo di madre cela in fondo il disprezzo verso di lei, incapace, secondo i detrattori di altro che procreare. Invece “la maternità può trovare forme di realizzazione piena laddove non c’è generazione fisica”.
A ribadire ciò altre importanti affermazioni, “in tale prospettiva si comprende il ruolo insostituibile della donna in tutti gli aspetti della vita familiare e sociale che coinvolgono le relazioni umane e la cura dell’altro”. Segue un altro fondamentale riconoscimento della donna e delle sue capacità; “questo implica inoltre che le donne siano presenti nel mondo del lavoro e dell’organizzazione sociale e che abbiano accesso a posti di responsabilità che offrono loro la possibilità di ispirare le politiche delle nazioni e di promuovere soluzioni innovative ai problemi economici e sociali”. Perché questo possa realizzarsi, prosegue Ratzinger, “occorre armonizzare la legislazione e l’organizzazione del lavoro con le esigenze della missione della donna all’interno della famiglia. Il problema non è solo giuridico economico ed organizzativo; è innanzitutto un problema di mentalità, di cultura e di rispetto”. Infine, così va a concludersi questa terza parte, è bene ricordare che i valori femminili non sono altro che i valori umani, perché la condizione umana, dell’uomo e della donna, creati ad immagine di Dio, è una ed indivisibile; per la qual cosa, aggiunge l’estensore, “ogni prospettiva che intende proporsi come una lotta dei sessi è solamente un’illusione e un pericolo: finirebbe in situazioni di segregazione e competizione tra uomini e donne e promuoverebbe un solipsismo che si alimenta ad una falsa concezione di libertà”.
Non del tutto conseguente con quanto di positivo e di nuovo è stato detto nelle precedenti è il contenuto della quarta parte “l’attualità dei valori femminili nella vita della Chiesa”. Si dà atto alla donna cattolica di svolgere un ruolo di massima importanza nella vita ecclesiale poiché contribuisce a manifestare il vero volto della Chiesa, sposa di Cristo e madre dei credenti. Tuttavia, “il fatto che l’ordinazione sacerdotale sia esclusivamente riservata agli uomini” – sostiene la lettera – “non impedisce affatto alle donne di accedere al cuore della vita cristiana. Esse sono chiamate ad essere modelli e testimoni insostituibili per tutti i cristiani di come la Sposa deve rispondere con l’amore, all’amore dello Sposo”. Ribadendo quindi il no al sacerdozio femminile.
Ma non è certo il momento per approfondire questo capitolo. E’ invece il momento di sottolineare che sul ruolo della donna nella società nessuno prima di lui aveva scritto parole tanto chiare. Viva il Papa!
IL SECOLO D'ITALIA 14 APRILE 2005
Procreazione assistita, la Cdl deve dare una linea.
Questo referendum sulla procreazione assistita non mi piace affatto. E come ho sempre detto, avrei preferito un nuovo approfondito esame; pur avendo votato con convinzione la legge, perché ha messo fine ad un incivile e pericoloso "far west", affermo che essa avrebbe dovuto essere revisionata e migliorata nell´ ambito parlamentare. La mia, beninteso, non è una critica alla validità dell´istituto referendario -recepito come democrazia diretta, diciamo di avvicinamento tra le istituzioni e le esigenze dei cittadini- ritengo però il suo utilizzo imprescindibile dal presupposto che i quesiti posti debbano essere chiari e comprensibili, purtroppo non è il caso dei quesiti sulla procreazione assistita.
Un argomento complesso e pieno di coinvolgimenti religiosi, morali, sociali, scientifici. Un argomento così delicato che si pone in un mondo in evoluzione dove noi donne per prime dobbiamo capire quale deve essere il nostro ruolo nella società e rispondere a interrogativi davvero drammatici e di cui colgo tutte le implicazioni: "è giusto diventare mamma a tutti i costi?" Non ho risposte. Anche perché personalmente mi considero molto fortunata per la gioia infinita di essere madre. Bisogna comunque prendere atto che la società si modifica: qualche anno fa dicevamo "bambini in provetta", era il 1978 quando nacque in Gran Bretagna Louise Brown, la prima bimba concepita con questo metodo. Oggi, a distanza di 26 anni, i progressi sono stati enormi e l´argomento ha assunto risvolti che interessano e interesseranno il futuro dell´umanità.
