May 29 2008
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May 26 2008
Prostituzione oltre i luoghi comuni a 50 anni dalla legge
Intervento di don Luigi Ciotti
(presidente del Gruppo Abele e di Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie)
“Prostituzione e mafia: dallo scenario al territorio”
Oggi come in passato, il fenomeno della prostituzione si “nutre” di un pregiudizio diffuso, una sorta di copertura “culturale”: l’opinione che esistano persone, in particolare donne, disposte a vendere il proprio corpo come se si trattasse di una merce qualsiasi, attratte da facili guadagni.
Dalle lettere scritte 50 anni fa ad Angela Merlin, e dalle storie che raccontano le donne prostituite di oggi, emerge invece che il fenomeno è da sempre legato a situazioni di sfruttamento.
Ai tempi delle “case chiuse”, gli sfruttatori erano i proprietari e le tenutarie delle case, veri e propri “imprenditori” del settore. Loro complici, tutta una rete di persone deputate in teoria alla tutela delle “lavoratrici”: medici e funzionari pubblici chiamati a controllare il rispetto delle norme, ma spesso clienti essi stessi delle “case” e disposti a farsi corrompere per nascondere i soprusi dei padroni.
Quello attuale è un traffico internazionale, redditizio e poco rischioso. Oggi lo sfruttamento della prostituzione avviene ad opera delle mafie di tutto il mondo, le stesse che gestiscono la tratta di esseri umani. Questo traffico è uno dei più redditizi e dei meno rischiosi, perché poco efficacemente punito. Una fitta rete di collusioni, soprattutto con le autorità corrotte dei paesi di origine delle vittime, protegge infatti i trafficanti.
L’Italia dispone tuttavia di buoni strumenti giuridici. Le attuali forme di schiavitù sono difficili da dimostrare nei processi perché il concetto di schiavitù è rimasto a lungo troppo impreciso e generico. In Italia, grazie alla riforma degli articoli del Codice penale sui reati di riduzione in schiavitù (articoli 600, 601, 602) introdotta dalla Legge 11 Agosto 2003, n. 228, questo concetto è stato precisato. Oggi dunque include anche la costrizione a prestazioni lavorative e sessuali, l’accattonaggio e altre forme di sfruttamento. La pena prevista va da otto a vent’anni di reclusione (e non più da cinque a quindici). C’è, dunque, una maggior tutela per le vittime. Oggi, a quasi cinque anni dall’entrata in vigore della legge, i casi puniti come reati di riduzione in schiavitù sono aumentati, soprattutto per quanto riguarda la costrizione all’accattonaggio e al lavoro forzato. Anche le situazioni di prostituzione forzata sono maggiormente denunciate, tuttavia difficilmente sono punite come reati di schiavitù. In questi casi il reato di sfruttamento della prostituzione, punito con pena più lieve, rimane più facile da dimostrare.
L’articolo 18 del Testo Unico sull’Immigrazione, altra norma importante, prevede il riconoscimento della vittima, che può essere aiutata a uscire dalla condizione di sfruttamento indipendentemente dalla scelta di denunciare i criminali, e può ottenere il permesso di soggiorno in Italia.
Una serie di fattori hanno favorito le organizzazioni criminali specializzate nella tratta di persone a scopo di sfruttamento sessuale:
a) l’aumento dei flussi migratori provocati dallo squilibrio economico e dalla crescita delle povertà.
b) le politiche migratorie restrittive adottate dai Paesi occidentali, che inducono i migranti alla scelta della clandestinità;
c) l’aumento della domanda di servizi sessuali nei medesimi Paesi.
I gruppi criminali attivi si sono spartiti le diverse fasi del traffico:
a) Alcuni organizzano i viaggi per far entrare clandestinamente i migranti nei Paesi di destinazione.
b) Altri si dedicano esclusivamente allo sfruttamento della prostituzione.
c) Altri ancora sono in grado di gestire l’intero traffico: dall’adescamento delle vittime nel Paese d’origine all’ingresso in Europa, allo sfruttamento sul mercato del lavoro nero o del sesso a pagamento.
Le indagini hanno finora messo in luce una presenza indiretta delle mafie italiane. Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, Sacra corona unita, non sembrano gestire direttamente lo sfruttamento della prostituzione. Piuttosto, stabiliscono taciti patti di “non ingerenza” con i “colleghi” stranieri. In certi casi – soprattutto la camorra – impongono un racket per l’“affitto” dei territori, che ricade naturalmente sulla pelle delle donne.
Le mafie più attive in Italia nello sfruttamento della prostituzione sono soprattutto di origine est-europea, balcanica e nigeriana. La nazionalità delle donne sfruttate rispecchia questa spartizione del mercato: alle nigeriane si affiancano le donne dell’est, un tempo soprattutto albanesi, oggi in maggioranza rumene e provenienti dalle ex-repubbliche sovietiche. Inoltre, negli ultimi anni, sta emergendo un giro di prostituzione cinese.
