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Adesso si chiama Esame di Stato e non più Esame di Maturità, ma incombe ugualmente sugli sventurati che devono affrontarlo e appare sempre, anche ai più preparati, come un’impresa epica in cui, probabilmente, ci sarà “pianto e stridore di denti”. Stanno ormai per uscire i quadri e altri 500 mila studenti sapranno il loro destino. Scegliere subito la strada del lavoro, iscriversi all’università, oppure ripetere l’anno. Quello che rimane immutato è l’impatto emotivo di questo esame. L’esame degli esami. Ma quest’anno un dieci e lode va dato proprio al Ministro Gelmini per aver scelto dei temi di italiano intelligenti e moderni, che rispecchiano una società in continuo movimento. Non c’è esame che porta con se tante emozioni. Le ha fatte rivivere intensamente il regista Fausto Brizzi con la divertente commedia “Notte prima degli esami”, con un professore “infame” (che abbiamo avuto tutti) interpretato da Giorgio Faletti ma che alla fine si rivela colui che ha più a cuore il futuro dei suoi ragazzi. Ragazzi che crescono e comprendono che con questo esame finisce un’epoca. Tutti sono coinvolti, oltre a studenti e professori, anche familiari ed amici e ormai anche giornali e tv seguono l’andamento della prova sin da gennaio, all’uscita delle materie, da maggio invece impazza il toto compito. Quest’anno ancora – figlia del suo tempo – perfino la Polizia Postale è stata mobilitata per evitare fughe di notizie. Anche la via delle scorciatoie è cambiata: ai miei tempi si pensava ai bigliettini e alle frasi tra le righe del vocabolario, oggi invece la tecnologia la fa da padrone. Ma proprio per questo, quando si entra nell’aula d’esame praticamente gli studenti è come se entrassero in aeroporto, niente telefonini o qualsiasi strumento di interconnessione che potrebbe essere utilizzato per prendere spunti e aiutini per superare la prova. Abitualmente i ragazzi non si separano mai dai loro cellulari diventati veri e propri pc, ma in questa fase lo shock da distacco è amplificato e reso ancora più ansioso perché le famose sintesi e riassunti da scrivere sui bigliettini le si deve saper fare, non sono mica il noto copia (da internet) e incolla su word odierno! Tra l’altro il Ministero dell’Istruzione, quando ha diffuso i primi dati sugli scrutini per l’ammissione gli esami di maturità e alle classi dalla seconda alla quinta riferiti ad un significativo campione, già lì, ha reso ancora più ansiosi e preoccupati i futuri maturandi, perché, i risultati si sono rivelati molto pesanti, quasi un boom: i non ammessi alla maturità del 2010 in base alla stima del Miur sarebbero circa 28,500, il 6,1% del totale degli studenti all’ultimo anno di superiori. L’aumento è dello 0,6% rispetto al 2009 e il numero maggiore di studenti non ammessi si trova nei licei e negli istituti professionali. Forse se i ragazzi avessero dedicato più tempo allo studio invece cercare di evitarlo con ricerche, stranezze ed usi impropri di gadget elettronici i dati sarebbero stati migliori. Ho fatto un giro su alcuni siti di studenti e debbo dire però che sono organizzatissimi, specialmente con i forum, si scambiano tesine, temi, versioni, saggi brevi. Alcune domande poi sono alquanto bizzarre – tipo quella postata sul sito Studentville – “ è possibile sapere le tracce della prima prova la mattina prima delle 6.30? dicono di si!! ” in questa richiesta c’è tutta l’ansia e l’ingenuità dei nostri teen-ager. Tempi moderni ma stesse emozioni perché l’esame di stato resta sempre quello che tutti nella vita ricordano, e quest’anno gli studenti avranno una maturità che porterà’ con se’ una importante novità: per l’ammissione all’esame sarà necessario conseguire almeno il sei in ogni disciplina di studio oltre che nel voto di comportamento (come già avvenuto nel 2009 per l’ammissione all’esame di licenza). Una “severità”, voluta dal ministro Gelmini e spiegata da lei stessa ai ragazzi su youtube a gennaio -in occasione dell’annuncio delle materie - anche questo evidenzia la strategia e la filosofia della riforma della scuola, più modernità e niente più favoritismi, ma solo meritocrazia. Ai buoni risultati va corrisposto il merito, perché il migliore degli insegnamenti per i ragazzi è l’esempio. L’istituzione scolastica inoltre deve segnare il passo alla nostra società, essa non deve rincorrere la modernità ma deve essere essa stessa moderna, attuale, ai giovani studenti deve dare la possibilità, le capacità e la sicurezza, di essere al passo con i tempi, per sapersi confrontare al medesimo livello con gli altri studenti europei. Cari ragazzi ricordate che nella vita gli esami non finiscono mai, ma se si hanno buone intenzioni, il risultato prima o poi arriva. Buona estate.
Daniela Santanchè
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Possiamo fermarci un attimo a ragionare con calma di intercettazioni senza passare da paramafiosi, parapedofili o paraterroristi? Nelle settimane scorse in concomitanza con la discussione sulla nuova legge, sono stata duramente attaccata per un ragionamento secondo me assolutamente condivisibile.
Le intercettazioni vanno fatte, perché sono un ausilio alle indagini, ma non vanno divulgate a pioggia se non rientrano nella specificità del reato che si persegue. Per usare un paradosso ho aggiunto che non c’è alcun motivo di rendere pubblica l’intercettazione, su fatti ovviamente privati e non connessi con l’ipotesi accusatoria, tra un mafioso e sua madre. Apriti cielo! E dispiace davvero che dal coro delle critiche ricevute dal teatrino della sinistra, si sia aggiunto anche un quotidiano che si definisce garantista come Libero. Sempre su Libero però ho trovato anche, totalmente condivisibile, quanto scrive Filippo Facci con il quale più volte mi sono trovata in disaccordo. Facci afferma in un punto del suo articolo “Le intercettazioni sono solo un mezzo di ricerca della prova che deve trovare conferma in un dibattimento, il famigerato processo, perciò il renderle pubbliche prima del tempo tende a violare alcune libertà costituzionali” e prosegue sulla questione della privacy “sono soprattutto le persone note a finire sui giornali, privacy che pure riguarda tutti i cittadini, mafiosi compresi. Secondo le direttive comunitarie, le cartacce e le intercettazioni prive di rilevanza penale andrebbero distrutte direttamente dal magistrato”. Come non si può essere d’accordo? Il processo, una volta rinviati a giudizio le persone coinvolte, occorre farlo in aula e non pubblicando a iosa fatti pruriginosi e gossippari sui quotidiani e sui periodici in fase di indagini preliminari, mettendo così alla berlina donne e uomini che potrebbero risultare innocenti e totalmente estranei.
