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Mag 08 2009

Pocket maggio 2009

Ci sono drammi che feriscono l’anima e il cuore e per I quali ciascuno è chiamato a fare la propria parte. Grandi o piccoli che siano, non bisogna lasciare che la forza d’impatto emozionale dei primi momenti -quando ci sono le immagini e le notizie che colpiscono come un pugno nello stomaco - si spenga e venga meno con il passare del tempo. Trasformare in azioni positive quelle terribili emozioni, costruire un percorso di solidarietà per una soluzione, ci fa star bene con noi stessi e con la vita. Personalmente distinguo e condanno, nella tragicità di ognuna, situazioni abiette, create ad esclusiva causa dell’uomo, da drammi personali o collettivi che piombano addosso per quello che non si sa come chiamare, fato, destino o semplicemente caso. E parlare ora di tutela e protezione di animali dopo l’enorme dramma del terremoto abbattutosi sulla splendida regione abruzzese non è facile. Ma quando la colpa è da addebitare soltanto e totalmente all’azione dell’uomo, è necessario levare ed unire le voci per ristabilire un minimo di equilibro in una situazione inammissibile per una civiltà moderna. “La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”. Così citava Gandhi agli inizi del secolo scorso. Oggi in Italia, ma non solo, tra l’ indifferenza e la cattiveria più disumana si continuano a infliggere agli animali che non hanno la fortuna di avere un “buon padrone”, condizioni di vita non degne di una società evoluta, in barba a quella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale proclamata il 15 ottobre 1978 nella sede dell’Unesco a Parigi. Il termine “diritto” fu adottato volutamente per andare ad indicare il parallelo con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, anzi ne fu, se vogliamo, un’estensione. Il riconoscimento di “status” dato agli animali, anche se sul piano giuridico-legislativo non aveva valore, doveva comunque essere inteso vincolante per tutte quelle persone e quei paesi che avevano fatto della propria cultura una scelta di progresso e civiltà, fu il primo passo ufficiale. Si è capito più tardi che per la coesistenza e il rispetto, tra l’uomo e l’animale anche la legge doveva fare la sua parte ed è per questo che dopo quella data sono state emanate numerose disposizioni, finalmente anche penali, che confermano i diritti degli animali ed estendono la disciplina legislativa ad ogni aspetto del rapporto con l’uomo. Nel 1991 nel nostro paese fu fatta la legge quadro n.281, e un’altra, altrettanto importante fu promulgata nel 2004 per vietare il combattimento tra animali. Ma ciò purtroppo non è ancora sufficiente. Per questo ho voluto proporre di istituire una Authority. Pochi ma essenziali, gli obiettivi da raggiungere. Coordinare organismi di sorveglianza autorizzati al controllo di tutte le strutture (canili, rifugi, allevamenti) attraverso ispezioni improvvise e delegate alla revoca immediata di permessi e autorizzazioni ove non venga riscontrata la completa adesione alle norme vigenti a tutela della dignità degli animali; sorvegliare e regolamentare tutte le attività riferibili alla sperimentazione animale; riconoscere il valore del servizio di volontariato, attraverso una formale certificazione da parte delle Istituzioni. Oltre ad una battaglia attenta e mirata per frenare il fenomeno del randagismo. I numeri sono allarmanti, il Ministero della Salute (cifre aggiornate a gennaio 2008) parla di mezzo milione di cani randagi sul territorio, di cui soltanto 149 mila ospitati nei canili. I dati sono molto più critici in meridione che al nord, per questo è necessario anche monitorare le centinaia di strutture che da un capo all’altro del Paese ospitano gli animali abbandonati. Un’osservazione costante che permetterà di valutare la qualità delle strutture, l’accoglienza riservata, e l’ottimizzazione dell’ospitalità. Per evitare il ripetersi di episodi come l’ultimo di marzo scorso, che ha provocato ad una famiglia siciliana il dolore più grande, la perdita del figlio ucciso a morsi da un branco di cani affamati e pochi giorni dopo il ferimento di una turista. Gli animali, fuggiti da una struttura privata fatiscente e completamente degradata che non si può certo definire canile, ma solo galera. E dalla galera per fame si scappa. E’ necessaria un’Authority anche per questo compito. Per capire se gli stanziamenti e i fondi destinati ai rifugi per animali vengono spesi bene e per le bestie. Troppe volte ci si è trovati di fronte a veri inferni mentre sulla carta esistevano ricoveri modello. Quei delinquenti che hanno fatto degli animali un business senza scrupoli debbono essere condannati ed esclusi da qualsiasi attività che riguardi gli animali

Da molto tempo vediamo scorrere davanti agli occhi una lunga, raccapricciante sequela di orrori, di animali feriti, maltrattati e spesso uccisi nei modi più atroci. Ciò mi ha portato a riflettere su tutti quei grandi pensatori, da Pitagora a Plutarco, da Leonardo da Vinci a Montaigne, a Voltaire, che fin dall’antichità hanno speso parole e azioni a favore degli animali, riconoscendo loro il ruolo di compagni di vita a cui si deve rispetto. La domanda che si poneva l’inglese Jeremy Bentham nel 1789 era: “Gli animali possono soffrire?”.La risposta è ovvia. “E allora perché dovrebbe la legge negare la sua protezione a un qualsiasi essere sensibile? Verrà il giorno in cui l’umanità accoglierà sotto il suo mantello
tutto ciò che respira” Stiamo parlando di più di due secoli fa. Invece ancora oggi, con l’approssimarsi della stagione estiva, nella cosiddetta società civile e a dispetto di tutti gli appelli, saremo costretti a fare per l’ennesima volta i conti di quanti animali sono stati abbandonati perché d’intralcio al piano vacanze. D’inverno piacevoli compagni, d’estate oggetti inutili. E’ sul campo che bisogna cambiare questa mentalità.

Daniela Santanchè



Apr 06 2009

Pocket aprile 2009

La 29° edizione di Bit, la Borsa internazionale del turismo tenutasi al quartiere fieramilano di Rho. E’ la fiera più importante d’Italia e tra le prime quattro al mondo. Non è la prima volta che visito il Bit e mi ha confortato constatare che le cifre delle presenze sono state sostanzialmente in linea con la scorsa edizione e che gli operatori sono apparsi motivati benché i tempi non siano facili a causa dell’attuale crisi. Naturalmente, gli stessi ora chiedono a gran voce risposte concrete dalla politica, che purtroppo nei decenni precedenti, adagiandosi sull’unicità delle caratteristiche del nostro paese, non ha raccolto la sfida che il mercato richiedeva. Siamo rimasti al passo grazie alle iniziative dei molti addetti del settore che con passione hanno mantenuto alto lo standard qualitativo dell’offerta facendo si che il nostro turismo, nonostante tutto, restasse un comparto attivo. Infatti nel 2006 i dati Istat riportavano un +3% con una bilancia commerciale che registrava +10 miliardi di euro. Un vantaggio però che ora si è ridotto causando negli operatori preoccupazione per il futuro. Abbiamo un paese splendido, che non merita incertezze, in nessun campo. E’ vitale operare subito riforme, scelte coraggiose e trasparenti che affrontino le carenze, o gli errori se preferite, portati avanti finora. E’ opportuna innanzitutto una politica turistica nazionale come hanno fatto diversi paesi europei a cominciare dalla Spagna, per tutelare, un tesoro che è patrimonio non solo italiano ma dell’umanità.
Dall’energia alle infrastrutture, all’innovazione, a tagli agli sprechi più incisivi. E’ necessario iniziare il cammino per abolire le province, accorpare i piccoli comuni, ridurre drasticamente le comunità montane e tutto ciò che crea lentezza alla ripresa, per poter destinare il “guadagnato” ad un piattaforma strutturale mirata appunto verso il turismo. Un bene non deteriorabile e che è fuso, visceralmente, a quello che tutti consideriamo la nostra unicità: il territorio, l’arte, le eccellenze dell’artigianato, il made in Italy, la gastronomia.
C’è bisogno di sinergie, un patto tra stato (per le infrastrutture), regioni (per la valorizzazione dell’area e l’ informatizzazione) e le imprese (per la ricettività). Da alcuni dati emerge che solo il 5% degli alberghi italiani ha visibilità sul web, è poco. In un mercato in crescita esponenziale come quello degli acquisti su internet è una percentuale troppo bassa. Qualche giorno fa sul Corriere della Sera è apparso un articolo che avvalora, qualora ce ne fosse bisogno, la tesi che “la rete” è un mezzo potente da utilizzare. Il titolo era “Le città d’arte perdono turisti, i Musei Vaticani in controtendenza”’ ho letto con interesse il pezzo che diceva che a gennaio e febbraio l’aumento dei visitatori in Vaticano aveva creato buone aspettative anche per i successivi mesi primaverili. La spiegazione è la semplice rivoluzione organizzativa del più famoso museo del mondo che uscito fuori dal suo immobilismo è stato in grado, grazie anche ad una attenta gestione dei costi, a riposizionarsi come una realtà lucida e attiva. Alcuni degli ingredienti della riuscita sono state le vendite on line dei biglietti con migliaia di contatti al giorno, l’apertura di nuovi percorsi e una cura particolare verso i giovani che possono godere dei tesori esposti con solo 4 euro. Il “miracolo”, è un semplice “ripensare i giochi”. Sicuramente è’ un esempio a cui guardare con interesse, perché il ciclo di crisi terminerà, questo è certo. E noi dobbiamo essere pronti, non esiste nessuna bacchetta magica è necessario un reale cambiamento di rotta. Ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte, coesione sociale e collaborazione politica devono diventare le parole d’ordine.
Lo scempio di Napoli, con i cumuli di immondizia fuori dalle case, dagli ospedali, dalle scuole è un’immagine che tutta l’Italia, a cominciare dalle Istituzioni, è chiamata a cancellare. Anni di irriguardosa negligenza politica nei confronti di quel territorio hanno prodotto danni non solo alla collettività locale ma all’incomin turistico di un’intera nazione, che non può più permettersi di pensare di stare sugli allori, seppur di una gloriosa storia di cultura e tradizioni, senza fare nulla. Nel 1950 erano 26 milioni di turisti in giro per il mondo e una gran parte veniva acquisita dall’Italia, nel 2007 sono circa 900 milioni con un fatturato che sfiora i 900 miliardi di dollari l’anno. E’ la voce economica, insieme all’informatica, che ha avuto il maggior incremento assoluto. Ed è su questi dati che dobbiamo ragionare ed attuare le future strategie. Ampliare il potenziale dell’offerta turistica italiana che era e continua essere unico al mondo qualificando il patrimonio ed elevando gli standard. Il settore dell’agriturismo, ad esempio, un comparto relativamente giovane ma molto dinamico, conferma che lo spazio d’azione c’è. Le cifre di dicembre relative alle presenze, sono positive, seppur ridimensionate rispetto agli anni precedenti. In un periodo di piena congiuntura sfavorevole dove tutto ha davanti il segno meno, è un segnale. E sebbene anche qui gli addetti sottolineano che la situazione è delicata perché c’è bisogno di investimenti, formazione professionale, controlli, ancora una volta viene dimostrato che dove c’è impegno, modernità e competenza la via è meno tortuosa.
E se l’attuale governo, come sta facendo, intende proseguire con determinazione verso una maggiore razionalizzazione dei suoi apparati, una modernizzazione della macchina pubblica, i tagli agli sprechi, un fisco equo con una minore tassazione e soprattutto una politica di valorizzazione dei settori su cui far leva per la ripresa della nostra economia, certamente il turismo gioca un ruolo da protagonista.
Si avvicina la bella stagione e il mio augurio è che ognuno di noi possa realizzare una vacanza che lo diverta e gli restituisca le energie che ha perso in questo lungo e freddo inverno.
Daniela Santanchè