I quesiti referendari sulla legge 40/2004 per i quali si voterà sono quattro, e anche se non abbracciano l´intero argomento, potrebbero far ricominciare un balletto di rimbalzi che non porta da nessuna parte e fa perdere tempo prezioso a quelle donne e quegli uomini che sono coinvolti in prima persona. Oggi, è utile ripeterlo, quando si parla di fecondazione assistita, non si parla solo di procreazione, si apre un grande dibattito nel quale convogliano materie come la "ricerca", ad esempio sulle cellule staminali, le potenzialità cioè di nuovi strumenti terapeutici per molte persone malate; si toccano temi come la "fecondazione eterologa" cioè se il donatore può essere esterno alla coppia che desidera avere figli o meno (fecondazione omologa). E poi quanti embrioni sono necessari all´impianto? Tre, più di tre, per non far correre troppi rischi alla donna che fa questa scelta.
Sono fermamente convinta che soprattutto in tema di ricerca, bisogna comunque porsi dei limiti, perché si sa sempre da dove si parte ma non si sa mai dove si arriva e pertanto è d´obbligo muoversi su crinali ben definiti. Sono materie tecniche, che sono di difficile comprensione ai "non addetti", e principi etico-morali-religiosi che fanno parte della nostra cultura e tradizione, legati a doppio filo, non si può non tener conto degli uni come degli altri. Qui sta la civiltà di un Paese, si deve cercare di dare ai propri cittadini leggi che rispettino la libertà mantenendo saldi i propri principi. Non è impossibile, è solo da lavorarci con cognizione di causa e tanto impegno, il compito dello Stato non deve solo limitarsi a vietare pratiche pericolose per la salute, speculazioni economiche e informazioni non corrette, il compito dello Stato è quello di dare un aiuto concreto a tutti coloro che ne abbiano bisogno.
Ma quello che davvero non mi piace per niente è come la maggioranza sta affrontando il dibattito sul referendum. Ho più volte auspicato una riunione dei responsabili di settore della Casa delle libertà per dare indicazioni chiare. La "scoppola" di questi giorni ci dovrebbe far riflettere un po´ di più. Gli elettori ci vogliono uniti e non divisi, ma soprattutto con una linea definita, anche se, quando si parla di valori, noi di AN sappiamo bene da che parte stare.
IL SECOLO D'ITALIA 7 APRILE 2005
Giovanni Paolo II
Mentre il mondo intero di cattolici e non, di potenti e di emarginati, di ricchi e di poveri s´inchina commosso davanti alla straordinaria figura di "Giovanni Paolo II il Grande", dobbiamo ricordarci che è stato anche il Papa della dignità femminile, nonostante il Suo Pontificato non abbia fatto neppure un piccolo passo avanti su temi delicatissimi quali ad esempio l´uso dei metodi non naturali per il controllo delle nascite o il sacerdozio femminile.
Lui, bambino polacco senza mamma, ha dedicato tutta la sua vita alla Madonna. A Maria il suo primo pensiero appena eletto, e l´ultimo, sotto forma di biglietto scritto negli ultimi giorni di vita dal letto del Policlinico Gemelli. Per non parlare della devozione per la Madonna Nera e per quella di Fatima.
E´ Giovanni Paolo II a dire che la parità tra uomo e donna si trova a pagina uno della Bibbia;
è Giovanni Paolo II a correggere due millenni di interpretazioni di passi di Paolo che ponevano l´uomo a capo della donna, ribadendo invece che tra uomo e donna ci deve essere una reciproca sottomissione;
è Giovanni Paolo II che esalta l´universo femminile arrivando a dire "grazie a te donna per il fatto stesso che sei donna";
è sempre questo grande Pontefice, a battersi con i suoi scritti per la parità dei diritti delle donne nella famiglia, nel salario e nella carriera pur avendo il peso del doppio lavoro.
E questo Papa sotto certi versi così tradizionalista, è arrivato anche ad apprezzare il lavoro di coloro che si mobilitano per una migliore condizione femminile, con parole che davvero colpiscono: "apprezzo il loro impegno che da taluni ingiustamente viene considerato come mancanza di femminilità, esibizionismo, peccato".
E´, credo proprio la dimensione umana, il "segreto" che ha caratterizzato il Pontificato di Giovanni Paolo II. Dalla prima volta che si è affacciato a San Pietro dicendo "voi mi corrigerete...", a quando, ai parroci romani, si è rivolto con espressioni tipiche romanesche "damose da fa" - "volemose bene"; poi le sue visite ai cinque continenti chinandosi a baciare la terra che lo ospitava, fino alle ultime immagini in cui si tocca la gola perché non riesce a parlare. Questo è quello che ci ha fatto amare il Papa. E lui ha corrisposto il nostro amore totalmente e senza riserve. Ha amato le persone, i luoghi, le esperienze, e lo ha fatto come un genitore fa con i propri figli condividendo con loro tutto, la gioia, ma anche la malattia.
"Grande" è questo l´appellativo da consegnare alle future generazioni per ricordare Giovanni Paolo II, e non per le folle oceaniche che è riuscito a smuovere, o per l´incessante contributo di fratellanza che ha reso all´umanità, cattolica e non, nemmeno per la lungimiranza della convinzione, già dal 1987, che "l´Europa è una famiglia di popoli", ma soltanto per l´esempio che ci ha donato come rappresentante di Cristo in terra, portatore, con semplicità e umiltà del Vangelo in un mondo che mai come ora ha bisogno di fiducia, sicurezza e pace.
Caro Giovanni Paolo II ci mancherai davvero molto. E´ quello che ho pensato inginocchiandomi, per l´ultimo saluto, lunedì mattina nella Sala Clementina.
IL SECOLO D'ITALIA 31 MARZO 2005
"Orfanotrofi" addio a fine 2006
C´è un mondo di dolore che pulsa in silenzio e noi, che parliamo tanto di pari libertà non dobbiamo far finta di nulla, ma occuparcene con amore e determinazione.
Fra poco più di un anno, in forza della legge 149 del 28 marzo 2001, verranno chiusi definitivamente gli orfanotrofi che devono essere trasformati in comunità di "tipo familiare" con un numero di posti che va da sei ad un massimo di 12 bambini.
Al momento dati esatti non se ne conoscono ma si tratta di circa 30 mila giovanissimi, molti dei quali al di sotto dei dodici anni che non hanno famiglia, e che vedranno rivoluzionata ancora una volta la loro triste vita. Il passaggio imposto dalla legge potrebbe diventare anche un momento di sollievo, ma deve essere gestito dalle regioni con grande cura ed attenzione. In alcune zone del Mezzogiorno l´adeguamento non è stato ancora preventivato con la dedizione che un dramma del genere impone.
Noi donne di Alleanza nazionale intendiamo monitorare bene questa situazione perché ci identifichiamo perfettamente nelle parole di Don Oreste Benzi, presidente dell´Osservatorio nazionale per l´infanzia e l´adolescenza, quando dice che "la norma è così imprecisa da poter diventare un tradimento per i bambini" Occorre quindi un segnale forte dalle famiglie cattoliche che credono nei nostri valori: penso sia il momento di aprire le nostre case ed accogliere, magari modificando la legge sugli affidi, questi piccoli cittadini così sfortunati.
Dobbiamo riflettere sulle parole di Don Benzi quando dice, a proposito di affidamenti, che vede crescere solo le adozioni a distanza. So di migliaia di famiglie che vorrebbero adottare dei bambini ma che finiscono per imbattersi in una burocrazia esasperante. Impegniamoci, anche attraverso adeguamenti alla legge 149, a rendere più facili gli affidi per questi bimbi costretti a vivere senza famiglia, diamogliela! Questa è una battaglia di una destra moderna.
Daniela Santanchè
IL SECOLO D'ITALIA 24 MARZO 2005
Alcolismo giovanile un problema da affrontare con urgenza.
Martedì notte a Napoli, al termine di una bella manifestazione per "Italo Bocchino governatore della Campania" mi è stato chiesto qual è stata la mia più cocente delusione politica. Non ho avuto dubbi. In questi dieci anni di militanza e attività tra Comune, Provincia e Parlamento, lo smacco che ancora non mi dà pace è il rinvio della legge per regolare gli orari di chiusura delle discoteche, il provvedimento legislativo che limiterebbe le cosiddette "stragi del sabato sera".