Quello che poi impressiona rispetto agli altri paesi è il dato che sono più di 132mila le persone intercettate nell’anno 2009, con un notevole aumento rispetto al 2003 quando ammontavano a poco più di 77mila. I costi sostenuti per intercettazioni sono saliti da 240 milioni a oltre 272 milioni di euro negli ultimi sette anni. “Occorre evitare che la spesa per le intercettazioni sia fori controllo”, ribadisce il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Proprio un anno fa il guardasigilli aveva disposto un monitoraggio sulle spese sostenute dal ministero dal quale era emersa una serie di “insostenibili sperequazioni nei costi affrontati dai diversi uffici giudiziari per le intercettazioni”, tant’è che la norma di legge in discussione prevede che ogni procuratore dovrà inviare al ministro della giustizia una relazione sulle spese di gestione e amministrazione delle intercettazioni effettuate nel corso dell’anno precedente.
E per concludere torno a dire che chi la mafia la combatte solo a parole può solo colpevolmente cercare di giocare con le parole. Ma purtroppo vedo che nulla ferma la speculazione falsa e preconcetta, allora ribadisco quanto sempre detto: contro la mafia, lotta senza quartiere che molti in passato hanno fatto solo a parole, e che il governo Berlusconi sta invece realizzando, con azioni concrete che parlano chiaro e che portano a vittorie e ad arresti eccellenti di latitanti ricercati da decenni. Ma sulle intercettazioni ribadisco il mio pensiero garantista: se invadono la sfera privata senza alcuna utilità processuale, e ripeto alcuna, nemmeno la più marginale, non possono, né debbono, essere divulgate, a chiunque si riferiscano per l’appunto, anche se fossero del peggior criminale inimmaginabile, cioè un mafioso. Sfido chiunque a sostenere che queste siano parole censurabili da chi abbia un minimo di riferimento con la democrazia e uno stato di diritto. Ma chi la mafia la combatte solo a parole può solo colpevolmente cercare di giocare con le parole.
Daniela Santanchè
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In un mondo mediatico come il nostro, se un’informazione si interrompe o se addirittura arriva a singhiozzo, può provocare danni e disservizi. A maggior ragione nella politica, dove spesso si fanno “ballare” le parole nei talk show, sui siti internet, senza però essere seguite da repliche o da fatti. Spero che la mia esperienza possa essere d’aiuto a far transitare bene e con chiarezza le iniziative e i provvedimenti che questo Governo ha attuato e attuerà. E nel mio nuovo ruolo cercherò di farlo con passione ed entusiasmo che certo non mi mancano. L’interlocutore del governo italiano è il Popolo Italiano, sono gli italiani. Tutti, nessuno escluso. E anche se grazie alla legge sull’accesso agli atti pubblici, alla trasparenza dei procedimenti e alle tecnologie esistenti, il cittadino che voglia entrare dentro i temi della politica, ha la possibilità di farlo, spetta a chi governa rimuovere il maggior numero possibile di ostacoli. Capire è interesse del cittadino, farsi capire è interesse del governo che ha il diritto e il dovere di promuoversi direttamente e senza intermediari. Chi, come me, crede fermamente nella bontà di un programma, di un ideale e di un valore non può lasciare che a comunicare agli altri il senso ed il significato più profondo del nostro agire siano sempre e soltanto giornalisti, talk show, telegiornali, programmi d’informazione e di approfondimento politico. Mettere in scena il deprecato “teatrino della politica” è in fondo, il loro lavoro, ma sappiamo tutti che la caratteristica dei media è attualizzare, sensazionalizzare e spesso purtroppo esagerare. Proprio per questo non possono essere i soli interpreti verso i cittadini. Inoltre spiegando le motivazioni di una scelta, si ritorna finalmente a fare politica sul campo, chiamando in causa valori, ideali, passioni e visioni. Ed è certo più coinvolgente della lettura di un elenco di centinaia di provvedimenti. Il progetto, in parte già messo in atto, consiste nel dare piena applicazione alla missione affidata dal governo al ministero di cui faccio parte. Il ministero per l’attuazione del programma di governo ha infatti la missione istituzionale di monitorare e rendicontare l’attività di governo. Tutto sta nel farlo nel modo più innovativo ed efficace possibile. L’iniziativa - riportando in sintesi le parole del ministro Rotondi - è: una campagna di comunicazione permanente - A puro titolo di esempio, noi potremmo: far capire perché il nucleare e perché il nucleare richiede il potenziamento congiunto (e non l’esclusione) delle energie alternative e perché possiamo considerarlo sicuro. Quella sul nucleare dovrà diventare una campagna di sensibilizzazione e di appoggio di portata epocale coinvolgendo le eccellenze della ricerca scientifica italiana e internazionale per vincere una resistenza profonda e irrazionale figlia della paura ma estremamente dannosa per il futuro, la sicurezza e l’autonomia geostrategica del Paese far capire perché le grandi infrastrutture sono vitali, non uno spreco di denaro… perché vogliamo la Tav, il Ponte sullo Stretto, il Mose di Venezia … e perché queste e le altre grandi opere sono inserite in un piano armonico di sviluppo logistico generale che passa anche per il trasporto regionale/pendolare, il commercio. Far comprendere perché il nostro atteggiamento sull’immigrazione non è punitivo, ma preventivo, e perché il rispetto delle regole è una garanzia per tutti, extracomunitari onesti per primi,… e perché quella che alcuni chiamano “durezza” sia in realtà la condizione irrinunciabile per una integrazione reale e per una cittadinanza davvero consapevole.
Una nuova visione per le pari opportunità, che vogliono più dire servizi a supporto delle donne come asili, telelavoro, per dare loro la possibilità di essere madri e lavoratrici senza subordinare un ruolo all’altro. Ci sono tempi, spazi e volontà per procedere e per spiegare. Poi saranno i cittadini a giudicare.