I metodi usati dagli sfruttatori per tenere soggiogate le vittime hanno molti tratti in comune: un controllo stretto sui movimenti delle ragazze, l’uso della violenza, sia fisica che psicologica, come mezzo di coercizione e deterrente alla fuga, il ricatto di possibili ritorsioni contro la famiglia d’origine, il sequestro dei documenti di identità, l’abitudine a spostare frequentemente le ragazze sul territorio, la sottrazione di gran parte del guadagno e la richiesta di ulteriori soldi per pagare il “debito” contratto per l’espatrio e i costi di mantenimento.
Negli ultimi anni sono emersi alcuni tratti peculiari che variano secondo la nazionalità.
A capo delle organizzazioni nigeriane ci sono le “maman”, ex-prostitute passate al ruolo di sfruttatrici, affiancate da uno o più uomini con compiti punitivi e di sorveglianza. Le donne sono controllate con mezzi violenti e brutali, oltre che con la minaccia di vendette contro i familiari.
Gli sfruttatori albanesi, che oggi “gestiscono” anche le ragazze di altri paesi est-europei, sembrano essersi allontanati dalle pratiche più violente per diminuire il rischio di fuga delle vittime e quindi il pericolo di essere scoperti e arrestati. Oggi tendono a “fidanzarsi” con una delle ragazze per farsi aiutare da lei nel controllo delle altre; inoltre, lasciano una maggiore quota di guadagno alle donne per illuderle che il lavoro dia loro qualche vantaggio.
Le donne cinesi vengono fatte prostituire soprattutto nelle case private, e sono così vittime ancora più invisibili.
Le organizzazioni, piccole o grandi, che sfruttano la prostituzione, spesso gestiscono in parallelo altri traffici. A Milano si è osservato il fenomeno di ragazze che, mentre si prostituiscono, lavorano anche come “pusher” di droga.
Le donne prostituite che incontriamo lungo le strade di periferia e agli angoli degli incroci, o che svolgono la loro attività nel chiuso dei locali notturni o delle case di appuntamento, portano i nomi di almeno sessanta Paesi del mondo e di tutti i continenti. Per combattere la tratta e la prostituzione forzata, è necessario allora un approccio al tempo stesso lungimirante e globale. Se migliaia di persone sono costrette a lasciare terre e affetti per finire ostaggio delle mafie, è a causa anche di un modello economico che ha disseminato ingiustizie e disuguaglianze scandalose. Perseguire le mafie è allora essenziale, senza dimenticare però che l’antidoto più efficace al crimine organizzato sono la promozione dei diritti e l’equa distribuzione delle risorse.
La lotta alla criminalità e l’impegno politico devono anche saldarsi alla dimensione educativa e culturale. Al di là delle scorciatoie demagogiche, è necessario denunciare anche le cause culturali dello sfruttamento femminile, impegnarsi per restituire alla donna quella integrità che le è stata sottratta dal consumismo. L’immaginario pubblicitario ci offre continui esempi di come il consumismo trovi un punto di forza proprio nella “prostituzione simbolica” del corpo femminile, nella sua riduzione a mero oggetto di desiderio sessuale.
Ci si occupa di prostituzione più che altro nella contingenza della cronaca e in termini di ordine pubblico, quando il mercato si concentra nelle zone più centrali invece di diluirsi nei sobborghi più desolati.
Allora c’è sempre qualcuno che tira in ballo l’ambiguo concetto di “decoro” (in base al quale stiamo assistendo alla criminalizzazione di una serie di povertà) e propone magari di risolvere il problema ritornando alle “case chiuse”, come se il fenomeno nel frattempo non si fosse decuplicato e diversificato rispetto a cinquant’anni fa.
Le donne prostitute (meglio “prostituite”) “lavorano” spesso sotto gli occhi di tutti, eppure sono vittime “invisibili”. Spesso ci accorgiamo di loro solo quando vengono ritrovate cadavere: sfigurate, fatte a pezzi, racchiuse in un sacco della spazzatura tra i rovi di un bosco o in un canale di campagna.
Sono tante le storie di ragazze ammazzate e ritrovate per caso. Uccise da un cliente violento, magari per aver cercato di resistere a un furto, oppure dai loro sfruttatori ai quali volevano ribellarsi. Nessuno chiede di loro quando scompaiono, spesso non si scoprirà mai il loro nome, la loro origine. Anche per questo i media non si soffermano più di tanto sulle loro storie (non si può costruire alcun “teatro del dolore”) ma forse anche perché quelle morti violente imbarazzano, pongono domande scomode alla coscienza di tutti.
ALCUNI DATI
Nel mondo
Secondo l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), sono circa 1 milione gli esseri umani trafficati ogni anno nel mondo, e 500.000 in Europa.
L’OIL (Organizzazione Mondiale del Lavoro) stima in 12.300.000 le persone sottoposte a sfruttamento lavorativo e sessuale. L’80% delle vittime è costituito da donne e ragazze.
In Italia
Sempre secondo l’OIM, le persone trafficate in Italia sono tra le 19.000 e le 26.000 ogni anno. 30.000 secondo la Caritas.
Non è facile accedere a dati condivisi sul fenomeno della prostituzione, per il suo carattere di clandestinità. Fonti istituzionali, Caritas, ONG riportano numeri diversi, a carattere sempre di “stima”.
Secondo il “Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio”, sono 70.000 le persone prostitute o prostituite in Italia (94% donne), di cui più del 50% straniere e il 20% minorenni. