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12 dicembre 2043 questa è la data quando l’ ultima copia di carta del New York Times sarà venduta. Lo riportava nel 2007 il libro intitolato appunto -“L’ultima copia del New York Times” il futuro dei giornali di carta – scritto da un nostro bravissimo giornalista, Vittorio Sabadin. Sono già passati tre anni da allora, e sappiamo tutti che a livello tecnologico tre anni equivalgono ad un’eternità, ma, sostanzialmente, non c’è stato alcun sorpasso dei nuovi media su quelli tradizionali. Certo, l’avvento della tecnologia, e del web in particolare, ha cambiato l’universo dell’informazione. Ma io credo ci sarà sempre posto per il giornalismo serio, di quello che resta e non scompare con un “click”. Citando Sabadin:«il buon giornalismo sarà sempre un bisogno fondamentale di ogni società democratica e civile, e troverà il modo di adattarsi e sopravvivere». In tutto il mondo, per secoli, i giornali hanno contribuito in modo determinante a salvaguardare democrazia e valori civili, sono convinta che avranno ancora un grande ruolo sociale. E lo sarà anche per gli anni a venire perché più cresce l’offerta e le piattaforme di informazione, più cresce la domanda di autorevolezza, di verità, di qualcuno capace di spiegare tra i miliardi e miliardi di dati, la notizia che desideriamo acquisire, per noi importante, sulla quale vogliamo soffermarci a riflettere. Il ruolo di analisi, mediazione, sintesi e selezione svolto dai giornali rimane indispensabile in un società in cui anche l’ultimo imbecille, su qualunque argomento, può immettere in rete dati falsi o distorti senza poi prendersi le responsabilità che ne derivano. La carta stampata assumerà l’importante ruolo di baluardo di civiltà e coscienza critica dal quale osservare e raccogliere momenti di approfondimento e discussione.
Il famoso detto “verba volant, scripta manent” è vero anche oggi. Tv, internet, blogging, twitter, youtube… lanciano notizie che si espandono come onde concentriche. Ma se i giornali non ne parlano, non le solidificano, le onde scompaiono nel flusso degli eventi. Ritengo che andremo verso profonde innovazioni e un riposizionamento culturale della “carta” , l’ipotesi più plausibile è, da una parte: poche pagine, grande qualità e ottima pubblicità, informativa anche quella, un punto di vista privilegiato che non insegue più la notizia ma si dedica ad essa con approfondimenti, riflessioni ponderate e confronti, favorendo anche nuove formule che non sono mai state sperimentate prima. Dall’altra parte, nell’ambito “Free Press” -che ha avuto e continuerà ad avere un ampissimo successo perché, oltre ad intercettare i lettori fuori dalle edicole, dispone di un format innovativo, localizzato e client-oriented – invece, una nuova visione della fruizione del giornale stesso, inteso come strumento conoscitivo per vivere gli scambi informativi necessari per “vivere” nella società, si potrebbe chiamare una panoramica quotidiana per la sopravvivenza sociale. Comunque sia, qualunque notizia, qualunque fatto, qualunque scandalo o gossip, riceve un “marchio di realtà” soltanto se il giornale lo riferisce, se i commentatori lo commentano e se i protagonisti ne scrivono.
Le prospettive esistono, sono reali e concrete, basta non mettersi in competizione con il mondo internet ma comprenderlo e sfruttarlo. Ne è convinto anche il magnate della stampa tedesca Hubert Burda che dice “Dobbiamo imparare un nuovo modo di pensare. Siamo nel mezzo della rivoluzione digitale, pari a quella di Gutenberg: i nuovi media sembrano fatti apposta per l’Italia che è un mondo ottico, non dimenticate che siete il paese che ha rivoluzionato il concetto di prospettiva grazie a Michelangelo”. Ed io aggiungo, indietro non si torna! Non si può tornare. Esiste una naturale convergenza e una inevitabile contaminazione tra tutti i media: riviste che invitano alla partecipazione i propri lettori attraverso i loro “blog”, giornali che in spalla all’articolo inseriscono le “tag clouds” , la tv che utilizza i “banner” durante un programma, su internet “vetrine televisive” di promozioni e occasioni o video con le cosiddette “flash mob” che ricordano la vecchia televisione delle “candid camera” del grandissimo Nanni Loy. Uno scambio bilaterale che va promosso e appoggiato per dare a tutti una nuova fruizione dei media. Ce ne da’ riscontro anche un rapporto Censis/Ucsi che fa il punto sul settore della comunicazione nel nostro Paese, e che prende in considerazione gli anni che vanno dal 2001 al 2009: non c’è stato uno stravolgimento dei consumi mediatici, le nuove forme di comunicazione si sono più o meno affiancate a quelle “vecchie”. La carta stampata però viene sempre considerata il mezzo che più aderisce alla realtà. Esiste una sorta di “sacralità” della carta stessa, del suo odore, che coinvolge totalmente il lettore, il quale, solo davanti ad un foglio stampato riesce trovare quella concentrazione che la televisione, un monitor o la radio non riescono mai ad offrire.
Daniela Santanchè
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“La cultura del piagnisteo – la saga del politicamente corretto” è il titolo del saggio in cui il sociologo americano Robert Hughes descrive la nostra come un’epoca dominata dall’ipocrisia, dall’autocommiserazione, da una continua sterile lamentela cui non segue mai nessuna proposta concreta per cambiare davvero le cose, da un disfattismo e da indefiniti sensi di colpa per cui sembra quasi ci compiacciamo di scivolare verso il baratro. Questa mentalità riguarderebbe tutti: politici che predicano bene e razzolano malissimo, animalisti che difendono gli insetti ma si disinteressano degli esseri umani, sindacati che difendono privilegi di pochi spacciandoli per diritti universali, universitari che protestano contro “il sistema” senza neanche sapere perché, usando le stesse parole d’ordine di quarant’anni fa in un mondo radicalmente cambiato.
L’orizzonte di questo stato d’animo è un diffuso senso di pessimismo che serpeggia anche in Europa e in Italia. Così come nel medioevo, alle soglie dell’anno mille, si temeva la fine del mondo a causa dei nostri peccati contro Dio, oggi si teme una grande catastrofe a causa dei nostri peccati contro la natura, contro i poveri della terra, contro il mondo musulmano. Nel medioevo impazzavano maghi e profeti; oggi, alle loro previsioni, si sono aggiunte quelle degli economisti. Non a caso il Papa ha recentemente invitato tutti a non lasciarsi condizionare dalle parole di maghi e indovini così come dalle fredde, - “scientifiche” ma spesso sbagliate - analisi degli economisti sul nostro destino. Il nostro futuro, ha ribadito il Santo Padre, dipende da noi, dalla nostra fede nell’uomo, dalla nostra volontà di fare giustizia, di raddrizzare i torti, di proteggere l’ambiente. C’è anche una bellissima preghiera che ribadisce il concetto: “Signore, dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, il coraggio di accettare ciò che non posso cambiare e la saggezza di distinguere tra le due cose”. Il nostro futuro e il destino dell’Italia - ne sono convinta e dovrebbero esserlo tutti coloro che fanno politica o che si occupano a vario titolo del bene comune - non è già scritto. È nelle nostre mani. Ne siamo responsabili. E la responsabilità, per noi politici, comincia abbattendo il velo di ipocrisia che permea il dibattito pubblico e consiste nella capacità di fare seguire le proposte alle proteste. Quindi, basta con la cultura del piagnisteo!