Mar 06 2009

Pocket Marzo 2009

Freccia a sinistra e sorpasso, è questo che ho pensato quando ho letto i dati relativi all’imprenditoria femminile diffusi da Unioncamere. In tempi di crisi così profonda la notizia che le donne, nonostante tutto, continuano ad avere desiderio di porsi in avanti dà sollievo. La “trasformazione silenziosa” come molti l’hanno chiamata, sta continuando seppur tra mille difficoltà il suo cammino. Allora spetta anche alla politica fare la propria parte, essere lungimirante e capire come si può agevolare ancora di più questa “forza riformatrice” in modo che i benefici possano distribuirsi a tutta la società. Curare il sostegno delle azioni che promuovano le pari opportunità. Contribuire allo start-up e all’affermazione di nuove imprenditorialità di giovani e donne deve essere il punto focale su cui concentrarsi.
Le cifre dell’imprenditoria rosa nell’arco di un anno, da giugno 2007 a giugno 2008 sono da stimolo e parlano chiaro, la vitalità della “womaneconomic” ha fatto si che il saldo finale non fosse pari a zero. Le imprese femminili, sono aumentate (+ 5.523 unità), in particolar modo nel comparto servizi e nelle regioni Lazio, Lombardia e Sicilia, con una fortissima crescita di imprenditrici immigrate, con un +71% di imprese individuali aperte da donne provenienti da paesi extraeuropei. Un aumento che, se in termini percentuali può essere considerato modesto (+0,45%), di fatto è comunque notevole se confrontato al dato complessivo. E sottolineo, con una punta di orgoglio femminile, che senza le imprese guidate da donne, il dato finale sarebbe stata l’immobilità totale.
Anche se le ditte individuali e le cooperative sono la stragrande maggioranza, mentre poche sono le donne a capo di società di capitale o nei consigli di amministrazione e la loro presenza è minima anche quando si salgono i gradini della piramide gerarchica, la strada è tracciata. E’ soltanto questione di tempo e determinazione perché si raggiunga un’effettiva situazione di pari opportunità e si ponga fine alla cosiddetta “segregazione verticale”.
Un po’ come è successo nella scuola, quando le famiglie hanno cominciato ha rendersi conto che investire nell’istruzione anche delle figlie poteva essere un fatto positivo per tutti. Sono bastati pochi decenni, esattamente nel 1981, e si è realizzato il “sorpasso rosa” nel numero dei diplomati, la tendenza si è fatta sempre più netta con il tempo, nel 2002 infatti avevano un diploma il 65,3% dei maschi di 19 anni e il 75,7% delle femmine e, a 25 anni, erano laureati il 13,8% dei maschi e il 17,8% delle femmine che tra l’altro, in base a recenti statistiche si laureano in meno tempo e con risultati migliori. Anche se purtroppo le stesse statistiche affermano che il miglior rendimento scolastico spesso non si traduce in un vantaggio occupazionale e di carriera. Per le donne poi che scelgono le facoltà preferite dalle imprese ancora di più, di fatto si pone il problema di un mondo del lavoro con una mentalità ancora piuttosto “all’antica”, in cui gli imprenditori maschi hanno paura di “collocare in ruoli chiave” una donna in quanto “a rischio” maternità motivo per cui nella stragrande maggioranza delle segreterie ci sono solo donne mentre negli altri incarichi si trovano quasi solo uomini. Di rimando invece, alcuni settori, come la scuola, specialmente quella dell’infanzia sono praticamente a totale appannaggio delle donne e questo la dice lunga sulla “forma mentis” della nostra società che tende a relegare le donne al solo ruolo di “figura di riferimento e motore propulsivo della famiglia”. Accettando finalmente che è cambiata la sostanza stessa della donna, ora genitore, moglie, casalinga, lavoratrice, è necessario cambiare le regole del sistema ed incidere socialmente, politicamente ed economicamente su quello che può favorirne le potenzialità. Invece, qualche tempo fa mi trovo a leggere su una importante rivista economica una cosa incredibile. Un’inchiesta dove si commentava uno studio dell’economista Alberto Alesina, docente all’Università di Cambridge e di Oxford, e in cui si evidenziava come il differenziale del tasso di interessi praticato di solito dalle banche alle donne imprenditrici rispetto ai “colleghi” maschi ammonti allo 0,3% e che questo stesso differenziale diventi dello 0,6% nel caso la donna imprenditrice decida di avvalersi di un garante donna. A fronte di un tasso di fallimento delle imprese femminili del 1,9% rispetto a un 2,2% di quelle maschili. La conclusione è che il dato non giustifica in alcun modo la disparità di trattamento. Ed è qui che la politica deve agire. Risorse, finanza agevolata, forme giuridiche privilegiate, burocrazia semplice e fruibile facilmente anche on line, comunicazioni puntuali ed esatte da parte delle Istituzioni. Tutto ciò che è necessario per favorire il lavoro dei giovani e delle donne. Si deve avere ben in mente che questi soggetti saranno lo snodo essenziale della ripresa economica. In essi è racchiusa la voglia di fare, la passione, i progetti: in una parola il futuro. Lo stesso futuro che le donne oneste dell’immigrazione sono venute a cercare in Italia contribuendo con la loro presenza e i loro sacrifici a movimentare l’economia sana del nostro paese.
E’ tempo di crisi, è vero, ma è anche tempo di aria nuova e di grandi decisioni che condurranno a riforme importanti, ognuno ha l’obbligo di fare la sua parte. Noi donne cogliamo l’occasione per un’emancipazione matura e non di rivalsa, troviamo le sinergie giuste tra i vari ruoli, al contempo riconsideriamo la nostra funzione sociale che reputo indispensabile alla rivalutazione e al riposizionamento di alcuni valori fondamentali venuti a mancare nella società negli ultimi decenni a favore di una società edonistica basata quasi esclusivamente sul materialismo. E’ una grande sfida ma le donne sono forza e anima e ci riusciranno. E devono soprattutto crederci. Ed io ci credo.
Daniela Santanchè



Feb 03 2009

Pocket febbraio 2009

Roma, pochi passi dalla stazione Termini. Un gruppo di mendicanti accampati tra coperte, cartoni, bottiglie di vino vuote e lattine schiacciate. Sembrano stranieri. Uno di loro estrae dal cappotto un telefonino, un modello fuori moda di qualche anno fa. Compone un numero, parla per qualche secondo in una lingua a me incomprensibile poi chiude la conversazione, spegne il telefono per non consumarne inutilmente la batteria e lo ripone nella tasca interna del cappotto con grande cura. Sono rimasta allibita e poi, riflettendo, mi sono resa conto di come il telefonino sia diventato un bene primario, quasi come il mangiare. Ormai è entrato nella nostra vita quotidiana per non andarsene più. Esso non è solo un accessorio utile, ma uno strumento indispensabile e non serve soltanto per convivere. Nella società moderna della comunicazione, che ingloba tutto e tutti, serve anche per sopravvivere. Tanto che pure quello che noi identifichiamo con ‘l’emarginato’, lo considera necessario quanto avere un cappotto caldo per proteggersi dal freddo.
Paradossalmente però, ritengo che l’uso smodato del telefonino, fa in qualche modo perdere il legame con la realtà, allontana dai rapporti sociali ed evolve in modo assai diverso le relazioni. Molti però non la pensano affatto così ed in effetti, anche quest’anno, in tempi di crisi come questi, i dati confermano che gli italiani non hanno risparmiato sull’acquisto dell’ultimo gadget elettronico e, in particolare, di prodotti e servizi di telefonia mobile. Siamo i primi al mondo per utilizzo di telefoni cellulari. Se è vero, come sostiene il Censis, che “il telefono cellulare insegue la tv tradizionale come strumento di comunicazione più diffuso in Italia: il suo uso è in continua ascesa da anni e nel 2007 il cellulare ha raggiunto un indice di penetrazione complessiva pari all’86,4% della popolazione, ormai a un passo da quel 92,1% che costituisce il consumo complessivo della tv generalista”. Sembra proprio che per noi comunicare, parlare, annullare le distanze, sia diventata una necessità insopprimibile.
Il telefonino è diffuso ovunque: ce l’hanno anche i ragazzini delle elementari - che lo usano per scambiarsi sms, suonerie, immagini, canzoni - per i quali rappresenta una prima conquista di libertà, il passo che precede la disponibilità delle chiavi di casa. E i genitori si sentono più tranquilli perché sanno che possono essere raggiunti in qualunque momento in caso di bisogno e perché possono comunque controllare con chi i loro figli parlano e che tipo di messaggi si scambiano.
Ce l’hanno gli adolescenti, che possono parlare ore e ore senza dover usare il telefono di casa sottraendosi così ai rimproveri dei genitori. Come cambiano i tempi! Ricordate quando eravamo ragazzi e l’unico telefono di casa stava in sala o in corridoio? Quando i genitori ci sgridavano con parole che tutti noi adulti ricordiamo ancora: “Basta! Chiudi quel telefono! Mi fai spendere una fortuna! Il telefono serve per le cose serie! Avete tutto il tempo di parlare quando vi incontrate”. Ricordi di un mondo antico che non c’è più. Il telefonino, oggi, ce l’hanno anche i nonni. E lo sanno usare benissimo. Tasto 1: il numero di casa dei figli. Tasto 2: i nipoti. Tasto 3: il medico di fiducia. E i figli, non più adolescenti inquieti ma genitori indaffarati, si sentono più tranquilli.

Col cellulare si fa di tutto: si telefona, si scambiano email, si paga il parcheggio e il biglietto dell’autobus, si guarda la partita, si effettua un bonifico bancario e ci si fa guidare in autostrada e in città attraverso il navigatore satellitare GPS. Chi possiede un telefonino è collegato al mondo. Ed il mondo è collegato a lui. Anche con il cellulare spento, in tasca, è possibile sapere esattamente dove ci troviamo, dove siamo stati un anno fa, con chi abbiamo parlato ad esempio il 5 giugno del 2006.
Ed è proprio per questo che il telefonino è contemporaneamente un grande strumento di libertà e un grande pericolo per la libertà stessa. Possiamo comunicare con chiunque ma, come nei film polizieschi, “tutto ciò che diremo potrà essere utilizzato contro di noi”.In un certo senso ci troviamo nella stessa condizione dei figli piccoli nei confronti dei genitori: grazie al telefonino siamo più autonomi ma anche più controllabili. La libertà conquistata si trasforma in libertà perduta. E’ in gioco la nostra privacy, un diritto umano fondamentale che costituisce un pilastro delle libertà personali.
Perché avere segreti è un nostro diritto. Avere qualcosa da nascondere agli altri, quando questo qualcosa non è un reato, è diritto di ognuno. Per questo inorridisco quando sugli organi di informazione molti lettori, giustamente indignati dalle malefatte di alcuni politici o imprenditori, sostengono che “se non fai nulla di male, non hai nulla da temere dalle intercettazioni” oppure “io non ho nulla da nascondere, cosa mi importa se vengo intercettato”.
Seppur in buonafede, queste persone non si rendono conto che una società in cui tutti fossero sotto controllo non produrrebbe affatto maggiore onestà. Sarebbe una società totalitaria e terribile, fondata sulla paura, sul ricatto, sull’autocensura, simile a quella descritta dallo scrittore George Orwell in “1984”, un libro attualissimo che dovrebbe essere riletto e meditato.

Ora che il telefonino ce l’hanno tutti, ma proprio tutti, dovremmo imparare a farne un uso adulto e responsabile. Sono convinta che coloro che hanno la forza di spegnere il telefonino quando non è indispensabile, almeno per un po’, siano più libere – e in definitiva più felici – di coloro che vivono con il telefonino perennemente attaccato all’orecchio e che non hanno il coraggio di rendersi – almeno per un po’ – irraggiungibili da tutto e da tutti. Molte persone, infatti, si sentono importanti solo quando vengono chiamate ma non si rendono conto che spesso fanno la figura di quel personaggio, rimasto nell’immaginario di tutti, interpretato da Carlo Verdone, il quale, ricevendo una telefonata mentre percorre la navata della chiesa per convolare a nozze con la propria donna – risponde così all’interlocutore che lo chiama: “Assolutamente! Non mi disturba affatto!”



Dic 12 2008

Pocket gennaio 2009

Non mi meraviglio ormai quasi più di niente. Ma quanto volte sono rimasta davvero sbalordita nel vedere come settimana dopo settimana una mia iniziativa politica prendesse tanto corpo. Migliaia di mail, richieste di incontri, proposte. Insomma, voglia di politica. Una politica autentica, sul territorio, per portare avanti soprattutto istanze di giustizia e di sicurezza. “Noi vogliamo essere un’anomalia della vita politica italiana…” è così che ho cominciato il mio intervento, a novembre, al battesimo del Movimento per l’Italia. Un movimento formato da migliaia di cittadini, giovani e meno giovani, che hanno coscienza dell’importante momento che si sta attraversando. Una partita resa ancor più decisiva dalle emergenze che stiamo affrontando e da quelle che ci aspettano nei prossimi mesi. La partita tra una parte del Paese che si consegna – una volta di più - all’immobilismo e un’altra parte che invece prova a cambiare le cose. Prova a tirar fuori l’Italia dal pantano delle riforme che s’invocano ma non si fanno, dei problemi rinviati all’infinito e che non trovano mai soluzione. Il Movimento per l’Italia è un pezzo di società che si mobilita per portare il suo contributo di idee, di energie e di passione civile a questo grande progetto di trasformazione. I movimenti politici nascono in genere sull’onda della protesta. Il nostro movimento nasce sull’onda della proposta.
Il nostro paese è necessario che riscopra il ruolo centrale della famiglia e che recuperi quel messaggio cristiano -lo straordinario patto di fiducia tra Dio e l’uomo celebrato nei Vangeli- che vuol dire solidarietà, equità sociale, tolleranza, diritti. Senza dimenticare però i doveri. Già qualche anno fa, quando ancora erano termini fuori ordinanza, scrivevo dell’importanza di far entrare nel vocabolario della politica italiana parole come autorità e responsabilità, moralità e merito, vincoli e regole ed avvertivo anche, già allora, che con i valori non si fa catechismo, troppo facile e troppo comodo. La sfida è saperli declinare nella società, tradurli in fatti concreti. Sventolare delle bandiere non basta a cambiare un modello di società che appare sempre più logoro, sempre più in ritardo rispetto a quello dei paesi europei più avanzati. Ecco, noi siamo un Movimento che non agita bandiere, siamo un pezzo di quella società che sostiene semplicemente che i valori della democrazia e del rispetto delle regole debbano collocarsi sopra qualsiasi ideologia per ricostruire una comunità nazionale all’altezza dei nuovi tempi. Noi rappresentiamo un’area di pensiero dove confini e steccati troppo rigidi non hanno più significato e dove l’identità si misura sulla capacità o meno di saper interpretare esigenze e priorità, opportunità e scelte. “Scegliere, decidere, risolvere”. E’ il motto del nostro Movimento ed è quello che oggi chiedono i cittadini alla politica. Decidere, se possibile, in fretta visto che le emergenze incalzano e un disegno di legge impiega in Parlamento almeno un anno e mezzo per diventare operativo. E’ questa la bussola sulla quale orientare la nostra azione, al di qua e al di là dell’Atlantico i vecchi schemi sono saltati, una volta per tutte. A separare sinistra e destra, i cosiddetti progressisti e i cosiddetti conservatori, non sono più i proclami e gli slogan. È la capacità di ascolto di società complesse e in difficoltà, unita a quella di saper offrire risposte concrete che vanno nella direzione di una innovazione e di una modernizzazione governate da un comandamento di cui si erano perse le tracce. Il comandamento dell’etica. Questa nuova visione della società, questa rappresentazione “cristiana” del mercato dei beni ma anche delle idee oggi appartiene sempre più chiaramente allo schieramento moderato del nostro Paese. Cambiamento e progresso costituiscono la nuova carta d’identità delle forze moderate. Se la Gelmini o Brunetta o lo stesso Berlusconi dicono in modo provocatorio: stiamo realizzando le politiche che la sinistra non è in grado di fare, politiche considerate tradizionalmente di sinistra, non fanno che fotografare la realtà. La realtà di un paese in cui all’azione di riforme del governo, chi è all’opposizione sa solo rispondere con il massimalismo e la più bieca demagogia. In una società come la nostra, messa all’angolo dalla bufera dell’economia, assediata da urgenze e problemi, prendono facilmente spazio apatia e rassegnazione. Una deriva pericolosa. E noi, che appresentiamo le voci di tanta gente comune, dobbiamo riuscire a contrastarla rovesciando l’apatia in impegno e la rassegnazione in mobilitazione. È la grande lezione che ci viene dalle elezioni americane, al di là di chi abbia vinto o perso. La capacità di muoversi sul territorio, anzi nel territorio: tra la gente. Di dare nuovi punti di riferimento alle ansie di cittadini di ogni estrazione e di ogni ceto sociale. Di saper riaccendere passione civile tra i giovani e le donne, le fasce di popolazione spesso più disilluse nelle loro attese e più esposte alla tentazione di isolarsi ed estraniarsi da un impegno coraggioso. Ed il nostro movimento nasce proprio dalla rete, il più poderoso strumento di comunicazione dei ragazzi. Sono loro ad avere un credito con la politica. Un credito imponente. Troppe promesse non mantenute. Ma perché anche questo non rimanga un dibattito sterile, ricco di propaganda e povero di contenuti, anche qui occorre la buona volontà ed il contributo di tutti.