Gli ultimi tre morti - dei quasi 2000 l´anno - domenica all´alba nel nord Italia e sempre per lo stesso motivo: quella miscela mortale che unisce tasso alcolico all´alta velocità. Con il Ministro Carlo Giovanardi ci siamo battuti con tutte le forze ma non ce l´abbiamo fatta. Com´ è possibile non trovare l´accordo su una legge che tutela la vita dei nostri giovani è per me un mistero e rimane come ho detto una sconfitta cocente. Ed è per questo che con grande soddisfazione, segnalo la campagna che il Ministero della Salute e l´Istituto Superiore della Sanità stanno per lanciare dal titolo accattivante "amici ma non dell´alcol". Una serie di spot rivolti soprattutto all´universo giovanile sempre più incline al bere.
Qualche dato: 870 mila con meno di 16 anni che dichiarano di bere: quasi 90 mila in più del 1989. In tutta Europa un giovane compreso fra i 15 e i 29 anni muore a causa dell´alcool che è il primo fattore di rischio, non solo di mortalità ma anche di invalidità tra i ragazzi europei. E l´italia in questa triste classifica dell´alcolismo giovanile sta raggiungendo le posizioni di testa.
Non è il caso di occuparcene seriamente? Le donne di Alleanza nazionale lo faranno con tutte le loro forze.
Daniela Santanchè
IL SECOLO D'ITALIA 17 MARZO 2005
Satira su trasmissione Zelig: protesta di esponenti mussulmani
Le proteste di alcuni esponenti musulmani nei riguardi della parodia della donna afghana così come è stata rappresentata nella trasmissione tv Zelig hanno oltrepassato i limiti consentiti in un Paese che permette e favorisce la libertà di espressione. Il fatto è che l´Islàm -che non è solo "religione" ma sistema che abbraccia qualsiasi dettaglio della vita di una persona- non favorisce per niente l´ironia e la satira. Non è tuttavia possibile (né immaginabile) che, con il pretesto di evitare di offendere la sensibilità di una certa fetta della popolazione, si metta il bavaglio all´estro artistico ed a qualsiasi espressione della cultura di un Paese. Un conto è che tutte le comunità presenti in Italia godano di pari dignità e rispetto, un altro è che un gruppo si rinchiuda in un recinto di intoccabilità e, con il pretesto della religione, vieti a chiunque di criticarlo. Converrebbe forse ricordare che l´Occidente è nato e si basa sull´idea di libertà, sulla possibilità che chiunque possa esprimere un giudizio nei limiti di quanto prescritto dalla legge dello Stato? Mi rendo conto che tutto ciò possa riuscire un po´ troppo nuovo per coloro che sono abituati ad un sistema differente e posso perfino capire una certa loro rigidità di adattamento a nuove forme di convivenza, che comunque comportano vantaggi sicuramente non trascurabili. L´accento -non vi sono dubbi- va messo sul rispetto della legge da parte di tutti i gruppi etnico-religosi, nel rispetto dei valori di ciascuno. D´altronde, le frizioni registrate in Francia al momento dell´entrata in vigore della legge che vieta alle adolescenti musulmane di portare il velo nelle scuole sono state riassorbite con il passare del tempo, ad eccezione di un certo numero di casi irrisolti. Le ragazze che hanno preferito abbandonare la scuola per non togliere il velo sono da condannare soprattutto perché, pur essendo pronte ad usufruire dei vantaggi dell´istruzione scolastica francese, non hanno accettato di aderire ai doveri della legge del Paese che le ospita. In un momento difficile come quello attuale, poi, in cui la guerra al terrorismo impone a tutti noi comportamenti più che prudenti, l´adozione del velo che copre solo il capo (per non parlare del velo integrale, che nasconde tutta la persona) dovrebbe essere sconsigliato non fosse altro che per motivi di sicurezza.