Basta con il vittimismo, con la retorica del declino e del tramonto! Anche se abbiamo tanti problemi siamo una grande nazione, con le carte in regola per affrontare qualunque sfida. Torniamo a credere in noi stessi! Investiamo nel valore di un made in Italy che va ben oltre i nostri prodotti da esportazione e che esprime l’eccellenza delle cultura europea e occidentale. Dobbiamo riscoprire un sano patriottismo.
Basta con il continuo dibattito sui mammoni! Certo, dobbiamo proteggere i nostri bambini quando sono piccoli e indifesi. Certo, dobbiamo costruire le condizioni che li aiutino a farsi strada nella vita. Ma dovremmo spronarli un po’ di più a compiere sacrifici e a lottare affinché crescano liberi da paure e falsi miti, forti nel coraggio e nella determinazione. Perché la libertà, l’indipendenza, il successo, il lavoro per cui si è studiato sono conquiste, sono punti di arrivo, non di partenza.
Basta col “femminismo di maniera”! Basta con la guerra tra i sessi, le rivendicazioni, le lamentele, il piangersi addosso. Donne e uomini indispensabili l’uno all’altra, compagni di viaggio e di lotta per le importanti sfide che il nostro Paese deve affrontare. Più che di quote rosa e di soffitti di vetro, diamoci da fare per costruire asili nelle aziende e nei condomini, inventiamo nuove forme di flessibilità lavorativa, occupiamoci di problemi concreti!
E poi basta, basta veramente con questa retorica dei diritti senza doveri! Basta con il buonismo e la finta tolleranza verso i delinquenti, gli integralisti, i fanatici e chi – qualunque sia il colore della pelle o il credo religioso - disprezza il nostro stile di vita! Io penso che l’Italia sia di chi la ama e di chi la rispetta. E rispettarla significa accettare doveri e responsabilità. Significa adeguarsi alle regole che valgono per tutti. Tolleranza e buonismo, se ci togliamo il paraocchi del politicamente corretto, sono in realtà la degenerazione e la negazione della vera giustizia sociale. Sono parole d’ordine di quell’atteggiamento snobistico che produce i ghetti dei disperati di Rosarno e i “califfati” che stanno sorgendo nelle nostre città, dove non vige la legge italiana ma impera la sharia, dove è normale che una ragazzina venga stuprata o sgozzata perché aspira a una vita simile a quella delle nostre figlie.
Se sapremo abbattere il muro dell’ipocrisia e del politicamente corretto, che impedisce di vedere e nominare correttamente i mali da cui siamo afflitti, allora sapremo trovare la cura che il Paese reale - quello che non protesta, quello che fa il doppio lavoro per pagare il mutuo - aspetta e merita.-
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Da mesi veniamo sommersi da una violenta ondata di servizi, scoop, immagini rubate. Sono state e saranno spese ancora fiumi di parole, la girandola degli scandali urlati, del gossip morboso, del pettegolezzo ipocrita prima o poi finirà, e, quando finalmente succederà, spero che qualcuno degli addetti ai lavori abbia imparto la lezione, e che altri abbiano imparato a guardare un po’ più in là rispetto a quello che viene offerto “impacchettato a dovere”, dalla carta stampata, dalle televisioni o dalla rete.
Esiste, in Italia e all’estero, una deriva che produce un giornalismo inquinato che non raccoglie voci e pareri per avvicinarsi il più possibile alla sostanza delle cose. E’ un giornalismo che insinua, detta verità, stabilisce il confine tra legale e illegale citando frammenti di atti processuali o testi di intercettazioni, in una cosciente e sapiente manipolazione delle parole allo scopo di mettere in tasca al lettore la verità che si vuol portare avanti.
E’ non parlo di quel sano giornalismo militante fatto in quelle testate riconducibili ad un determinato partito e in cui il lettore è cosciente di stare “da una parte”, parlo di quel giornalismo che eleva se stesso a infallibile critico e giudice, salvo poi non assumersi le responsabilità nel caso di una “campagna” venuta fuori male.
E gli esempi di personaggi, caduti nella trappola mediatica non mancano, non sto qui a elencarli, si spazia dalla politica allo sport, dalla cultura allo spettacolo. Uno per tutti il grande Enzo Tortora, sbattuto nelle prima pagine dei media del tempo che si mossero nei suoi confronti con fare a dir poco distruttivo, atto ad infamare la personalità pubblica di questo uomo che poi venne scagionato da qualsiasi accusa, e al quale, da quest’anno, è stato dedicato anche un premio i cui principi ispiratori sono il giornalismo di inchiesta e di approfondimento, a rimarcare il grande torto subito.
Oppure più recentemente la vicenda dell’ex capo del Sismi il generale Niccolo Pollari, messo per anni alla gogna per poi essere assolto perché giustamente coperto dal “segreto di Stato” nell’esercizio delle sue delicate operazioni nell’interesse della Nazione.
Quello su cui rifletto è che se il mondo dei media ha già avuto dolorose vicende come quella di Tortora, di Pollari o come decine di altre, perché oggi c’è questo clima esasperato e avvelenato dove rilevare i semplici e puri fatti è un lusso che non molti si possono permettere? Nei racconti giornalistici sempre più spesso si calpestano il rispetto e la dignità umana, quasi fosse necessario ai fini della storia, quasi che essa stessa fosse un prodotto da vendere al pari di un detersivo, senza farsi scrupolo che le storie sono fatte di persone. E se da una parte c’è la sacrosanta esigenza dell’opinione pubblica di sapere, dall’altra secondo me deve esserci la responsabilità di non varcare quel limite tra quello che è obiettivamente necessario al racconto, per dire come sono andate le cose, e quel “giornalismo aggiuntivo”, come l’ha chiamato una volta un ottimo giornalista,Giulio Anselmi, che finisce con l’essere solo scandalismo. Faccio mie le considerazioni di Ferruccio De Bortoli quando afferma “che ci dovremmo fermare tutti un po’ a riflettere su questa stagione di fango e veleni e come verremo giudicati dai nostri figli fra qualche anno essendoci occupati più di escort, trans e cocaina che di imprese e lavoro, quando esiste un mondo intero di persone oneste che da noi si aspettano soluzioni e risposte”.
Se alle volte un giornalista in buonafede sposa una tesi, angolando la notizia a dimostrazione delle proprie idee, non so se questo è buon giornalismo, però è umano, lo stesso deve avere la moralità e l’etica se i fatti lo conducono su un binario diverso, di assumersi l’onere di riportare poi la cosa nella giusta collocazione, accollandosi le scuse dovute. Ciò non accade mai, si sbatte in prima pagina la notizia a caratteri cubitali perché questo fa vendere, salvo poi, quando si è fortunati, avere un trafiletto di smentita nelle ultime pagine. E’ necessario avere senso di responsabilità, stare attenti, essere coscienti che si sta dando un servizio, solo così chi legge potrà apprezzare chi scrive. Altrimenti si incappa in quel giornalismo da “tabloid” come lo chiamano gli inglesi, in cui si perde di rigore, a favore di un voyeurismo veloce, superficiale e sicuramente dannoso.