Nov 26 2008

Pocket dicembre 2008

La politica ha una funzione fondamentale: costruire la fiducia, indicare la strada che ci porti verso il futuro, tenere accesa la speranza e dare soluzioni solide. Per farlo essa deve stare sempre a contatto con le persone, la loro vita e i loro problemi, deve parlare il linguaggio della gente.
Sempre più persone sono lontane dalla politica, disinteressate; spesso, come ha rivelato una ricerca di Mannheimer diffusa qualche mese fa, ne sono addirittura disgustate. L’aspetto più preoccupante e grave di questo fenomeno è il crescente numero dei giovani che guarda la politica come una cosa con la quale non sporcarsi. Troppe promesse non mantenute da parte dei politici ed oggi, i ragazzi ne stanno facendo le spese: precariato, una politica giovanile praticamente inesistente, anni di scandali e corruzioni hanno creato un corto circuito in cui il passaggio di energia si è interrotto. L’incertezza del futuro ha così condotto le nuove generazioni ad un pessimismo tale, che, di fatto, si traduce in una rinuncia anticipata all’impegno, un’apatia verso la propria crescita, i propri desideri, “perché tanto non c’è speranza” in un mondo che comunque sembra non attenderli.
Ed è da qui che bisogna ricominciare, la società ha un bisogno vitale dei giovani, delle loro idee, della loro forza. E’ necessario che venga riconsegnata loro una visione positiva della vita, ideali e valori in cui credere, risposte concrete ed esempi a cui far riferimento

Questa distanza tra giovani e politica dipende anche dal fatto che “il sistema” non parla più il loro linguaggio. I giovani oggi comunicano attraverso messaggi brevi, chiari, sintetici, precisi. Utilizzano email, sms e videomessaggi. Si informano su google, si danno appuntamento con messenger, si confidano nelle chat line, usano i blog per esprimersi, criticare, sostenere, analizzare.
Invece, nell’era di internet, la politica si trova ancora all’epoca dell’aratro e – trarre rare eccezioni - continua a parlare un linguaggio distante anni luce da loro: quel politichese che nessuno usa più all’infuori di una ristretta cerchia di professionisti e burocrati. Se i giovani non ci capiscono la colpa non è loro. La colpa è nostra.

Io sono convinta che la politica abbia disperatamente bisogno dell’entusiasmo e della freschezza dei giovani. Se i giovani tornano alla politica ci guadagniamo tutti, ci guadagna il Paese. Ma tocca a noi farci capire. Tocca a noi cambiare linguaggio. Tocca a noi fare il primo passo.

Per questo, ho voluto imparare ad utilizzare internet e la rete come strumento per avvicinare e coinvolgere, alla militanza politica. Oltre ad avere e curare il mio sito personale, ho realizzato una serie di portali grazie ai quali molte delle battaglie che ho condotto insieme a migliaia di persone si sono rivelate più efficaci e incisive, a partire dalla battaglia contro la prostituzione che infesta le nostre strade. Grazie al passaparola telematico e all’organizzazione di centinaia di volontari in tutta Italia, nelle grandi come nelle piccole città, abbiamo raccolto informazioni, abbiamo documentato le situazioni più gravi e raccolto migliaia di firme per l’istituzione di un referendum che regolamentasse la prostituzione. In questa battaglia, la rete si è rivelata uno strumento efficace e potente: credo che anche grazie a questa iniziativa il governo abbia adottato misure concrete a difesa delle donne e contro i loro sfruttatori.
Un utilizzo della rete “in grande”, all’americana, che mi ha davvero colpito per l’incisività e la capillarità è stato quello fatto dallo staff elettorale di Barack Obama nuovo presidente USA. Nella sezione “issues” del suo sito c’è il programma di Obama, punto per punto, messo a confronto con il suo rivale McCain ognuno di noi può andarlo a leggere. Internet è stato per loro un formidabile strumento, di diffusione, conoscenza e organizzazione dei militanti e dei volontari.
L’immediatezza dell’informazione. Il fatto stesso che in rete ci si può informare senza censure, si può comunicare in modo diretto, si possono progettare incontri e manifestazioni, collaborare con altre persone su scala locale e internazionale è questo che rende internet potente. Tanto potente che la sua efficacia, è confermata dal fatto che la rete è usata – purtroppo con successo – anche da criminali senza scrupoli. Pedofili che cercano di incontrare e sedurre con l’inganno giovanissimi inconsapevoli; malati di mente che convincono le ragazze più suggestionabili a diventare anoressiche; terroristi che reclutano kamikaze, pianificano attentati. Internet è talmente potente che probabilmente, oggi senza la rete globale, questi criminali non sarebbero neppure in grado di organizzarsi e di agire con tanta efficacia.
Proprio per questo sono convinta che noi politici, abbiamo il dovere di conoscere e utilizzare questi nuovi strumenti per operare a fin di bene, promuovere campagne di sensibilizzazione, diffondere i valori positivi della democrazia e coinvolgere i nostri ragazzi in un’attività, la politica, che anche se oggi si svolge con mezzi molto diversi dal passato ha sempre lo stesso, nobile scopo che aveva già nell’antica Grecia: fare in modo che sempre più persone si occupino della “cosa comune”, la “res pubblica”, e che un numero sempre maggiore di nostri simili possa godere delle libertà e dei diritti che ancora oggi non sono per tutti. Grazie a internet – grazie ad una nuova e inedita possibilità di dialogo e di confronto - i politici e i cittadini hanno la possibilità di comunicare, di collaborare, di allearsi per risolvere, tutti insieme, i problemi veri del Paese e delle persone. Questo è l’uso che ho sempre fatto della rete, considerandola un mezzo e non un fine; perché anche questo un modo per riavvicinare i giovani alla politica e per dare ai politici una nuova opportunità di dimostrare che insieme si può cambiare.