Daniela Santanchè
IL SECOLO D'ITALIA 10 MARZO 2005
Interruzione di gravidanza: stravolto lo spirito della legge 194/78
I temi legati alla vita sono ancora il nervo scoperto della nostra società civile. Ed e´ giusto che sia così per la loro rilevanza etica, scientifica e religiosa. Ma non è possibile che essi siano sempre dominati dalla polemica politica.
Ne ho avuto conferma in questi giorni dopo aver fatto su Il Secolo alcune considerazioni sulla legge per l´interruzione della gravidanza, subito riprese, con grande evidenza, dal Corriere della Sera.
Se il senatore Riccardo Pedrizzi mi ha espresso il suo apprezzamento, altri mi hanno voluto accusare di oscurantismo. Non è questo il senso delle mie riflessioni, e intendo confermare con forza quanto noi donne di An abbiamo ribadito nella nostra recente assemblea nazionale. Non discutiamo la legge 194/78 sull´interruzione volontaria della gravidanza, contestiamo invece il fatto che lo spirito che la ispirava è stato stravolto.
L´aborto non può ridursi ad una pratica burocratica scontata e rituale: l´articolo 2 della legge, al punto d, quando parla di consultori familiari dice testualmente che essi devono contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre all´interruzione della gravidanza. In tutta onestà è quello che secondo voi avviene oggi? La realtà è che purtroppo il consultorio è diventato simile ad un ufficio periferico dell´amministrazione. E dove sono le associazioni volontarie richiamate dalla legge in grado di assistere quelle donne che si trovano di fronte a quel bivio terribile?
E pensando sempre alla vita, non mi piace proprio questa sinistra pronta a bacchettare la CEI e il Cardinale Camillo Ruini accusandolo di interferenze se si "spinge" a suggerire l´astensione nei prossimi referendum sulla procreazione assistita, ma è pronta a lodarlo se muove qualche critica agli Stati Uniti per la vicenda del povero Calipari. Sempre e comunque due pesi e due misure. Su certi temi, per favore, un po´ di serietà.
Daniela Santanchè
IL SECOLO D'ITALIA 3 MARZO 2005
Ridurre gli aborti, un impegno di civiltà
In una regione del Sudan decine di migliaia di donne vengono uccise e stuprate, in Irak due giornaliste europee sono ancora nelle mani dei loro sequestratori, in tutto il mondo islamico le donne sono protagoniste di una lenta, difficile ma coraggiosa battaglia che le porterà a significativi risultati dopo secoli di barbarie.
Eppure viene oscurato dalla stragrande maggioranza dei media il vertice di 12 giorni dell´ONU sullo stato di attuazione della dichiarazione sulle donne, dieci anni dopo la dichiarazione adottata nel 1995 a Pechino alla quarta conferenza internazionale sulle discriminazioni sessuali e il 35esimo anniversario della prima conferenza mondiale sulle donne tenuta nel 1975 a Città del Messico. La dichiarazione di Pechino fu una tappa fondamentale perché sancì da parte di 189 governi la volontà precisa di combattere qualsiasi forma di discriminazione verso le donne. Ebbene molto è stato fatto, ovviamente, ma molto resta da fare, Ha ragione il Segretario Generale delle Nazioni Unite che ha elencato sette priorità: migliorare il tasso di scolarizzazione delle ragazze, garantire l´accesso di tutte le donne alla salute in materia sessuale e riproduttiva, investire nelle infrastrutture per ridurre il tempo passato dalle donne a provvedere per le famiglie, garantire i loro diritti in materia di proprietà e eredità, eliminare le discriminazioni sul lavoro, accrescere la proporzione delle donne nei parlamenti locali e nazionali, combattere tutte le forme di violenza contro le donne. Kofi Annan ha ribadito inoltre che promuovere la parità non è solo una responsabilità delle donne, è una responsabilità per tutti noi.
Su un punto sollevato dall´amministrazione Bush proprio in quest´occasione dobbiamo ora noi donne di destra cominciare a discutere pacatamente prendendo spunto dalla posizione americana che vorrebbe da parte dell´ONU una rinuncia a considerare l´aborto un diritto da parte delle donne. La linea USA viene giudicata una provocazione e ha scatenato grandi polemiche.