Vorrei che dopo aver fatto il pieno del peggio che si trova in giro in questi ultimi tempi, si stabilisse che esistono delle regole e dei limiti oltre i quali anche in una società da “grande fratello” come sta diventando la nostra, non si può andare.
Daniela Santanchè
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Lentamente, ancora lentamente, ma qualcosa si muove. Al Cairo sheikh Mohammad Tantawi, Grande Imam dell’Azhar, ha detto che “Il velo non è Islam”, a Roma Abdellah Redouane Segretario Generale del Centro islamico culturale di Roma (l’unica istituzione musulmana italiana riconosciuta dallo Stato) in un’intervista a Vittorio Zincone ha affermato “Quello del proliferare anarchico di Imam non preparati è un problema serio. L’Imam svolge una funzione e per questo deve essere preparato”. Due affermazioni che confortano la mia battaglia contro il fondamentalismo e che vengono da quell’Islam moderato in cui la maggior parte dei musulmani si rispecchia ma che purtroppo, nella vita quotidiana, quella fatta di moschee improvvisate e di Imam propensi alla fagocitazione dell’Occidente, è relegato in un angolo dalle pressioni e dalle intimidazioni psicologiche e religiose di queste persone che, senza alcun titolo, si improvvisano portatori della tradizione islamica, interpretando le Sure del Corano nel modo più arcaico e perverso possibile. Promettendo il paradiso a coloro che si immolano per il Profeta e a coloro che riconducono a “ragione” quelli, o meglio ancora quelle, che osano ribellarsi. Come la giovane Sanaa Dafani, la marocchina di Pordenone accoltellata dal padre qualche mese fa, come Hina Salem, anch’essa barbaramente uccisa dal padre nel 2006 e sepolta nel giardino di casa. Due ragazze coraggiose che volevano decidere in prima persona come vivere la propria vita. Nel corso di questi ultimi anni sono trentasette le giovani immigrate musulmane giustiziate, sempre per mano di qualche familiare guidato dall’implacabile legge del dominio dell’uomo e della sottomissione della donna. Non mi stancherò mai di ripetere che l’indottrinamento del fondamentalismo islamico che usa il corpo femminile come merce di scambio per rafforzare il controllo delle proprie comunità deve essere spezzato, ponendo regole e avviando quei processi culturali di integrazione e affermazione della dignità individuale.
Per un lungo periodo, davanti alle tante questioni dell’immigrazione islamica l’Italia si è voltata dall’altra parte e a farne le spese sono state soprattutto le donne, la parte più debole e vulnerabile. Non ci si può arrendere di fronte all’arroganza e all’impudenza dei signori delle moschee che impongono simboli quale il velo o menomazioni fisiche, quale l’infibulazione, una pratica tribale che nulla a che fare con la religione, per non parlare degli stupri di gruppo, rivolti verso quelle donne che hanno magari osato rifiutare lo sposo imposto loro dalla famiglia.
E dunque se si vuole aiutare quell’Islam moderato, che condivide il valore della vita umana, lo Stato deve tornare a far sentire la sua presenza: dobbiamo imporre ai signori delle moschee di diffondere al loro interno il riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni individuo, a partire dalla parità tra uomo e donna. Accettando una volta per tutte il principio della libertà di espressione e di religione, un principio che è patrimonio universale dell’umanità. Dobbiamo riprendere in mano la proposta di legge per un Registro pubblico delle moschee che faccia chiarezza su come vengono gestite e amministrate. E il progetto di un albo professionale degli imam che tenga lontano dai luoghi di culto islamici estremisti travestiti da predicatori.
Non possiamo riempire pagine e pagine di dibattiti sulla necessità di un nuovo femminismo riducendo tutto il problema solo a una questione di vallette e di veline mentre ci vivono accanto, a decine di migliaia, donne che ancora devono lottare per raggiungere una soglia minima di emancipazione. Di sicuro non possiamo continuare a parlare di un Islam salvato dalle donne se non facciamo nulla per liberarle dalle loro prigioni. Lo scorso fine settembre, sono stata aggredita per aver manifestato a Milano contro il burqa, per aver dato voce al silenzio di tutte quelle donne a cui impongono quest’umiliazione ed in mezzo a chi mi contestava c’era il libico che si è fatto esplodere pochi giorni dopo davanti alla caserma Santa Barbara, dimostrando se ce ne fosse bisogno della contiguità tra certe moschee e i fanatici fondamentalisti. Alla solidarietà che ho ricevuto spero seguano fatti concreti, è necessario rompere questo silenzio assordante, ne è convinta anche il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna che ha chiesto all’Avvocatura dello Stato di potersi costituire parte civile nel processo di Sanaa Dafani e che ha invitato, riprendendo una mia proposta, il ministro dell’Istruzione ad emanare una circolare che vieti il velo nelle scuole italiane in linea con le decisioni di altri paesi europei. Lentamente, ancora lentamente ma qualcosa si muove. Nel nome dell’integrazione.
Daniela Santanchè
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Essere genitori - e può saperlo davvero solo chi ha figli - è il mestiere più difficile che esiste.
Ma anche quello di figlio, soprattutto se adolescente, è un mestiere poco facile. Forse perché, come ha scritto Cesare Pavese in una sua bellissima raccolta di poesie, duro è il “il mestiere di vivere” e di convivere con se stessi e con gli altri in un mondo che ogni giorno ci mette alla prova. Pensavo queste cose mentre mio figlio Lorenzo, mi salutava per affrontare ancora un altro primo giorno di scuola. Un anno scolastico che finalmente parte con una forte riforma avviata con tenacia e coraggio da Mariastella Gelmini, la quale, nonostante tutte le sterili polemiche fatte dall’opposizione, ha avuto il plauso del Presidente Napolitano:“Per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore, le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento, non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente” queste sono state le parole alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno scolastico al Quirinale. E’ necessario smetterla con le contese politiche, ed è altrettanto doveroso invece prefissarsi il bene dei nostri giovani e la scuola deve tornare ad essere un mezzo per diffondere cultura, educare e formare. Gli organi d’informazione sembra facciano a gara nel presentarci un quadro spaventoso dei nostri studenti: non studiano, sono superficiali, sono bulli che maltrattano ragazzini indifesi, le ragazzine per pochi spiccioli o una ricarica telefonica si spogliano e si fanno filmare con i telefoni cellulari dei compagni; la droga tra i banchi di scuola, il sesso facile… un quadro angosciante che costringe tanti di noi a passare notti insonni. Però, a dispetto di quanto affermano sensazionalisticamente giornali e programmi televisivi, che tanta influenza hanno nel formare le opinioni di genitori e famiglie spaesate, non sono affatto convinta che i nostri giovani siano quei “ragazzi perduti”, senza valori, descritti dai media. Penso che i nostri ragazzi, anche se in apparenza sembrano vivere in un mondo tutto loro, impermeabile ai nostri messaggi, siano in realtà profondamente influenzati dal modo in cui noi genitori li trattiamo e li giudichiamo. Se ci facciamo sopraffare dall’ansia, dalle preoccupazioni, e li trattiamo come “alieni”, allora è facile che lo diventino veramente. Ma, forse, gli alieni siamo noi adulti che abbiamo perso la capacità di guardare i nostri figli con serenità. Troppo spesso sono proprio i nostri pregiudizi, le nostre paure, la nostra ignoranza che li condanna a una vita di incomprensioni e silenzi che diventano ogni giorno più profondi.