Daniela Santanchè
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Sembra una storia infinita: Siamo infatti ancora in attesa della decisione, da parte della “Grande Chambre” della Corte Europea, sull´esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane. Un´attesa che conferma l´importanza del pronunciamento che coinvolge, a tutti i livelli, l´Europa intera e non solo il nostro Paese. Quando, il sottosegretario di Stato alla Presidenza del
Consiglio Gianni Letta e il Ministro degli Esteri Franco Frattini hanno presentato il ricorso contro la sentenza di novembre della CEDU - Corte europea dei diritti dell’Uomo - che prevedeva di rimuovere il crocefisso dai luoghi istituzionali, non c´era la certezza che questo potesse essere accolto. Strasburgo invece, ha ammesso l´istanza del Governo Italiano ed ora è tutto nelle mani della “Grande Chambre” e c´è solo da aspettare. Quello che è considerato un simbolo di pace, di sacrificio, di umanità e di speranza ha scatenato uno scontro legale i cui esiti vanno al di là dello stesso pronunciamento della Corte. Stabilire `per legge´ quello che è “una oggettività storica dell´Europa e del sentire comune” come ha molto serenamente affermato il cardinal Bagnasco è sintomatico dell´equilibrio che si deve ancora trovare in questi tempi di globalizzazione. Qualora si applicasse la sentenza allora, paradossalmente, si potrebbe pensare di abbattere tutti i campanili che inducono al ricordo della Chiesa…? Forse è utile rammentare, dove il buon senso non basta -come dice il buon Bersani - che sia nel Trattato di Maastricht del
1992 che nel più recente Trattato di Lisbona, nella Comunità Europea vige, ed è inderogabile, il principio della sussidiarietà e cioè “le decisioni devono essere prese il più possibile vicino ai cittadini” (sono parole scritte nel preambolo del Trattato e ribadite dall´art. 5 del Trattato stesso). Quindi se in tutti i Tribunali italiani, nei vari gradi e nei vari ricorsi, la richiesta del genitore che pretende l´eliminazione del crocifisso in nome della laicità dello Stato non ha trovato accoglimento, perché, in nome del principio della sussidiarietà la sentenza di Strasburgo deve stravolgere questa decisione? Nella nostra democrazia ognuno può regolare la propria vita, nel rispetto delle leggi e delle regole comuni, come più gli aggrada; quello di cui non riesco a capacitarmi è l´uso meschino che una parte della politica sta facendo di questa questione, inducendo le persone a pensare che qualora il ricorso
italiano venga accolto, si “riduca” l´uguaglianza fra i cittadini. La convinta laicità dello Stato Italiano è viva nella nostra storia e nella nostra identità di popolo come patrimonio irrinunciabile, ma essa passa anche per la storia di Gesù Cristo, figlio del Signore per noi cattolici, ma grande profeta anche per gli ebrei e per i musulmani. Egli ha sofferto ed è stato ucciso per quello che predicava, le sue parole ancora oggi parlano di attualità. E la negazione del contributo dato dal Cristianesimo alla nostra società, al di là degli errori e delle contraddizioni storiche - di cui spesso la Chiesa ha fatto il mea culpa - è un errore inconcepibile. La nostra contemporaneità, atea o religiosa che sia, non può ignorare che molti dei valori universali dell´umanità quali, la dignità della persona umana, l´eguaglianza fra uomo e donna, la fratellanza fra i popoli, la solidarietà, la non violenza; vale a dire le
radici più profonde dell´Europa, attraversano sia il Cristianesimo, sia la Convenzione dei diritti dell´uomo e allora perché non lasciare in pace il silenzioso crocefisso, esso non genera nessuna discriminazione ma raccoglie in se il valore universale dell´amore per “il prossimo”. E se qualcuno lo legge come arma impropria, facendo appello a pluralismi educativi disattesi è come se spazzasse via decenni di storia e applicasse una sorta di abominevole legge “par condicio” sulla laicità che con questo errore diventa puro “laicismo” .
“…Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocefisso fa parte della storia del mondo… prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini… A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola”. Questo scriveva negli anni ´80 la scrittrice Natalia Ginzburg, ebrea, atea, la quale senza pregiudizi e preconcetti riconosce l´universalità di questo simbolo dandogli una consistenza che va al di là di qualsiasi religione. Ma quello che mi amareggia di più, da italiana e da cattolica, è che purtroppo dalla “Grande Chambre” verrà scelta una chiave di lettura, la quale, probabilmente non accontenterà nessuno, credenti o non credenti, il crocefisso sarà ancora una volta “valutato” solo ed esclusivamente sulla base di un quadro giuridico fatto di norme, regolamenti e leggi in nome della preservazione di quella “società democratica” per la quale Gesù è stato crocefisso e che a questo punto poco a che vedere con i veri valori della vita.
Daniela Santanchè
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12 dicembre 2043 questa è la data quando l’ ultima copia di carta del New York Times sarà venduta. Lo riportava nel 2007 il libro intitolato appunto -“L’ultima copia del New York Times” il futuro dei giornali di carta – scritto da un nostro bravissimo giornalista, Vittorio Sabadin. Sono già passati tre anni da allora, e sappiamo tutti che a livello tecnologico tre anni equivalgono ad un’eternità, ma, sostanzialmente, non c’è stato alcun sorpasso dei nuovi media su quelli tradizionali. Certo, l’avvento della tecnologia, e del web in particolare, ha cambiato l’universo dell’informazione. Ma io credo ci sarà sempre posto per il giornalismo serio, di quello che resta e non scompare con un “click”. Citando Sabadin:«il buon giornalismo sarà sempre un bisogno fondamentale di ogni società democratica e civile, e troverà il modo di adattarsi e sopravvivere». In tutto il mondo, per secoli, i giornali hanno contribuito in modo determinante a salvaguardare democrazia e valori civili, sono convinta che avranno ancora un grande ruolo sociale. E lo sarà anche per gli anni a venire perché più cresce l’offerta e le piattaforme di informazione, più cresce la domanda di autorevolezza, di verità, di qualcuno capace di spiegare tra i miliardi e miliardi di dati, la notizia che desideriamo acquisire, per noi importante, sulla quale vogliamo soffermarci a riflettere. Il ruolo di analisi, mediazione, sintesi e selezione svolto dai giornali rimane indispensabile in un società in cui anche l’ultimo imbecille, su qualunque argomento, può immettere in rete dati falsi o distorti senza poi prendersi le responsabilità che ne derivano. La carta stampata assumerà l’importante ruolo di baluardo di civiltà e coscienza critica dal quale osservare e raccogliere momenti di approfondimento e discussione.
Il famoso detto “verba volant, scripta manent” è vero anche oggi. Tv, internet, blogging, twitter, youtube… lanciano notizie che si espandono come onde concentriche. Ma se i giornali non ne parlano, non le solidificano, le onde scompaiono nel flusso degli eventi. Ritengo che andremo verso profonde innovazioni e un riposizionamento culturale della “carta” , l’ipotesi più plausibile è, da una parte: poche pagine, grande qualità e ottima pubblicità, informativa anche quella, un punto di vista privilegiato che non insegue più la notizia ma si dedica ad essa con approfondimenti, riflessioni ponderate e confronti, favorendo anche nuove formule che non sono mai state sperimentate prima. Dall’altra parte, nell’ambito “Free Press” -che ha avuto e continuerà ad avere un ampissimo successo perché, oltre ad intercettare i lettori fuori dalle edicole, dispone di un format innovativo, localizzato e client-oriented – invece, una nuova visione della fruizione del giornale stesso, inteso come strumento conoscitivo per vivere gli scambi informativi necessari per “vivere” nella società, si potrebbe chiamare una panoramica quotidiana per la sopravvivenza sociale. Comunque sia, qualunque notizia, qualunque fatto, qualunque scandalo o gossip, riceve un “marchio di realtà” soltanto se il giornale lo riferisce, se i commentatori lo commentano e se i protagonisti ne scrivono.
Le prospettive esistono, sono reali e concrete, basta non mettersi in competizione con il mondo internet ma comprenderlo e sfruttarlo. Ne è convinto anche il magnate della stampa tedesca Hubert Burda che dice “Dobbiamo imparare un nuovo modo di pensare. Siamo nel mezzo della rivoluzione digitale, pari a quella di Gutenberg: i nuovi media sembrano fatti apposta per l’Italia che è un mondo ottico, non dimenticate che siete il paese che ha rivoluzionato il concetto di prospettiva grazie a Michelangelo”. Ed io aggiungo, indietro non si torna! Non si può tornare. Esiste una naturale convergenza e una inevitabile contaminazione tra tutti i media: riviste che invitano alla partecipazione i propri lettori attraverso i loro “blog”, giornali che in spalla all’articolo inseriscono le “tag clouds” , la tv che utilizza i “banner” durante un programma, su internet “vetrine televisive” di promozioni e occasioni o video con le cosiddette “flash mob” che ricordano la vecchia televisione delle “candid camera” del grandissimo Nanni Loy. Uno scambio bilaterale che va promosso e appoggiato per dare a tutti una nuova fruizione dei media. Ce ne da’ riscontro anche un rapporto Censis/Ucsi che fa il punto sul settore della comunicazione nel nostro Paese, e che prende in considerazione gli anni che vanno dal 2001 al 2009: non c’è stato uno stravolgimento dei consumi mediatici, le nuove forme di comunicazione si sono più o meno affiancate a quelle “vecchie”. La carta stampata però viene sempre considerata il mezzo che più aderisce alla realtà. Esiste una sorta di “sacralità” della carta stessa, del suo odore, che coinvolge totalmente il lettore, il quale, solo davanti ad un foglio stampato riesce trovare quella concentrazione che la televisione, un monitor o la radio non riescono mai ad offrire.
Daniela Santanchè
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“La cultura del piagnisteo – la saga del politicamente corretto” è il titolo del saggio in cui il sociologo americano Robert Hughes descrive la nostra come un’epoca dominata dall’ipocrisia, dall’autocommiserazione, da una continua sterile lamentela cui non segue mai nessuna proposta concreta per cambiare davvero le cose, da un disfattismo e da indefiniti sensi di colpa per cui sembra quasi ci compiacciamo di scivolare verso il baratro. Questa mentalità riguarderebbe tutti: politici che predicano bene e razzolano malissimo, animalisti che difendono gli insetti ma si disinteressano degli esseri umani, sindacati che difendono privilegi di pochi spacciandoli per diritti universali, universitari che protestano contro “il sistema” senza neanche sapere perché, usando le stesse parole d’ordine di quarant’anni fa in un mondo radicalmente cambiato.
L’orizzonte di questo stato d’animo è un diffuso senso di pessimismo che serpeggia anche in Europa e in Italia. Così come nel medioevo, alle soglie dell’anno mille, si temeva la fine del mondo a causa dei nostri peccati contro Dio, oggi si teme una grande catastrofe a causa dei nostri peccati contro la natura, contro i poveri della terra, contro il mondo musulmano. Nel medioevo impazzavano maghi e profeti; oggi, alle loro previsioni, si sono aggiunte quelle degli economisti. Non a caso il Papa ha recentemente invitato tutti a non lasciarsi condizionare dalle parole di maghi e indovini così come dalle fredde, - “scientifiche” ma spesso sbagliate - analisi degli economisti sul nostro destino. Il nostro futuro, ha ribadito il Santo Padre, dipende da noi, dalla nostra fede nell’uomo, dalla nostra volontà di fare giustizia, di raddrizzare i torti, di proteggere l’ambiente. C’è anche una bellissima preghiera che ribadisce il concetto: “Signore, dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, il coraggio di accettare ciò che non posso cambiare e la saggezza di distinguere tra le due cose”. Il nostro futuro e il destino dell’Italia - ne sono convinta e dovrebbero esserlo tutti coloro che fanno politica o che si occupano a vario titolo del bene comune - non è già scritto. È nelle nostre mani. Ne siamo responsabili. E la responsabilità, per noi politici, comincia abbattendo il velo di ipocrisia che permea il dibattito pubblico e consiste nella capacità di fare seguire le proposte alle proteste. Quindi, basta con la cultura del piagnisteo!
Basta con il vittimismo, con la retorica del declino e del tramonto! Anche se abbiamo tanti problemi siamo una grande nazione, con le carte in regola per affrontare qualunque sfida. Torniamo a credere in noi stessi! Investiamo nel valore di un made in Italy che va ben oltre i nostri prodotti da esportazione e che esprime l’eccellenza delle cultura europea e occidentale. Dobbiamo riscoprire un sano patriottismo.