Daniela Santanchè



Ott 28 2008

Pocket novembre 2008

“Razzista devi morire!” anche questo mi ha detto, a tradimento, tirandomi i capelli un’ esagitato pochi giorni fa durante la pausa di una trasmissione televisiva della Rai. Quando accadono questi episodi si rimane prima attoniti e poi davvero sgomenti. – Ma come – mi sono chiesta mentre non riuscivo a prendere sonno – razzista io, costretta a vivere sotto scorta per le minacce ricevute dopo aver curato appoggiato tante donne oneste dell’immigrazione e per aver difeso tante prostitute minorenni e di colore, le nuove schiave di questi tempi così dolorosi e drammatici. C’è da riflettere, molto, sui piccoli e grandi fatti quotidiani a cui assistiamo e ritengo che tutti dobbiamo partire da una domanda molto semplice: l’Italia che per posizione geografica, per natura, per storia e tradizione è sempre stato un paese generoso, accogliente, disponibile e tollerante si è diffuso un sentimento di paura dell’“altro”, dello straniero? E’ questa la vera domanda che dobbiamo porci, ben sapendo che dalla paura, all’ostilità e alla tragedia spesso purtroppo il passo è breve. La paura o la percezione della paura di una società non nasce da sola all’improvviso, sedimenta negli animi e soprattutto la insinua e la incoraggia la cattiva politica quando non vuole o non sa affrontare i problemi reali. E’ indubbio che, negli ultimi anni, la curva della paura dell’”altro”, in Italia come nel resto d’Europa ha avuto un picco. Secondo il sondaggio di un settimanale inglese pubblicato un paio d’anni fa e condotto tra tutti i paesi europei maggiormente sottoposti all’urto dell’immigrazione, l’Italia era al primo posto. Cosa è successo nel frattempo? È successo che negli altri paesi, seppure tra contraddizioni, polemiche e ritardi, si è capito il problema e si è intrapreso un percorso per trovare soluzioni adeguate. Così in Francia, in Inghilterra, in Olanda. In Italia invece proprio nel momento cruciale in cui l’immigrazione incontrollata faceva saltare gli equilibri e i parametri della nostra società, il precedente governo per motivi puramente ideologici ha scelto di non fare assolutamente nulla. Anzi si è fatto passare nel paese il messaggio che l’immigrazione - clandestina o no - era un bene in sé e si è gridato alla xenofobia e al razzismo appena qualcuno provava a riportare l’attenzione sulle difficoltà con cui si confrontava ogni giorno il cittadino comune. Tutti ci rendiamo conto che l’immigrazione regolare in Italia oltre ad essere una risorsa è anche una necessità, ma non posso accettare che l’altra immigrazione, quella illegale, venga considerata alla stessa stregua perché così non è. Ciò per rispetto di quegli stessi immigrati che con tanta fatica e sacrificio, accettando i lavori più umili, nelle fabbriche, nelle campagne, negli alberghi e nelle nostre case vogliono una vera integrazione, fatta di solidarietà e fratellanza che coinvolga anche i figli in modo da consegnare loro un futuro migliore. La stessa cosa che vogliamo noi per i nostri figli. Pertanto non si può più stare a guardare, lo impone il futuro. E la lotta alla clandestinità, deve coincidere con la lotta alla criminalità ed è vitale e urgente che si affronti con determinazione e autorevolezza la questione, ponendo l’attenzione prima di tutto sulle regole e le leggi. Nessuno può pensare di fermare i flussi migratori per questo bisogna concentrarsi sulle regole. Perché dare un’idea di Stato “mancante” consente l’ingresso soprattutto di chi è in malafede, come purtroppo ci confermano le statistiche (dati del Bollettino Penitenziario 2007) relativamente all’aumento vertiginoso della criminalità, con una presenza di stranieri nelle nostre carceri pari circa al 40 per cento del totale dei detenuti -oltre a ciò nel triennio 2004-2006 (Rapporto Istat 2007) un denunciato su tre per omicidio volontario è straniero e la quota di irregolari sugli autori denunciati per tale reato sfiora il 72%-
Il senso d’impotenza davanti al progressivo degrado sociale, culturale e civile del paese aumenta e innesca meccanismi che degenerano spesso in violenza. In poche parole: la sensazione tangibile di una crescente insicurezza del vivere quotidiano ci porta ad essere quelli che non siamo. Per due anni gli italiani hanno vissuto su questo fronte, e sulla loro pelle hanno constatato l’assenza dello Stato. In compenso però si aveva a disposizione un Ministro del governo Prodi che orgoglioso di essere il Ministro dei clandestini lo andava a sbandierare ai quattro venti…
Ed oggi è insopportabile che ogni qualvolta si varano provvedimenti di buon senso per regolamentare l’immigrazione, ripristinare la legalità, ci sia qualcuno che strilla “al lupo” “al lupo” e tira in ballo una pretesa lesione dei diritti umani. Non si vuole capire che le due cose, regole e diritti, vanno di pari passo: le une valorizzano gli altri. Senza una politica delle regole non si fa una vera politica dell’immigrazione e dell’integrazione. E soprattutto non si sostituisce nel paese alla cultura della paura una nuova cultura della solidarietà e dell’accoglienza. Non torneremo mai ad essere quello che l’Italia è sempre stata e che Robert Kennedy chiamava una “società compassionevole”…



Set 29 2008

Pocket ottobre 2008

Ancora una volta la lezione di democrazia e di costume ci viene dagli Stati Uniti nella corsa per la Presidenza. Saper convivere con i cambiamenti, con se stessi e con gli altri è non è mai stato facile. Lo sapeva bene Pirandello, il premio Nobel siciliano che già settant’anni fa ha posto al centro delle proprie riflessioni il tema dell’identità personale. Settant’anni dopo, i nostri rapporti con gli altri, in più, sono sempre più mediati dagli strumenti di comunicazione: telefonini, email, youtube, televisione, giornali. In un mondo che i media manipolano senza sosta, per un personaggio pubblico è poi davvero difficile trasmettere un’immagine di sé che sia fedele e allo steso tempo coerente, univoca. E non a caso soprattutto negli Usa, molti si affidano a studi e consulenti specializzati nella gestione dell’immagine ed evitano di far conoscere aspetti di se stessi che renderebbero meno immediata la percezione della propria identità, e dei propri messaggi, da parte degli elettori. I più cercano insomma di apparire tutti bianchi o tutti neri, tutti rossi o tutti verdi: il grigio, le sfumature e le contraddizioni di cui sono tessute tutte le nostre vite, vengono nascosti agli occhi del pubblico.
Solo ogni tanto emergono personaggi che piacciono e raccolgono consenso pur presentandosi a tutto tondo, senza tentare di nascondere aspetti della propria personalità e della propria vita.

In questo periodo ci sono due donne, in particolare, che stanno sfondando il muro dei media e dei pregiudizi: una è Sarah Palin, la candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti in tandem col repubblicano John McCain. L’altra è Rachida Dati, ministro della giustizia del governo Sarkozy.
Queste donne stanno dando una scossa profonda alla politica perché offrono al pubblico un’immagine di sé complessa e sfaccettata ma allo stesso tempo forte, completa, comprensibile.
Riescono a tenere insieme aspetti apparentemente opposti che di solito, quando vengono in contatto, sgretolano l’immagine di una donna impegnata in politica. O fai politica o fai la madre. O ti occupi dello Stato o ti occupi dei figli. O fai carriera o fai famiglia.
No! dicono queste donne: noi facciamo la madre e la politica, il ministro e l’amante, la moglie e la combattente. Lo facciamo allo stesso tempo. E lo facciamo al meglio, al top.

Sarah Palin, soprannominata lipstik bulldog (il bulldog con il rossetto), ha letteralmente elettrizzato l’elettorato repubblicano e attirato l’attenzione dei media globali. Amata, odiata, temuta, adorata… la vera candidata alla guida degli Usa sembra lei, ancora più che McCain.
La donna che ama sparare col fucile, la mamma alle prese con la gravidanza improvvisa e imprevista della figlia diciassettenne, la reginetta di bellezza diventata prima sindaco, poi governatore dell’Alaska e infine candidata alla leadership della superpotenza globale sembra non fermarsi davanti a nulla e a nessuno.
Credo che Sara Palin piaccia ad alcuni e spaventi altri perché ha dimostrato di saper prendersi tutto quello che desidera, senza troppi “per favore” e “grazie”. Certo, è stata scelta da un uomo, ma in pochi giorni è diventata la protagonista assoluta della scena politica tanto che oggi, nell’immaginario collettivo, la sfida è tra lei e Barak Obama. Sara dimostra di saper gestire con fermezza sia le vicende personali e famigliari che quelle pubbliche e politiche. La sua non è una famiglia da Mulino Bianco e lei non è una madre da vetrina: E’ una madre alle prese con gli stessi problemi che tutte le mamme del mondo affrontano. Questa è la sua grande forza: affrontare le difficoltà con piglio ma senza perdere il senso dei valori e delle priorità, sapendo coniugare in modo inedito - e affascinante - ragion di stato e affetti privati, senza sacrificare gli uni agli altri, senza dover per forza rinunciare ad essere insieme donna, madre, moglie, politica. Perché viene esaltata fino al paradosso o demonizzata oltre limite? Perché in realtà è la donna che tante donne vorrebbero essere: intelligente, decisa e femminile, dolce e coraggiosa.

Un’altra donna che piace in virtù della propria immagine complessa è Rachida Dati. Il ministro della giustizia francese partorirà tra pochi mesi un bambino di cui non vuole rivelare il nome del padre nel nome della propria autonomia e della propria libertà. Figlia di poverissimi immigrati maghrebini trasferitisi in Francia, Rachida ha saputo conquistare il proprio posto sul palcoscenico della vita con determinazione, tanto studio e duro lavoro ma senza mai perdere la propria umanità e il senso dei valori. Quando le è stato chiesto chi fosse il padre non solo ha detto che sono affari suoi ma ha aggiunto: “Sapete, la mia vita privata è molto complicata”. Con queste poche e semplici parole ha provocato una svolta: ha affermato di essere sia donna che politico, sia persona che istituzione. Ed ha fatto capire che non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra condizione: si può essere un ministro e soffrire pene d’amore. O, forse, essere pazzamente felice. Ma questi non sono affari nostri.



Lug 01 2008

Pocket luglio 2008

Pocket Luglio 08

Adelina è la ragazza rumena che per tanti anni si è prostituita e che mi ha fatto aprire ancora di più gli occhi su un fenomeno che lungi dalla libera scelta e dai luoghi comuni sul mestiere più antico del mondo si avvicina sempre di più alla schiavitù. “Ti vedo in televisione vieni con me ti faccio capire io cosa significa stare sulle strade 12 ore al giorno” mi ha detto un giorno invitandomi a passare qualche ora in via Abruzzi a Milano.
Ore da incubo. Ore in cui mi sono sentita umiliata come essere umano, prima di tutto, come donna e come politico. E da li mi sono convinta che la mia battaglia per chiudere questi bordelli a cielo aperto era una battaglia che dovevo portare avanti. Non parlo per una questione morale ma per una questione di dignità. Viale Abruzzi a Milano è come Via Salaria a Roma o come i vicoli del porto di Genova o qualsiasi altra strada di tante città italiane. Ovunque sono stata, con l’aiuto di tanti comitati di quartiere ed anche di molti religiosi, suore e sacerdoti che si battono contro questo sfruttamento del sesso la risposta che mi è arrivata è sempre la stessa: restituire dignità alle schiave del sesso come le chiamava Don Benzi. E’ per questo che mi è venuta l’idea di un referendum che servisse a scuotere le coscienze ed il risultato è stato immediato grazie alla sensibilità soprattutto di un ministro intelligente come il titolare del Viminale Roberto Maroni.
All’estero, nei paesi dove la prostituzione è regolamentata le persone che lavorano sulla strada rappresentano una percentuale minima del totale (2%-3%). Io non voglio riaprire le case chiuse come molti giornali erroneamente titolavano, voglio togliere la prostituzione femminile e maschile dalle strade perché è l’unico modo per dare un colpo mortale a quella “organizzazione”che c’è dietro ogni lucciola. Un fenomeno che non risparmia giovanissime minorenni prevalentemente dei paesi dell’est, africane e da qualche tempo anche cinesi.
Non si può girare la faccia dall’altra parte quando l’età di queste povere disgraziate si abbassa sempre di più fino ad arrivare a 14, 15 e anche13 anni! Secondo l’ultimo rapporto (2007) dell’Osservatorio sulla prostituzione del Ministero dell’Interno, si stima che oggi le prostitute in Italia siano 50 mila –anche se altre stime parlano di 70 mila- provenienti da 54 paesi del mondo.
Nigeria, Moldavia, Romania, Ucraina, sono i paesi più “rappresentati” ma si è notato negli ultimi tempi un forte aumento delle cinesi e delle thailandesi che sembrano invisibili perchè lavorano soprattutto in luoghi chiusi che difficilmente le Forze dell’Ordine o i volontari riescono a raggiungere. Inoltre c’è la tendenza da parte degli sfruttatori di non far stazionare per lungo tempo nello stesso luogo le ragazze che vengono trasferite di città in città, addirittura di paese in paese, un vero e proprio traffico umano internazionale molto redditizio e poco rischioso. E già questo da l’idea che esistono organizzazioni ben strutturate che bisogna colpire con tutti i mezzi a disposizione perché non continuino a guadagnare sulla pelle di queste povere vittime. Dietro la prostituzione, afferma Don Ciotti in un suo intervento su Famiglia Cristiana, ci sono quasi sempre storie di povertà e miseria, “viaggi della speranza” che si trasformano in incubi. Chi si prostituisce è vittima, non colpevole, sono le mafie che approfittano della disperazione umana devono essere sconfitte. E anch’io penso che è proprio questo il punto.
E’ necessario sottrarre i soggetti più deboli e indifesi allo sfruttamento feroce da parte della criminalità per dare loro un’opportunità di conoscenza dei propri diritti, una tutela sia sociale che sanitaria finalizzando l’azione al loro inserimento nella società per cambiare vita per tutte coloro che lo desiderano.
A dicembre scorso l’Istituto Piepoli ha effettuato un sondaggio con il quale si chiedeva ad un campione rappresentativo di italiani maschi e femmine dai 18 anni in su in che misura il problema della prostituzione sulle strade doveva essere una priorità del Governo: l’86% ha risposto che il fenomeno dovrebbe essere considerato un’urgenza e che comunque dovrebbe essere in qualche modo regolamentato e all’interno di questo 86% ben il 67% degli italiani vorrebbe ripristinare le case chiuse. Ciò conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che la battaglia per togliere i bordelli a cielo aperto deve essere combattuta strenuamente. Nel sito stradeprotette.com, ci sono informazioni e il testo del quesito che abbiamo depositato per la richiesta di referendum sull’abolizione di alcuni articoli della Legge Merlin, una legge vecchia di 50 anni che deve essere necessariamente attualizzata e resa incisiva per contrastare efficacemente il commercio della prostituzione in modo da restituire anche sicurezza ai cittadini.
La questione è complessa ma va affrontata senza false ipocrisie e perbenismi.