Dovremmo saperli osservare con uno sguardo meno “inquinato” da ansie, preoccupazioni, paure, nevrosi, fantasmi e inadeguatezze che appartengono soprattutto a noi ma che proiettiamo sulle loro spalle, gravandoli del peso della nostra difficoltà ad affrontare le incognite del presente e del futuro. Penso che, quando non riusciamo reciprocamente a capirci, la colpa non sia loro. Ma sia innanzitutto nostra. Siamo noi genitori, insegnanti, educatori, che dobbiamo saper andare loro incontro, sul loro terreno, senza pretendere che siano loro a venire incontro a noi e a rispondere alle nostre aspettative. Siamo noi che dobbiamo imparare ad ascoltarli. Siamo noi che dobbiamo sintonizzarci sulle stesse loro frequenze d’onda, imparando ad usare quegli strumenti di comunicazione, quella grammatica e quel linguaggio coi quali si scambiano pensieri, considerazioni, speranze e timori. Se riuscissimo a farlo, capiremmo che l’adolescenza e la gioventù sono condizioni eterne dell’essere umano e che i giovani d’oggi sono uguali ai giovani di ieri e di sempre. La stragrande maggioranza dei nostri ragazzi è né più né meno come eravamo noi alla loro stessa età: pieni di domande e di perplessità a cui gli adulti non sanno dare risposta, ricchi di sentimenti e di stupore di fronte alle cose del mondo. Ci sono i timidi e gli espansivi, gli studiosi che temono il giudizio del professore e quelli che se infischiano… proprio come ai miei tempi, come in tutti i tempi. Questo non significa chiudere gli occhi di fronte ai rischi e ai pericoli di oggi che un giovane privo di esperienze corre. Significa non lasciarsi sopraffare dalla paura e capire che – ad esempio - i bulli, i violenti, i prevaricatori ci sono sempre stati e ci saranno sempre così come c’è sempre stata la ragazza disposta a vendersi per pochi spiccioli. Oggi sono cambiate le forme in cui certi comportamenti si esprimono ma la sostanza è sempre la stessa. La differenza rispetto al passato è che i media ne parlano in modo ossessivo perché, si sa, la paura fa vendere giornali e le uniche notizie degne di nota sono le cattive notizie. Molti genitori che conosco non sono d’accordo e affermano che i nostri figli sono esposti a molti pericoli e insidie che un tempo non esistevano. Ma se la droga, la prostituzione, la violenza, gli abusi sono terribili realtà di fronte a cui non possiamo chiudere gli occhi, è altrettanto vero che mai, come in questi ultimi anni, così tanti giovani si sono dedicati al volontariato, allo sport, alle cause più nobili cui, spesso, noi adulti siano cinicamente indifferenti. Come aumentano le cattive strade e le occasioni per perdersi, così aumentano le occasioni e le strade per ritrovarsi e vivere una vita ricca di soddisfazioni. E poi, fin dal tempo dei greci e dei romani i “vecchi” lamentavano la decadenza dei costumi delle nuove generazioni rispetto a quelle precedenti e a una ipotetica età dell’oro dalla quale la società nel suo complesso – a loro parere - si stava allontanando. Platone nella Repubblica scrive che “i nostri giovani scambiano la libertà per licenza e non rispettano i costumi e il decoro dei tempi antichi”. Nulla di nuovo, quindi, sotto il sole. Cerchiamo di dare più fiducia ai nostri ragazzi! Solo così, accettando che probabilmente faranno quegli stessi sbagli che anche noi abbiamo commesso da giovani, daremo loro l’opportunità di crescere più liberi, più forti, più fiduciosi a loro volta nelle proprie possibilità. Solo così – responsabilizzandoli, dando loro credito ma anche le giuste punizioni quando sbagliano - li spingeremo a diventare protagonisti delle loro scelte e non spettatori di un mondo incomprensibile.
Dare loro fiducia significa anche accettare che in alcune occasioni ci deluderanno, come noi abbiamo talvolta demoralizzato i nostri genitori. Quando guardo indietro e ripenso alla mia storia, dall’infanzia all’adolescenza e alla giovinezza, mi rendo conto di aver fatto tante “stupidaggini”, di aver commesso tanti errori, di aver fatto infuriare e preoccupare tremendamente i miei. Però so di essere cresciuta e di essere diventata adulta soprattutto grazie agli errori compiuti, alle lezioni imparate… e alle punizioni ricevute. Ora sono madre di un ragazzo che sta entrando nell’adolescenza, quel periodo così difficile fatto di giornate esaltanti e di momenti di disperazione, di grandi entusiasmi e di brucianti delusioni. Lo vedo avvicinarsi ai compagni di classe, ritrovati dopo le vacanze estive. Mi sembrano tutti un po’ più grandi, più uomini, più spavaldi, affamati di vita e per questo facili prede dei pericoli e dei lupi cattivi. Ma, riandando con la memoria a quello stesso periodo della mia vita, mi rivedo com’ero davvero: come lui e le sue compagne, tutti così pieni di vita e di fragilità, di presunzione e di smarrimento. E ricordo lo sguardo dei miei genitori, in apparenza severo ma in profondità smarrito quanto il mio. A tutti i figli, a tutte le ragazze e i ragazzi che, come il mio Lorenzo, hanno ricominciato la scuola e imparano il “mestiere di vivere”, auguro di cuore un anno ricco di scoperte e di belle emozioni.
Daniela Santanchè
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In questi primi week end estivi, quando la voglia di stare sdraiati al sole come lucertole, per assorbire quel calore delizioso che ci è tanto mancato in questo inverno così lungo e rigido, è una tentazione a cui non si può resistere; quando, sarà per questo cambio di stagione così repentino, la voglia di mare è quasi un’esigenza e correre sulla sabbia è la cosa più bella del mondo, ti rendi conto che in questi ultimi anni lo stare in vacanza ha subito dei cambiamenti assurdi. Passata la moda di controllare quante “tacche” di campo ci fossero sul cellulare, con scene da brivido di persone arrampicate sull’ombrellone, oggi mi sono accorta dell’ormai consolidata abitudine di moltissimi, di mettere nella borsa, oltre al telo, la crema protettiva e gli occhiali, anche il notebook. Il pc portatile è diventato praticamente un’appendice per quei terribili stakanovisti dell’informazione che si considerano così “high-tech” da non poter rinunciare mai al laptop. Certo che avere a portata di mano il computer risolve quei piccoli inconvenienti che ti fanno perdere tempo, come ad esempio l’aver dimenticato di passare all’edicola per acquistare i giornali e le riviste. “Basta un click” ed eccoti a “surfare” nei vai siti web dei quotidiani o meglio ancora, vista la “leggerezza” del periodo, in qualche pagina di qualche rivista d’ombrellone, quelle che hanno uno ‘scoop’ ogni foglio.