Basta con il continuo dibattito sui mammoni! Certo, dobbiamo proteggere i nostri bambini quando sono piccoli e indifesi. Certo, dobbiamo costruire le condizioni che li aiutino a farsi strada nella vita. Ma dovremmo spronarli un po’ di più a compiere sacrifici e a lottare affinché crescano liberi da paure e falsi miti, forti nel coraggio e nella determinazione. Perché la libertà, l’indipendenza, il successo, il lavoro per cui si è studiato sono conquiste, sono punti di arrivo, non di partenza.
Basta col “femminismo di maniera”! Basta con la guerra tra i sessi, le rivendicazioni, le lamentele, il piangersi addosso. Donne e uomini indispensabili l’uno all’altra, compagni di viaggio e di lotta per le importanti sfide che il nostro Paese deve affrontare. Più che di quote rosa e di soffitti di vetro, diamoci da fare per costruire asili nelle aziende e nei condomini, inventiamo nuove forme di flessibilità lavorativa, occupiamoci di problemi concreti!
E poi basta, basta veramente con questa retorica dei diritti senza doveri! Basta con il buonismo e la finta tolleranza verso i delinquenti, gli integralisti, i fanatici e chi – qualunque sia il colore della pelle o il credo religioso - disprezza il nostro stile di vita! Io penso che l’Italia sia di chi la ama e di chi la rispetta. E rispettarla significa accettare doveri e responsabilità. Significa adeguarsi alle regole che valgono per tutti. Tolleranza e buonismo, se ci togliamo il paraocchi del politicamente corretto, sono in realtà la degenerazione e la negazione della vera giustizia sociale. Sono parole d’ordine di quell’atteggiamento snobistico che produce i ghetti dei disperati di Rosarno e i “califfati” che stanno sorgendo nelle nostre città, dove non vige la legge italiana ma impera la sharia, dove è normale che una ragazzina venga stuprata o sgozzata perché aspira a una vita simile a quella delle nostre figlie.
Se sapremo abbattere il muro dell’ipocrisia e del politicamente corretto, che impedisce di vedere e nominare correttamente i mali da cui siamo afflitti, allora sapremo trovare la cura che il Paese reale - quello che non protesta, quello che fa il doppio lavoro per pagare il mutuo - aspetta e merita.-
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Da mesi veniamo sommersi da una violenta ondata di servizi, scoop, immagini rubate. Sono state e saranno spese ancora fiumi di parole, la girandola degli scandali urlati, del gossip morboso, del pettegolezzo ipocrita prima o poi finirà, e, quando finalmente succederà, spero che qualcuno degli addetti ai lavori abbia imparto la lezione, e che altri abbiano imparato a guardare un po’ più in là rispetto a quello che viene offerto “impacchettato a dovere”, dalla carta stampata, dalle televisioni o dalla rete.
Esiste, in Italia e all’estero, una deriva che produce un giornalismo inquinato che non raccoglie voci e pareri per avvicinarsi il più possibile alla sostanza delle cose. E’ un giornalismo che insinua, detta verità, stabilisce il confine tra legale e illegale citando frammenti di atti processuali o testi di intercettazioni, in una cosciente e sapiente manipolazione delle parole allo scopo di mettere in tasca al lettore la verità che si vuol portare avanti.
E’ non parlo di quel sano giornalismo militante fatto in quelle testate riconducibili ad un determinato partito e in cui il lettore è cosciente di stare “da una parte”, parlo di quel giornalismo che eleva se stesso a infallibile critico e giudice, salvo poi non assumersi le responsabilità nel caso di una “campagna” venuta fuori male.
E gli esempi di personaggi, caduti nella trappola mediatica non mancano, non sto qui a elencarli, si spazia dalla politica allo sport, dalla cultura allo spettacolo. Uno per tutti il grande Enzo Tortora, sbattuto nelle prima pagine dei media del tempo che si mossero nei suoi confronti con fare a dir poco distruttivo, atto ad infamare la personalità pubblica di questo uomo che poi venne scagionato da qualsiasi accusa, e al quale, da quest’anno, è stato dedicato anche un premio i cui principi ispiratori sono il giornalismo di inchiesta e di approfondimento, a rimarcare il grande torto subito.
Oppure più recentemente la vicenda dell’ex capo del Sismi il generale Niccolo Pollari, messo per anni alla gogna per poi essere assolto perché giustamente coperto dal “segreto di Stato” nell’esercizio delle sue delicate operazioni nell’interesse della Nazione.
Quello su cui rifletto è che se il mondo dei media ha già avuto dolorose vicende come quella di Tortora, di Pollari o come decine di altre, perché oggi c’è questo clima esasperato e avvelenato dove rilevare i semplici e puri fatti è un lusso che non molti si possono permettere? Nei racconti giornalistici sempre più spesso si calpestano il rispetto e la dignità umana, quasi fosse necessario ai fini della storia, quasi che essa stessa fosse un prodotto da vendere al pari di un detersivo, senza farsi scrupolo che le storie sono fatte di persone. E se da una parte c’è la sacrosanta esigenza dell’opinione pubblica di sapere, dall’altra secondo me deve esserci la responsabilità di non varcare quel limite tra quello che è obiettivamente necessario al racconto, per dire come sono andate le cose, e quel “giornalismo aggiuntivo”, come l’ha chiamato una volta un ottimo giornalista,Giulio Anselmi, che finisce con l’essere solo scandalismo. Faccio mie le considerazioni di Ferruccio De Bortoli quando afferma “che ci dovremmo fermare tutti un po’ a riflettere su questa stagione di fango e veleni e come verremo giudicati dai nostri figli fra qualche anno essendoci occupati più di escort, trans e cocaina che di imprese e lavoro, quando esiste un mondo intero di persone oneste che da noi si aspettano soluzioni e risposte”.
Se alle volte un giornalista in buonafede sposa una tesi, angolando la notizia a dimostrazione delle proprie idee, non so se questo è buon giornalismo, però è umano, lo stesso deve avere la moralità e l’etica se i fatti lo conducono su un binario diverso, di assumersi l’onere di riportare poi la cosa nella giusta collocazione, accollandosi le scuse dovute. Ciò non accade mai, si sbatte in prima pagina la notizia a caratteri cubitali perché questo fa vendere, salvo poi, quando si è fortunati, avere un trafiletto di smentita nelle ultime pagine. E’ necessario avere senso di responsabilità, stare attenti, essere coscienti che si sta dando un servizio, solo così chi legge potrà apprezzare chi scrive. Altrimenti si incappa in quel giornalismo da “tabloid” come lo chiamano gli inglesi, in cui si perde di rigore, a favore di un voyeurismo veloce, superficiale e sicuramente dannoso.
Vorrei che dopo aver fatto il pieno del peggio che si trova in giro in questi ultimi tempi, si stabilisse che esistono delle regole e dei limiti oltre i quali anche in una società da “grande fratello” come sta diventando la nostra, non si può andare.
Daniela Santanchè
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Lentamente, ancora lentamente, ma qualcosa si muove. Al Cairo sheikh Mohammad Tantawi, Grande Imam dell’Azhar, ha detto che “Il velo non è Islam”, a Roma Abdellah Redouane Segretario Generale del Centro islamico culturale di Roma (l’unica istituzione musulmana italiana riconosciuta dallo Stato) in un’intervista a Vittorio Zincone ha affermato “Quello del proliferare anarchico di Imam non preparati è un problema serio. L’Imam svolge una funzione e per questo deve essere preparato”. Due affermazioni che confortano la mia battaglia contro il fondamentalismo e che vengono da quell’Islam moderato in cui la maggior parte dei musulmani si rispecchia ma che purtroppo, nella vita quotidiana, quella fatta di moschee improvvisate e di Imam propensi alla fagocitazione dell’Occidente, è relegato in un angolo dalle pressioni e dalle intimidazioni psicologiche e religiose di queste persone che, senza alcun titolo, si improvvisano portatori della tradizione islamica, interpretando le Sure del Corano nel modo più arcaico e perverso possibile. Promettendo il paradiso a coloro che si immolano per il Profeta e a coloro che riconducono a “ragione” quelli, o meglio ancora quelle, che osano ribellarsi. Come la giovane Sanaa Dafani, la marocchina di Pordenone accoltellata dal padre qualche mese fa, come Hina Salem, anch’essa barbaramente uccisa dal padre nel 2006 e sepolta nel giardino di casa. Due ragazze coraggiose che volevano decidere in prima persona come vivere la propria vita. Nel corso di questi ultimi anni sono trentasette le giovani immigrate musulmane giustiziate, sempre per mano di qualche familiare guidato dall’implacabile legge del dominio dell’uomo e della sottomissione della donna. Non mi stancherò mai di ripetere che l’indottrinamento del fondamentalismo islamico che usa il corpo femminile come merce di scambio per rafforzare il controllo delle proprie comunità deve essere spezzato, ponendo regole e avviando quei processi culturali di integrazione e affermazione della dignità individuale.
Per un lungo periodo, davanti alle tante questioni dell’immigrazione islamica l’Italia si è voltata dall’altra parte e a farne le spese sono state soprattutto le donne, la parte più debole e vulnerabile. Non ci si può arrendere di fronte all’arroganza e all’impudenza dei signori delle moschee che impongono simboli quale il velo o menomazioni fisiche, quale l’infibulazione, una pratica tribale che nulla a che fare con la religione, per non parlare degli stupri di gruppo, rivolti verso quelle donne che hanno magari osato rifiutare lo sposo imposto loro dalla famiglia.
E dunque se si vuole aiutare quell’Islam moderato, che condivide il valore della vita umana, lo Stato deve tornare a far sentire la sua presenza: dobbiamo imporre ai signori delle moschee di diffondere al loro interno il riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni individuo, a partire dalla parità tra uomo e donna. Accettando una volta per tutte il principio della libertà di espressione e di religione, un principio che è patrimonio universale dell’umanità. Dobbiamo riprendere in mano la proposta di legge per un Registro pubblico delle moschee che faccia chiarezza su come vengono gestite e amministrate. E il progetto di un albo professionale degli imam che tenga lontano dai luoghi di culto islamici estremisti travestiti da predicatori.
Non possiamo riempire pagine e pagine di dibattiti sulla necessità di un nuovo femminismo riducendo tutto il problema solo a una questione di vallette e di veline mentre ci vivono accanto, a decine di migliaia, donne che ancora devono lottare per raggiungere una soglia minima di emancipazione. Di sicuro non possiamo continuare a parlare di un Islam salvato dalle donne se non facciamo nulla per liberarle dalle loro prigioni. Lo scorso fine settembre, sono stata aggredita per aver manifestato a Milano contro il burqa, per aver dato voce al silenzio di tutte quelle donne a cui impongono quest’umiliazione ed in mezzo a chi mi contestava c’era il libico che si è fatto esplodere pochi giorni dopo davanti alla caserma Santa Barbara, dimostrando se ce ne fosse bisogno della contiguità tra certe moschee e i fanatici fondamentalisti. Alla solidarietà che ho ricevuto spero seguano fatti concreti, è necessario rompere questo silenzio assordante, ne è convinta anche il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna che ha chiesto all’Avvocatura dello Stato di potersi costituire parte civile nel processo di Sanaa Dafani e che ha invitato, riprendendo una mia proposta, il ministro dell’Istruzione ad emanare una circolare che vieti il velo nelle scuole italiane in linea con le decisioni di altri paesi europei. Lentamente, ancora lentamente ma qualcosa si muove. Nel nome dell’integrazione.
Daniela Santanchè
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Essere genitori - e può saperlo davvero solo chi ha figli - è il mestiere più difficile che esiste.