Ma noi siamo certi, e lo dico con tutta l´umiltà possibile, che quanto meno in Italia lo spirito originario della legge 194/78 sull´aborto non sia stato completamente stravolto? E che addirittura molte indicazioni di carattere soprattutto psicologico e preventivo siano rimaste solo sulla carta e che "la pratica" stia diventando una forma insana di contraccezione? L´aborto comunque lo si voglia vedere è una tragedia che segna irrimediabilmente ogni donna. Per questo vanno applicate rigorosamente e potenziate nello spirito della legge, tutte quelle strutture e tutti quegli istituti che servono ad aiutare la prevenzione. E´ proprio di questi giorni una statistica che vede un aumento del ricorso all´interruzione volontaria della gravidanza da parte di ragazze sotto i 20 anni il che significa che in questo paese c´è ancora molto da fare sul tema dell´informazione e della prevenzione.
Lascio alle lettrici una risposta ponderata per un tema che va secondo me approfondito e per una legge da vigilare attentamente che va rispettata e non stravolta.
Daniela Santanchè
IL SECOLO D'ITALIA 24 FEBBRAIO 2005
Pari Libertà - considerazioni dopo l'Assemblea Nazionale delle donne di An
E' con grande entusiasmo che aderisco all'invito de Il Secolo a curare questa nuova rubrica che prende spunto dal titolo dell'Assemblea Nazionale delle donne di AN "Dalle Pari Opportunità alle Pari Libertà" tenutasi nei giorni scorsi a Roma.
A quell'incontro eravamo oltre 1.300, una partecipazione di donne senza precedenti ad un evento di partito! E' il segno che c'è voglia di destra tra le donne italiane. E non per semplice desiderio di partecipazione militante, ma perché c'è bisogno di dare risposte nuove alle esigenze delle donne di oggi. Quello che è emerso chiaramente nei due giorni di dibattito è la volontà di affermare nuovi valori, una nuova identità, nuove richieste da parte di tutte le italiane che sono stanche di tutte quelle politiche "al femminile" retaggio di un femminismo ideologizzato di sinistra. Femminismo che forse in passato avrà anche avuto dei meriti ma che oggi non fornisce più risposte adeguate al nostro bisogno di concretezza e di valori. Pensiamo, infatti, ai valori profondamente radicati nella nostra identità di mogli, di madri e di italiane. La famiglia, quindi, ma anche la religione, l'amore per il nostro Paese, l'impegno nel lavoro.
Per questo abbiamo cercato di capire cosa noi donne di destra dobbiamo fare, da oggi in poi, per rispondere a questa voglia di valori e di concretezza. Dobbiamo e vogliamo, prima di tutto, affermarci con serenità e coraggio anche dicendo un secco no al trasversalismo, a quell'atteggiamento per cui le donne di destra dovrebbero coalizzarsi con le donne di sinistra secondo il principio per cui abbiamo tutte uno stesso avversario: l'uomo e la sua cultura. Noi affermiamo, certo, la nostra differenza dall'uomo ma pensiamo che maschile e femminile non siano elementi contrapposti e nemici bensì diversi e complementari. In tutte quelle battaglie di valori che mettono al centro la coppia, i figli, la famiglia e in tutte le battaglie sulle cose concrete, uomini e donne possono essere grandi alleati.
Insomma, vogliamo soprattutto più politiche per le donne (e non solo più donne in politica, come amano ripetere i leader dell'Unione). Vogliamo soluzioni e servizi per avere più libertà nella vita di tutti i giorni. Per questo abbiamo deciso che ci occuperemo di asili nelle aziende e nei condomini, di trasporti, di strade e di traffico, di giardini, parchi, campi sportivi e palestre, di sicurezza per le nostre città, di centri per anziani, di portatori di handicap, di retribuzioni per le donne, di adozioni. Insomma, di cose concrete, di problemi veri. Proprio su questi temi, che incidono concretamente sulla qualità della vita, con questa rubrica intendiamo aprire con modestia ma con forza un dibattito e uno scambio di idee e opinioni e proposte con tutte le lettrici e i lettori di questo nostro giornale.Un saluto particolare infine a Maria Ida Germontani che facendo un grande lavoro mi ha preceduto nell'incarico e nella rubrica.
Daniela Santanchè