Regna sovrano in questo mondo di internauti, il sito Dagospia. Nato come raccoglitore di indiscrezioni della “Roma godona”, è diventato oggi punto di riferimento in Italia, di un’informazione puntuale e attenta, e sempre più spesso, anticipatrice di quelle notizie che per piaggeria, timore o asservimenti, giornali e giornalisti non pubblicano più. Sulla spiaggia, sono moltissimi gli schermi aperti sulla “portineria elettronica” come la chiama lui, D’Agostino, il guru di questa “controinformazione”. L’idea gliel’ha suggerita la mia amica Barbara Palombelli, negli USA, ha il suo corrispettivo in ‘Drudgereport’. Messo su dal bravo giornalista, Matt Drudge, quello che per primo parlò del Sexgate. Anche lui si diverte a rendere pubblici i segreti delle stanze dei bottoni americane.
Roberto D’Agostino, come un Pasquino moderno e virtuale, mette a nudo e irride potenti e politici e nello stesso tempo riduce a semplice persona il personaggio. Giocando con i doppi sensi, coniando nomignoli per tutti - a me chiama Santa-ma-de-chè - ha sfruttato al meglio le potenzialità della rete e creato un modo nuovo per raggiungere il lettore. Già nel lontano 2000, capì che nel nostro paese il mercato delle ‘notizie epurate’, dei retroscena, era troppo succulento e abbondante per non renderlo pubblico. E un po’ per caso e un po’ per caos, come dice lui, ha intrapreso quest’avventura che lo ha portato al traguardo, oggi, che giornalisti, politici e manager hanno il suo sito tra i loro “preferiti”.
Meglio di tutti e più di tutti il fenomeno Dagospia - alimentato in un primo momento soprattutto dall’intelligenza del Presidente Emerito Francesco Cossiga - l’ha sintetizzato quel genio della finanza, e non solo, di Francesco Micheli. In una recente intervista al Sole 24 Ore Micheli ha detto che: “bisognerebbe studiare, con il piglio dell’entomologo il fenomeno D’Agostino, per capire come uno, da solo, abbia costruito un sito d’informazione che è un quotidiano punto di riferimento sui computer della classe dirigente italiana”. Parole che fanno riflettere, se si
aggiungono al fatto che, su Dagospia, spesso si leggono ‘primizie’, che gli altri media passano soltanto molto più tardi. Come ad esempio l’anticipazione che il nuovo direttore del Corriere della Sera sarebbe stato Ferruccio De Bortoli.
Ci sono dunque alcune domande da porsi: come è cambiata la comunicazione veicolata attraverso il computer? quale è oggi la sfida del giornalismo moderno?
La sintesi oggi privilegiata sembrerebbe la “pura” informazione, quella del passaggio
diretto delle notizie dalla fonte ai lettori, il sito YouTube ne è una dimostrazione
lampante. Da quando internet ha stravolto il concetto stesso di comunicazione la
strada avviata è questa, ed è il web stesso che rende reale l’idea di un mondo senza limiti e frontiere. Da società industriale siamo diventati società dell’informazione. Un’informazione infinita e in evoluzione a cui tutti possono attingere a piene mani e in cui tutti possono essere protagonisti nel bene e nel male. Internet è certamente un’opportunità ma, anche se sono fermamente convinta che una parte di quel domani migliore che tutti ci auspichiamo passa da questa rete globale che entra nelle case, negli uffici, sui telefonini di tutti in modo così immediato e diretto, fornendo risorse, amplificando conoscenze, dilatando relazioni, mi vengono in mente le parole della bellissima canzone “Cercami” di Renato Zero -così poco abili anche noi a non dubitare mai di una libertà indecente-. E’ questa la vera sostanza a cui dobbiamo far riferimento, l’accessibilità alle informazioni non sempre è sinonimo di autonomia, questa ce la dobbiamo costruire con un’insaziabile curiosità verso il mondo. Può essere scomodo ma è indispensabile per capire la verità.
Daniela Santanchè
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Ci sono drammi che feriscono l’anima e il cuore e per I quali ciascuno è chiamato a fare la propria parte. Grandi o piccoli che siano, non bisogna lasciare che la forza d’impatto emozionale dei primi momenti -quando ci sono le immagini e le notizie che colpiscono come un pugno nello stomaco - si spenga e venga meno con il passare del tempo. Trasformare in azioni positive quelle terribili emozioni, costruire un percorso di solidarietà per una soluzione, ci fa star bene con noi stessi e con la vita. Personalmente distinguo e condanno, nella tragicità di ognuna, situazioni abiette, create ad esclusiva causa dell’uomo, da drammi personali o collettivi che piombano addosso per quello che non si sa come chiamare, fato, destino o semplicemente caso. E parlare ora di tutela e protezione di animali dopo l’enorme dramma del terremoto abbattutosi sulla splendida regione abruzzese non è facile. Ma quando la colpa è da addebitare soltanto e totalmente all’azione dell’uomo, è necessario levare ed unire le voci per ristabilire un minimo di equilibro in una situazione inammissibile per una civiltà moderna. “La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”. Così citava Gandhi agli inizi del secolo scorso. Oggi in Italia, ma non solo, tra l’ indifferenza e la cattiveria più disumana si continuano a infliggere agli animali che non hanno la fortuna di avere un “buon padrone”, condizioni di vita non degne di una società evoluta, in barba a quella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale proclamata il 15 ottobre 1978 nella sede dell’Unesco a Parigi. Il termine “diritto” fu adottato volutamente per andare ad indicare il parallelo con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, anzi ne fu, se vogliamo, un’estensione. Il riconoscimento di “status” dato agli animali, anche se sul piano giuridico-legislativo non aveva valore, doveva comunque essere inteso vincolante per tutte quelle persone e quei paesi che avevano fatto della propria cultura una scelta di progresso e civiltà, fu il primo passo ufficiale. Si è capito più tardi che per la coesistenza e il rispetto, tra l’uomo e l’animale anche la legge doveva fare la sua parte ed è per questo che dopo quella data sono state emanate numerose disposizioni, finalmente anche penali, che confermano i diritti degli animali ed estendono la disciplina legislativa ad ogni aspetto del rapporto con l’uomo. Nel 1991 nel nostro paese fu fatta la legge quadro n.281, e un’altra, altrettanto importante fu promulgata nel 2004 per vietare il combattimento tra animali. Ma ciò purtroppo non è ancora sufficiente. Per questo ho voluto proporre di istituire una Authority. Pochi ma essenziali, gli obiettivi da raggiungere. Coordinare organismi di sorveglianza autorizzati al controllo di tutte le strutture (canili, rifugi, allevamenti) attraverso ispezioni improvvise e delegate alla revoca immediata di permessi e