Ma anche quello di figlio, soprattutto se adolescente, è un mestiere poco facile. Forse perché, come ha scritto Cesare Pavese in una sua bellissima raccolta di poesie, duro è il “il mestiere di vivere” e di convivere con se stessi e con gli altri in un mondo che ogni giorno ci mette alla prova. Pensavo queste cose mentre mio figlio Lorenzo, mi salutava per affrontare ancora un altro primo giorno di scuola. Un anno scolastico che finalmente parte con una forte riforma avviata con tenacia e coraggio da Mariastella Gelmini, la quale, nonostante tutte le sterili polemiche fatte dall’opposizione, ha avuto il plauso del Presidente Napolitano:“Per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore, le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento, non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente” queste sono state le parole alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno scolastico al Quirinale. E’ necessario smetterla con le contese politiche, ed è altrettanto doveroso invece prefissarsi il bene dei nostri giovani e la scuola deve tornare ad essere un mezzo per diffondere cultura, educare e formare. Gli organi d’informazione sembra facciano a gara nel presentarci un quadro spaventoso dei nostri studenti: non studiano, sono superficiali, sono bulli che maltrattano ragazzini indifesi, le ragazzine per pochi spiccioli o una ricarica telefonica si spogliano e si fanno filmare con i telefoni cellulari dei compagni; la droga tra i banchi di scuola, il sesso facile… un quadro angosciante che costringe tanti di noi a passare notti insonni. Però, a dispetto di quanto affermano sensazionalisticamente giornali e programmi televisivi, che tanta influenza hanno nel formare le opinioni di genitori e famiglie spaesate, non sono affatto convinta che i nostri giovani siano quei “ragazzi perduti”, senza valori, descritti dai media. Penso che i nostri ragazzi, anche se in apparenza sembrano vivere in un mondo tutto loro, impermeabile ai nostri messaggi, siano in realtà profondamente influenzati dal modo in cui noi genitori li trattiamo e li giudichiamo. Se ci facciamo sopraffare dall’ansia, dalle preoccupazioni, e li trattiamo come “alieni”, allora è facile che lo diventino veramente. Ma, forse, gli alieni siamo noi adulti che abbiamo perso la capacità di guardare i nostri figli con serenità. Troppo spesso sono proprio i nostri pregiudizi, le nostre paure, la nostra ignoranza che li condanna a una vita di incomprensioni e silenzi che diventano ogni giorno più profondi.
Dovremmo saperli osservare con uno sguardo meno “inquinato” da ansie, preoccupazioni, paure, nevrosi, fantasmi e inadeguatezze che appartengono soprattutto a noi ma che proiettiamo sulle loro spalle, gravandoli del peso della nostra difficoltà ad affrontare le incognite del presente e del futuro. Penso che, quando non riusciamo reciprocamente a capirci, la colpa non sia loro. Ma sia innanzitutto nostra. Siamo noi genitori, insegnanti, educatori, che dobbiamo saper andare loro incontro, sul loro terreno, senza pretendere che siano loro a venire incontro a noi e a rispondere alle nostre aspettative. Siamo noi che dobbiamo imparare ad ascoltarli. Siamo noi che dobbiamo sintonizzarci sulle stesse loro frequenze d’onda, imparando ad usare quegli strumenti di comunicazione, quella grammatica e quel linguaggio coi quali si scambiano pensieri, considerazioni, speranze e timori. Se riuscissimo a farlo, capiremmo che l’adolescenza e la gioventù sono condizioni eterne dell’essere umano e che i giovani d’oggi sono uguali ai giovani di ieri e di sempre. La stragrande maggioranza dei nostri ragazzi è né più né meno come eravamo noi alla loro stessa età: pieni di domande e di perplessità a cui gli adulti non sanno dare risposta, ricchi di sentimenti e di stupore di fronte alle cose del mondo. Ci sono i timidi e gli espansivi, gli studiosi che temono il giudizio del professore e quelli che se infischiano… proprio come ai miei tempi, come in tutti i tempi. Questo non significa chiudere gli occhi di fronte ai rischi e ai pericoli di oggi che un giovane privo di esperienze corre. Significa non lasciarsi sopraffare dalla paura e capire che – ad esempio - i bulli, i violenti, i prevaricatori ci sono sempre stati e ci saranno sempre così come c’è sempre stata la ragazza disposta a vendersi per pochi spiccioli. Oggi sono cambiate le forme in cui certi comportamenti si esprimono ma la sostanza è sempre la stessa. La differenza rispetto al passato è che i media ne parlano in modo ossessivo perché, si sa, la paura fa vendere giornali e le uniche notizie degne di nota sono le cattive notizie. Molti genitori che conosco non sono d’accordo e affermano che i nostri figli sono esposti a molti pericoli e insidie che un tempo non esistevano. Ma se la droga, la prostituzione, la violenza, gli abusi sono terribili realtà di fronte a cui non possiamo chiudere gli occhi, è altrettanto vero che mai, come in questi ultimi anni, così tanti giovani si sono dedicati al volontariato, allo sport, alle cause più nobili cui, spesso, noi adulti siano cinicamente indifferenti. Come aumentano le cattive strade e le occasioni per perdersi, così aumentano le occasioni e le strade per ritrovarsi e vivere una vita ricca di soddisfazioni. E poi, fin dal tempo dei greci e dei romani i “vecchi” lamentavano la decadenza dei costumi delle nuove generazioni rispetto a quelle precedenti e a una ipotetica età dell’oro dalla quale la società nel suo complesso – a loro parere - si stava allontanando. Platone nella Repubblica scrive che “i nostri giovani scambiano la libertà per licenza e non rispettano i costumi e il decoro dei tempi antichi”. Nulla di nuovo, quindi, sotto il sole. Cerchiamo di dare più fiducia ai nostri ragazzi! Solo così, accettando che probabilmente faranno quegli stessi sbagli che anche noi abbiamo commesso da giovani, daremo loro l’opportunità di crescere più liberi, più forti, più fiduciosi a loro volta nelle proprie possibilità. Solo così – responsabilizzandoli, dando loro credito ma anche le giuste punizioni quando sbagliano - li spingeremo a diventare protagonisti delle loro scelte e non spettatori di un mondo incomprensibile.
