Daniela Santanché story
Daniela Santanchè trascorse un'infanzia contrastata e faticosa, che qui
testimonia:
“Lo riconosco: io da piccola ero una peste,una ribelle, una rompiballe, se mio
figlio fa a me quello che io ho fatto ai miei genitori sono rovinata. Il primo
ricordo che ho della mia vita è questo: ci sono io a quattro, cinque
anni, con il grembiulino dell'asilo e la ramazza in mano, che sto facendo le
pulizie mentre qualcuno mi fa una fotografia, e risento la voce di mia mamma
Delfina in lontananza che dice: ecco, Daniela, lei deve sempre fare qualcosa!
Ecco, lei deve sempre comandare!… Il fatto è che non volevo uniformarmi
alla mia famiglia, accettarne le regole, anche da piccolissima, tantè
che prima di andare alle elementari i miei genitori mi portarono dallo psicologo,
perché avevano l'intenzione di mettermi in collegio.
Non mi volevano più tenere in casa con mio fratello e mia sorella! Poi
non se nè fatto nulla, ma qualche anno fa, quando ho partorito Lorenzo,
mia madre mi ha detto: "speriamo che tuo figlio non sia come te, perché
se devi pagare quello che hai fatto pagare a me, auguri! Però quanto
soffrivo, e infatti”.
All'età di cinque anni, evitato per un soffio il collegio, dove i genitori
avevano intenzione di rinchiuderla, ottenne di restare a casa per tutta l'infanzia,
insieme ai suoi fratelli: “Io ero la figlia di mezzo, tra un fratello e una
sorella. Mio fratello era il più piccolo, maschio, e per mio padre il
figlio maschio ha una certa importanza. Mia sorella, Fiorella, era la più
grande, due anni più di me, una bambina meravigliosa, e in seguito anche
una bellissima ragazza. Da piccole giocavamo spesso alla casa delle bambole,
ma lei era una megalomane, aveva sempre ‘ste case stupende, con saloni, salotti,
stanze, personale di servizio e tutto quanto: io invece facevo sempre la parte
di quella povera e abbandonata, lasciata dal marito, che viveva in una soffitta
e aveva tre figli. Aveva il complesso della piccola fiammiferaia, oltretutto
ero abbastanza bruttina, molto magra, con un mento un po' sporgente. Il fatto
di non essermi sentita bene accetta ha influito su di me: ancora oggi mi sento
come se dovessi ancora dimostrare che sono brava, che sono intelligente, che
sono capace, come se dovessi raggiungere un premio finale. Ma è dipeso
anche da mio padre… mio padre mi ha rovinato la vita…”.
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Daniela Santanchè ebbe una "dura" educazione: "Ero una ribelle, una bambina
ingombrante, fastidiosa anche nei confronti dei miei fratelli, che erano perfetti,
mentre io li incitavo a reagire verso la famiglia. Insomma, mi potevano ammazzare
di botte, ma io niente, se avevo un´idea non la cambiavo. Mia madre era
l´addetta alle sberle, alle punizioni fisiche, mi tirava perfino i capelli,
e mi stupisco ancora di averne tanti. Mio padre, invece pensava ai castighi
pesanti: via la bambola preferita, via la tv, non potevo mangiare con loro.
Ma il castigo peggiore era quando venivo chiusa al buio nello sgabuzzino.
Ci finivo se rispondevo male, se non rispettavo apposta gli orari che mi davano,
se non raccoglievo le cose da terra. Io ci morivo, ma non facevo un plissè,
una piega, e tanto meno urlavo "aprite". Mai! Stavo lì, con tutti quegli
scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. E infatti
erano sempre i miei fratelli che intervenivano per farmi uscire. Mia sorella,
che è molto più buona di me, una santa, andava da mia mamma a
dire: non sentiamo più Daniela, mamma falla uscire, Daniela poi non lo
fa più. Alla fine mi aprivano, ma intanto io là dentro ero morta
di paura, con il buio, le scarpe che diventavano fantasmi, e i rumori, per cui
mi turavo le orecchie per non sentire nulla. E ancora adesso, per quelle cose,
ho paura a restare chiusa negli ascensori"
Daniela era una "bambina ribelle", anche nel comportamento scolastico, e infatti
dichiara: "Alle elementari mia mamma andava a parlare con i professori dei miei
fratelli e le dicevano: `Due ragazzi intelligentissimi, ma non hanno la volontà,
non si applicano´. Poi andava a parlare con i miei professori e le dicevano:
`Daniela ha una volontà, un´applicazione! Ce la mette tutta!´...Insomma,
a scuola non ero brava. Diciamo che ero normale, però presi anche sette
in condotta. Successe alla scuola media statale di Cuneo. Ricordo che ero in
quest´aula, una cosa piccola, con spazi piccoli, banchi piccoli, e io
mi stufavo, mi sentivo costretta, sempre ferma a quei banchi... Allora ho fatto
una roba!... che ero pazza!... C´era il professore di latino, e durante
la lezione ad un certo punto mi sono buttata per terra. Lui:´Ma cosa fai
lì per terra?!´. E io: `Sto insegnando l´alfabeto alle formiche´.
Mi cacciarono e mi sospesero per tre giorni. Il fatto è che stare per
terra mi dava un senso di pace...".