autorizzazioni ove non venga riscontrata la completa adesione alle norme vigenti a tutela della dignità degli animali; sorvegliare e regolamentare tutte le attività riferibili alla sperimentazione animale; riconoscere il valore del servizio di volontariato, attraverso una formale certificazione da parte delle Istituzioni. Oltre ad una battaglia attenta e mirata per frenare il fenomeno del randagismo. I numeri sono allarmanti, il Ministero della Salute (cifre aggiornate a gennaio 2008) parla di mezzo milione di cani randagi sul territorio, di cui soltanto 149 mila ospitati nei canili. I dati sono molto più critici in meridione che al nord, per questo è necessario anche monitorare le centinaia di strutture che da un capo all’altro del Paese ospitano gli animali abbandonati. Un’osservazione costante che permetterà di valutare la qualità delle strutture, l’accoglienza riservata, e l’ottimizzazione dell’ospitalità. Per evitare il ripetersi di episodi come l’ultimo di marzo scorso, che ha provocato ad una famiglia siciliana il dolore più grande, la perdita del figlio ucciso a morsi da un branco di cani affamati e pochi giorni dopo il ferimento di una turista. Gli animali, fuggiti da una struttura privata fatiscente e completamente degradata che non si può certo definire canile, ma solo galera. E dalla galera per fame si scappa. E’ necessaria un’Authority anche per questo compito. Per capire se gli stanziamenti e i fondi destinati ai rifugi per animali vengono spesi bene e per le bestie. Troppe volte ci si è trovati di fronte a veri inferni mentre sulla carta esistevano ricoveri modello. Quei delinquenti che hanno fatto degli animali un business senza scrupoli debbono essere condannati ed esclusi da qualsiasi attività che riguardi gli animali
Da molto tempo vediamo scorrere davanti agli occhi una lunga, raccapricciante sequela di orrori, di animali feriti, maltrattati e spesso uccisi nei modi più atroci. Ciò mi ha portato a riflettere su tutti quei grandi pensatori, da Pitagora a Plutarco, da Leonardo da Vinci a Montaigne, a Voltaire, che fin dall’antichità hanno speso parole e azioni a favore degli animali, riconoscendo loro il ruolo di compagni di vita a cui si deve rispetto. La domanda che si poneva l’inglese Jeremy Bentham nel 1789 era: “Gli animali possono soffrire?”.La risposta è ovvia. “E allora perché dovrebbe la legge negare la sua protezione a un qualsiasi essere sensibile? Verrà il giorno in cui l’umanità accoglierà sotto il suo mantello
tutto ciò che respira” Stiamo parlando di più di due secoli fa. Invece ancora oggi, con l’approssimarsi della stagione estiva, nella cosiddetta società civile e a dispetto di tutti gli appelli, saremo costretti a fare per l’ennesima volta i conti di quanti animali sono stati abbandonati perché d’intralcio al piano vacanze. D’inverno piacevoli compagni, d’estate oggetti inutili. E’ sul campo che bisogna cambiare questa mentalità.
Daniela Santanchè
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La 29° edizione di Bit, la Borsa internazionale del turismo tenutasi al quartiere fieramilano di Rho. E’ la fiera più importante d’Italia e tra le prime quattro al mondo. Non è la prima volta che visito il Bit e mi ha confortato constatare che le cifre delle presenze sono state sostanzialmente in linea con la scorsa edizione e che gli operatori sono apparsi motivati benché i tempi non siano facili a causa dell’attuale crisi. Naturalmente, gli stessi ora chiedono a gran voce risposte concrete dalla politica, che purtroppo nei decenni precedenti, adagiandosi sull’unicità delle caratteristiche del nostro paese, non ha raccolto la sfida che il mercato richiedeva. Siamo rimasti al passo grazie alle iniziative dei molti addetti del settore che con passione hanno mantenuto alto lo standard qualitativo dell’offerta facendo si che il nostro turismo, nonostante tutto, restasse un comparto attivo. Infatti nel 2006 i dati Istat riportavano un +3% con una bilancia commerciale che registrava +10 miliardi di euro. Un vantaggio però che ora si è ridotto causando negli operatori preoccupazione per il futuro. Abbiamo un paese splendido, che non merita incertezze, in nessun campo. E’ vitale operare subito riforme, scelte coraggiose e trasparenti che affrontino le carenze, o gli errori se preferite, portati avanti finora. E’ opportuna innanzitutto una politica turistica nazionale come hanno fatto diversi paesi europei a cominciare dalla Spagna, per tutelare, un tesoro che è patrimonio non solo italiano ma dell’umanità.
Dall’energia alle infrastrutture, all’innovazione, a tagli agli sprechi più incisivi. E’ necessario iniziare il cammino per abolire le province, accorpare i piccoli comuni, ridurre drasticamente le comunità montane e tutto ciò che crea lentezza alla ripresa, per poter destinare il “guadagnato” ad un piattaforma strutturale mirata appunto verso il turismo. Un bene non deteriorabile e che è fuso, visceralmente, a quello che tutti consideriamo la nostra unicità: il territorio, l’arte, le eccellenze dell’artigianato, il made in Italy, la gastronomia.
C’è bisogno di sinergie, un patto tra stato (per le infrastrutture), regioni (per la valorizzazione dell’area e l’ informatizzazione) e le imprese (per la ricettività). Da alcuni dati emerge che solo il 5% degli alberghi italiani ha visibilità sul web, è poco. In un mercato in crescita esponenziale come quello degli acquisti su internet è una percentuale troppo bassa. Qualche giorno fa sul Corriere della Sera è apparso un articolo che avvalora, qualora ce ne fosse bisogno, la tesi che “la rete” è un mezzo potente da utilizzare. Il titolo era “Le città d’arte perdono turisti, i Musei Vaticani in controtendenza”’ ho letto con interesse il pezzo che diceva che a gennaio e febbraio l’aumento dei visitatori in Vaticano aveva creato buone aspettative anche per i successivi mesi primaverili. La spiegazione è la semplice rivoluzione organizzativa del più famoso museo del mondo che uscito fuori dal suo immobilismo è stato in grado, grazie anche ad una attenta gestione dei costi, a riposizionarsi come una realtà lucida e attiva. Alcuni degli ingredienti della riuscita sono state le vendite on line dei biglietti con migliaia di contatti al giorno, l’apertura di nuovi percorsi e una cura particolare verso i giovani che possono godere dei tesori esposti con solo 4 euro. Il “miracolo”, è un semplice “ripensare i giochi”. Sicuramente è’ un esempio a cui guardare con interesse, perché il ciclo di crisi terminerà, questo è certo. E noi dobbiamo essere pronti, non esiste nessuna bacchetta magica è necessario un reale cambiamento di rotta. Ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte, coesione sociale e collaborazione politica devono diventare le parole d’ordine.