Dare loro fiducia significa anche accettare che in alcune occasioni ci deluderanno, come noi abbiamo talvolta demoralizzato i nostri genitori. Quando guardo indietro e ripenso alla mia storia, dall’infanzia all’adolescenza e alla giovinezza, mi rendo conto di aver fatto tante “stupidaggini”, di aver commesso tanti errori, di aver fatto infuriare e preoccupare tremendamente i miei. Però so di essere cresciuta e di essere diventata adulta soprattutto grazie agli errori compiuti, alle lezioni imparate… e alle punizioni ricevute. Ora sono madre di un ragazzo che sta entrando nell’adolescenza, quel periodo così difficile fatto di giornate esaltanti e di momenti di disperazione, di grandi entusiasmi e di brucianti delusioni. Lo vedo avvicinarsi ai compagni di classe, ritrovati dopo le vacanze estive. Mi sembrano tutti un po’ più grandi, più uomini, più spavaldi, affamati di vita e per questo facili prede dei pericoli e dei lupi cattivi. Ma, riandando con la memoria a quello stesso periodo della mia vita, mi rivedo com’ero davvero: come lui e le sue compagne, tutti così pieni di vita e di fragilità, di presunzione e di smarrimento. E ricordo lo sguardo dei miei genitori, in apparenza severo ma in profondità smarrito quanto il mio. A tutti i figli, a tutte le ragazze e i ragazzi che, come il mio Lorenzo, hanno ricominciato la scuola e imparano il “mestiere di vivere”, auguro di cuore un anno ricco di scoperte e di belle emozioni.
Daniela Santanchè
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In questi primi week end estivi, quando la voglia di stare sdraiati al sole come lucertole, per assorbire quel calore delizioso che ci è tanto mancato in questo inverno così lungo e rigido, è una tentazione a cui non si può resistere; quando, sarà per questo cambio di stagione così repentino, la voglia di mare è quasi un’esigenza e correre sulla sabbia è la cosa più bella del mondo, ti rendi conto che in questi ultimi anni lo stare in vacanza ha subito dei cambiamenti assurdi. Passata la moda di controllare quante “tacche” di campo ci fossero sul cellulare, con scene da brivido di persone arrampicate sull’ombrellone, oggi mi sono accorta dell’ormai consolidata abitudine di moltissimi, di mettere nella borsa, oltre al telo, la crema protettiva e gli occhiali, anche il notebook. Il pc portatile è diventato praticamente un’appendice per quei terribili stakanovisti dell’informazione che si considerano così “high-tech” da non poter rinunciare mai al laptop. Certo che avere a portata di mano il computer risolve quei piccoli inconvenienti che ti fanno perdere tempo, come ad esempio l’aver dimenticato di passare all’edicola per acquistare i giornali e le riviste. “Basta un click” ed eccoti a “surfare” nei vai siti web dei quotidiani o meglio ancora, vista la “leggerezza” del periodo, in qualche pagina di qualche rivista d’ombrellone, quelle che hanno uno ‘scoop’ ogni foglio.
Regna sovrano in questo mondo di internauti, il sito Dagospia. Nato come raccoglitore di indiscrezioni della “Roma godona”, è diventato oggi punto di riferimento in Italia, di un’informazione puntuale e attenta, e sempre più spesso, anticipatrice di quelle notizie che per piaggeria, timore o asservimenti, giornali e giornalisti non pubblicano più. Sulla spiaggia, sono moltissimi gli schermi aperti sulla “portineria elettronica” come la chiama lui, D’Agostino, il guru di questa “controinformazione”. L’idea gliel’ha suggerita la mia amica Barbara Palombelli, negli USA, ha il suo corrispettivo in ‘Drudgereport’. Messo su dal bravo giornalista, Matt Drudge, quello che per primo parlò del Sexgate. Anche lui si diverte a rendere pubblici i segreti delle stanze dei bottoni americane.
Roberto D’Agostino, come un Pasquino moderno e virtuale, mette a nudo e irride potenti e politici e nello stesso tempo riduce a semplice persona il personaggio. Giocando con i doppi sensi, coniando nomignoli per tutti - a me chiama Santa-ma-de-chè - ha sfruttato al meglio le potenzialità della rete e creato un modo nuovo per raggiungere il lettore. Già nel lontano 2000, capì che nel nostro paese il mercato delle ‘notizie epurate’, dei retroscena, era troppo succulento e abbondante per non renderlo pubblico. E un po’ per caso e un po’ per caos, come dice lui, ha intrapreso quest’avventura che lo ha portato al traguardo, oggi, che giornalisti, politici e manager hanno il suo sito tra i loro “preferiti”.
Meglio di tutti e più di tutti il fenomeno Dagospia - alimentato in un primo momento soprattutto dall’intelligenza del Presidente Emerito Francesco Cossiga - l’ha sintetizzato quel genio della finanza, e non solo, di Francesco Micheli. In una recente intervista al Sole 24 Ore Micheli ha detto che: “bisognerebbe studiare, con il piglio dell’entomologo il fenomeno D’Agostino, per capire come uno, da solo, abbia costruito un sito d’informazione che è un quotidiano punto di riferimento sui computer della classe dirigente italiana”. Parole che fanno riflettere, se si
aggiungono al fatto che, su Dagospia, spesso si leggono ‘primizie’, che gli altri media passano soltanto molto più tardi. Come ad esempio l’anticipazione che il nuovo direttore del Corriere della Sera sarebbe stato Ferruccio De Bortoli.
Ci sono dunque alcune domande da porsi: come è cambiata la comunicazione veicolata attraverso il computer? quale è oggi la sfida del giornalismo moderno?
La sintesi oggi privilegiata sembrerebbe la “pura” informazione, quella del passaggio
diretto delle notizie dalla fonte ai lettori, il sito YouTube ne è una dimostrazione
lampante. Da quando internet ha stravolto il concetto stesso di comunicazione la
strada avviata è questa, ed è il web stesso che rende reale l’idea di un mondo senza limiti e frontiere. Da società industriale siamo diventati società dell’informazione. Un’informazione infinita e in evoluzione a cui tutti possono attingere a piene mani e in cui tutti possono essere protagonisti nel bene e nel male. Internet è certamente un’opportunità ma, anche se sono fermamente convinta che una parte di quel domani migliore che tutti ci auspichiamo passa da questa rete globale che entra nelle case, negli uffici, sui telefonini di tutti in modo così immediato e diretto, fornendo risorse, amplificando conoscenze, dilatando relazioni, mi vengono in mente le parole della bellissima canzone “Cercami” di Renato Zero -così poco abili anche noi a non dubitare mai di una libertà indecente-. E’ questa la vera sostanza a cui dobbiamo far riferimento, l’accessibilità alle informazioni non sempre è sinonimo di autonomia, questa ce la dobbiamo costruire con un’insaziabile curiosità verso il mondo. Può essere scomodo ma è indispensabile per capire la verità.
Daniela Santanchè
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