Giu 05 2008

Pocket giugno 2008

POCKET Giugno 08
Da tempo la politica e gli organi di informazione hanno posto al centro del dibattito nazionale la questione della sicurezza accendendo un riflettore sul popolo rom, sugli immigrati clandestini, sulle azioni talvolta terribili che spesso li vedono protagonisti e sulla reazioni esasperate di alcuni cittadini italiani. L’esempio più emblematico risale a poche settimane fa quando, dopo un
apparente tentativo di sequestro di un bambino nel rione Ponticelli a Napoli da parte di una ragazzina rom, degli sconosciuti hanno dato alle fiamme il campo nomadi che sorgeva nel quartiere, costringendo la maggior parte degli occupanti ad abbandonare le proprie misere abitazioni.
Lo scontro politico si è fatto rovente ma a me sembra che si sia perso di vista il più elementare buonsenso. Sono convinta che la difficoltà ad affrontare questo problema con razionalità e umanità derivi anche da una certa mentalità “buonista” e “terzomondista” tipica della sinistra estrema la quale è stata due anni al governo con un ministro che, come Paolo Ferrero, si dichiarava orgogliosamente “ministro dei clandestini”. Anche grazie a lui, nel nostro Paese alla rovescia, più una cosa è ovvia e piena di buonsenso più appare rivoluzionaria e viene ostacolata. Chi ¬ come il neoministro Brunetta - dice che un impiegato o un dirigente ”fannullone” della pubblica amministrazione dovrà essere licenziato, perché col suo comportamento danneggia tutti, viene accusato di radicalismo, di essere nemico dei lavoratori. Subito i sindacati e le opposizioni hanno levato gli scudi e lanciato i loro strali: “Giù le mani dai lavoratori!”, “Prima si premino i capaci, poi si puniscano i colpevoli”, “Prima si giudichino i dirigenti, poi gli impiegati”, “Prima si licenziano i “fannulloni della politica”, “Prima si elaborino metodi concertati per misurare la produttività e l’impegno di un lavoratore”.
Allo stesso modo chi ¬ come me ¬ sostiene che gli immigrati clandestini devono essere espulsi perché colpevoli del reato specifico di immigrazione clandestina, che prevede l’espulsione, come minimo viene accusato di essere razzista e fautore della pulizia etnica. Insomma, oggi, in Italia, chiunque chiede che la legge sia uguale per tutti, applicata in modo neutrale e tempestivo, viene dipinto come nemico della tolleranza e della convivenza pacifica. Così, mentre le cronache riferiscono quotidianamente di stupri, omicidi, incidenti d’auto mortali, furti negli appartamenti, tentativi di sequestro di bambini e riduzione di esseri umani in schiavitù e altri crimini messi in atto
da extracomunitari e da nomadi, la maggior parte degli opinion leader, dei politici e degli editorialisti “che contano” fanno a gara nel denunciare il comportamento razzista e intollerante degli italiani. Sia chiaro: farsi giustizia da sé è sbagliato, sempre. Generalizzare, criminalizzando un intero popolo per colpa di un delinquente, è addirittura stupido. Inoltre, dare alla fiamme un campo nomadi “per vendetta”, con il rischio di uccidere qualcuno, è un comportamento criminale che va punito e stigmatizzato.
Ma sono anche convinta che alcuni dei comportamenti sbagliati messi in atto dai nostri connazionali siano il frutto avvelenato della latitanza dello Stato, della indifferenza delle istituzioni, della cultura di una certa sinistra che vede solo diritti e nessun dovere, che assolve preventivamente ogni straniero solo perché “diverso”, che ha preferito occuparsi di banche e finanza piuttosto che sgombrare i rifiuti per le strade. Si dice spesso che la mafia riempie un vuoto lasciato dalle istituzioni e che la malavita organizzata prospera laddove lo Stato è inefficiente e disorganizzato: dove non ci sono parcheggi custoditi spuntano i parcheggiatori abusivi; dove non si assicura l’ordine pubblico spuntano le ronde, quando i campi nomadi proliferano senza controlli e senza regole allora ¬ come a Napoli spunta la camorra che incendia il campo nomadi. Io ho visitato personalmente, a Milano, alcuni di questi campi. Ho visto con i miei occhi la situazione di abbandono totale in cui sono lasciati sia i rom che i residenti dei quartieri periferici, e sono convinta che gli abitanti delle zone in cui sorgono queste “favelas” sovraccariche e incontrollate quando cercano di farsi giustizia da soli è perché si sentono abbandonati dallo Stato, dalle istituzioni, dalle amministrazioni.
La radice dell’esasperazione e della violenza che stanno prendendo piede e che devono assolutamente essere fermate è dovuta alla latitanza dello Stato, alla mancanza di controlli e di repressione. Nonostante certa retorica, sono infatti certa che i primi a chiedere una politica rigorosa siano proprio i rom, i nomadi, gli extracomunitari e gli stranieri per bene. Perché sono i primi a sentirsi diversi e distanti dai loro connazionali criminali e sono i primi a voler essere riconosciuti e trattati come persone oneste.

Daniela Santanchè



 
Convivere