Lo scempio di Napoli, con i cumuli di immondizia fuori dalle case, dagli ospedali, dalle scuole è un’immagine che tutta l’Italia, a cominciare dalle Istituzioni, è chiamata a cancellare. Anni di irriguardosa negligenza politica nei confronti di quel territorio hanno prodotto danni non solo alla collettività locale ma all’incomin turistico di un’intera nazione, che non può più permettersi di pensare di stare sugli allori, seppur di una gloriosa storia di cultura e tradizioni, senza fare nulla. Nel 1950 erano 26 milioni di turisti in giro per il mondo e una gran parte veniva acquisita dall’Italia, nel 2007 sono circa 900 milioni con un fatturato che sfiora i 900 miliardi di dollari l’anno. E’ la voce economica, insieme all’informatica, che ha avuto il maggior incremento assoluto. Ed è su questi dati che dobbiamo ragionare ed attuare le future strategie. Ampliare il potenziale dell’offerta turistica italiana che era e continua essere unico al mondo qualificando il patrimonio ed elevando gli standard. Il settore dell’agriturismo, ad esempio, un comparto relativamente giovane ma molto dinamico, conferma che lo spazio d’azione c’è. Le cifre di dicembre relative alle presenze, sono positive, seppur ridimensionate rispetto agli anni precedenti. In un periodo di piena congiuntura sfavorevole dove tutto ha davanti il segno meno, è un segnale. E sebbene anche qui gli addetti sottolineano che la situazione è delicata perché c’è bisogno di investimenti, formazione professionale, controlli, ancora una volta viene dimostrato che dove c’è impegno, modernità e competenza la via è meno tortuosa.
E se l’attuale governo, come sta facendo, intende proseguire con determinazione verso una maggiore razionalizzazione dei suoi apparati, una modernizzazione della macchina pubblica, i tagli agli sprechi, un fisco equo con una minore tassazione e soprattutto una politica di valorizzazione dei settori su cui far leva per la ripresa della nostra economia, certamente il turismo gioca un ruolo da protagonista.
Si avvicina la bella stagione e il mio augurio è che ognuno di noi possa realizzare una vacanza che lo diverta e gli restituisca le energie che ha perso in questo lungo e freddo inverno.
Daniela Santanchè
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Freccia a sinistra e sorpasso, è questo che ho pensato quando ho letto i dati relativi all’imprenditoria femminile diffusi da Unioncamere. In tempi di crisi così profonda la notizia che le donne, nonostante tutto, continuano ad avere desiderio di porsi in avanti dà sollievo. La “trasformazione silenziosa” come molti l’hanno chiamata, sta continuando seppur tra mille difficoltà il suo cammino. Allora spetta anche alla politica fare la propria parte, essere lungimirante e capire come si può agevolare ancora di più questa “forza riformatrice” in modo che i benefici possano distribuirsi a tutta la società. Curare il sostegno delle azioni che promuovano le pari opportunità. Contribuire allo start-up e all’affermazione di nuove imprenditorialità di giovani e donne deve essere il punto focale su cui concentrarsi.
Le cifre dell’imprenditoria rosa nell’arco di un anno, da giugno 2007 a giugno 2008 sono da stimolo e parlano chiaro, la vitalità della “womaneconomic” ha fatto si che il saldo finale non fosse pari a zero. Le imprese femminili, sono aumentate (+ 5.523 unità), in particolar modo nel comparto servizi e nelle regioni Lazio, Lombardia e Sicilia, con una fortissima crescita di imprenditrici immigrate, con un +71% di imprese individuali aperte da donne provenienti da paesi extraeuropei. Un aumento che, se in termini percentuali può essere considerato modesto (+0,45%), di fatto è comunque notevole se confrontato al dato complessivo. E sottolineo, con una punta di orgoglio femminile, che senza le imprese guidate da donne, il dato finale sarebbe stata l’immobilità totale.
Anche se le ditte individuali e le cooperative sono la stragrande maggioranza, mentre poche sono le donne a capo di società di capitale o nei consigli di amministrazione e la loro presenza è minima anche quando si salgono i gradini della piramide gerarchica, la strada è tracciata. E’ soltanto questione di tempo e determinazione perché si raggiunga un’effettiva situazione di pari opportunità e si ponga fine alla cosiddetta “segregazione verticale”.
Un po’ come è successo nella scuola, quando le famiglie hanno cominciato ha rendersi conto che investire nell’istruzione anche delle figlie poteva essere un fatto positivo per tutti. Sono bastati pochi decenni, esattamente nel 1981, e si è realizzato il “sorpasso rosa” nel numero dei diplomati, la tendenza si è fatta sempre più netta con il tempo, nel 2002 infatti avevano un diploma il 65,3% dei maschi di 19 anni e il 75,7% delle femmine e, a 25 anni, erano laureati il 13,8% dei maschi e il 17,8% delle femmine che tra l’altro, in base a recenti statistiche si laureano in meno tempo e con risultati migliori. Anche se purtroppo le stesse statistiche affermano che il miglior rendimento scolastico spesso non si traduce in un vantaggio occupazionale e di carriera. Per le donne poi che scelgono le facoltà preferite dalle imprese ancora di più, di fatto si pone il problema di un mondo del lavoro con una mentalità ancora piuttosto “all’antica”, in cui gli imprenditori maschi hanno paura di “collocare in ruoli chiave” una donna in quanto “a rischio” maternità motivo per cui nella stragrande maggioranza delle segreterie ci sono solo donne mentre negli altri incarichi si trovano quasi solo uomini. Di rimando invece, alcuni settori, come la scuola, specialmente quella dell’infanzia sono praticamente a totale appannaggio delle donne e questo la dice lunga sulla “forma mentis” della nostra società che tende a relegare le donne al solo ruolo di “figura di riferimento e motore propulsivo della famiglia”. Accettando finalmente che è cambiata la sostanza stessa della donna, ora genitore, moglie, casalinga, lavoratrice, è necessario cambiare le regole del sistema ed incidere socialmente, politicamente ed economicamente su quello che può favorirne le potenzialità. Invece, qualche tempo fa mi trovo a leggere su una importante rivista economica una cosa incredibile. Un’inchiesta dove si commentava uno studio dell’economista Alberto Alesina, docente all’Università di Cambridge e di Oxford, e in cui si evidenziava come il differenziale del tasso di interessi praticato di solito dalle banche alle donne imprenditrici rispetto ai “colleghi” maschi ammonti allo 0,3% e che questo stesso differenziale diventi dello 0,6% nel caso la donna imprenditrice decida di avvalersi di un garante donna. A fronte di un tasso di fallimento delle imprese femminili del 1,9% rispetto a un 2,2% di quelle maschili. La conclusione è che il dato non giustifica in alcun modo la disparità di trattamento. Ed è qui che la politica deve agire. Risorse, finanza agevolata, forme giuridiche privilegiate, burocrazia semplice e fruibile facilmente anche on line, comunicazioni puntuali ed esatte da parte delle Istituzioni. Tutto ciò che è necessario per favorire il lavoro dei giovani e delle donne. Si deve avere ben in mente che questi soggetti saranno lo snodo essenziale della ripresa economica. In essi è racchiusa la voglia di fare, la passione, i progetti: in una parola il futuro. Lo stesso futuro che le donne oneste dell’immigrazione sono venute a cercare in Italia contribuendo con la loro presenza e i loro sacrifici a movimentare l’economia sana del nostro paese.
E’ tempo di crisi, è vero, ma è anche tempo di aria nuova e di grandi decisioni che condurranno a riforme importanti, ognuno ha l’obbligo di fare la sua parte. Noi donne cogliamo l’occasione per un’emancipazione matura e non di rivalsa, troviamo le sinergie giuste tra i vari ruoli, al contempo riconsideriamo la nostra funzione sociale che reputo indispensabile alla rivalutazione e al riposizionamento di alcuni valori fondamentali venuti a mancare nella società negli ultimi decenni a favore di una società edonistica basata quasi esclusivamente sul materialismo. E’ una grande sfida ma le donne sono forza e anima e ci riusciranno. E devono soprattutto crederci. Ed io ci credo.
Daniela Santanchè
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Roma, pochi passi dalla stazione Termini. Un gruppo di mendicanti accampati tra coperte, cartoni, bottiglie di vino vuote e lattine schiacciate. Sembrano stranieri. Uno di loro estrae dal cappotto un telefonino, un modello fuori moda di qualche anno fa. Compone un numero, parla per qualche secondo in una lingua a me incomprensibile poi chiude la conversazione, spegne il telefono per non consumarne inutilmente la batteria e lo ripone nella tasca interna del cappotto con grande cura. Sono rimasta allibita e poi, riflettendo, mi sono resa conto di come il telefonino sia diventato un bene primario, quasi come il mangiare. Ormai è entrato nella nostra vita quotidiana per non andarsene più. Esso non è solo un accessorio utile, ma uno strumento indispensabile e non serve soltanto per convivere. Nella società moderna della comunicazione, che ingloba tutto e tutti, serve anche per sopravvivere. Tanto che pure quello che noi identifichiamo con ‘l’emarginato’, lo considera necessario quanto avere un cappotto caldo per proteggersi dal freddo.
Paradossalmente però, ritengo che l’uso smodato del telefonino, fa in qualche modo perdere il legame con la realtà, allontana dai rapporti sociali ed evolve in modo assai diverso le relazioni. Molti però non la pensano affatto così ed in effetti, anche quest’anno, in tempi di crisi come questi, i dati confermano che gli italiani non hanno risparmiato sull’acquisto dell’ultimo gadget elettronico e, in particolare, di prodotti e servizi di telefonia mobile. Siamo i primi al mondo per utilizzo di telefoni cellulari. Se è vero, come sostiene il Censis, che “il telefono cellulare insegue la tv tradizionale come strumento di comunicazione più diffuso in Italia: il suo uso è in continua ascesa da anni e nel 2007 il cellulare ha raggiunto un indice di penetrazione complessiva pari all’86,4% della popolazione, ormai a un passo da quel 92,1% che costituisce il consumo complessivo della tv generalista”. Sembra proprio che per noi comunicare, parlare, annullare le distanze, sia diventata una necessità insopprimibile.
Il telefonino è diffuso ovunque: ce l’hanno anche i ragazzini delle elementari - che lo usano per scambiarsi sms, suonerie, immagini, canzoni - per i quali rappresenta una prima conquista di libertà, il passo che precede la disponibilità delle chiavi di casa. E i genitori si sentono più tranquilli perché sanno che possono essere raggiunti in qualunque momento in caso di bisogno e perché possono comunque controllare con chi i loro figli parlano e che tipo di messaggi si scambiano.
Ce l’hanno gli adolescenti, che possono parlare ore e ore senza dover usare il telefono di casa sottraendosi così ai rimproveri dei genitori. Come cambiano i tempi! Ricordate quando eravamo ragazzi e l’unico telefono di casa stava in sala o in corridoio? Quando i genitori ci sgridavano con parole che tutti noi adulti ricordiamo ancora: “Basta! Chiudi quel telefono! Mi fai spendere una fortuna! Il telefono serve per le cose serie! Avete tutto il tempo di parlare quando vi incontrate”. Ricordi di un mondo antico che non c’è più. Il telefonino, oggi, ce l’hanno anche i nonni. E lo sanno usare benissimo. Tasto 1: il numero di casa dei figli. Tasto 2: i nipoti. Tasto 3: il medico di fiducia. E i figli, non più adolescenti inquieti ma genitori indaffarati, si sentono più tranquilli.
Col cellulare si fa di tutto: si telefona, si scambiano email, si paga il parcheggio e il biglietto dell’autobus, si guarda la partita, si effettua un bonifico bancario e ci si fa guidare in autostrada e in città attraverso il navigatore satellitare GPS. Chi possiede un telefonino è collegato al mondo. Ed il mondo è collegato a lui. Anche con il cellulare spento, in tasca, è possibile sapere esattamente dove ci troviamo, dove siamo stati un anno fa, con chi abbiamo parlato ad esempio il 5 giugno del 2006.
Ed è proprio per questo che il telefonino è contemporaneamente un grande strumento di libertà e un grande pericolo per la libertà stessa. Possiamo comunicare con chiunque ma, come nei film polizieschi, “tutto ciò che diremo potrà essere utilizzato contro di noi”.In un certo senso ci troviamo nella stessa condizione dei figli piccoli nei confronti dei genitori: grazie al telefonino siamo più autonomi ma anche più controllabili. La libertà conquistata si trasforma in libertà perduta. E’ in gioco la nostra privacy, un diritto umano fondamentale che costituisce un pilastro delle libertà personali.
Perché avere segreti è un nostro diritto. Avere qualcosa da nascondere agli altri, quando questo qualcosa non è un reato, è diritto di ognuno. Per questo inorridisco quando sugli organi di informazione molti lettori, giustamente indignati dalle malefatte di alcuni politici o imprenditori, sostengono che “se non fai nulla di male, non hai nulla da temere dalle intercettazioni” oppure “io non ho nulla da nascondere, cosa mi importa se vengo intercettato”.
Seppur in buonafede, queste persone non si rendono conto che una società in cui tutti fossero sotto controllo non produrrebbe affatto maggiore onestà. Sarebbe una società totalitaria e terribile, fondata sulla paura, sul ricatto, sull’autocensura, simile a quella descritta dallo scrittore George Orwell in “1984”, un libro attualissimo che dovrebbe essere riletto e meditato.
Ora che il telefonino ce l’hanno tutti, ma proprio tutti, dovremmo imparare a farne un uso adulto e responsabile. Sono convinta che coloro che hanno la forza di spegnere il telefonino quando non è indispensabile, almeno per un po’, siano più libere – e in definitiva più felici – di coloro che vivono con il telefonino perennemente attaccato all’orecchio e che non hanno il coraggio di rendersi – almeno per un po’ – irraggiungibili da tutto e da tutti. Molte persone, infatti, si sentono importanti solo quando vengono chiamate ma non si rendono conto che spesso fanno la figura di quel personaggio, rimasto nell’immaginario di tutti, interpretato da Carlo Verdone, il quale, ricevendo una telefonata mentre percorre la navata della chiesa per convolare a nozze con la propria donna – risponde così all’interlocutore che lo chiama: “Assolutamente! Non mi disturba affatto!”
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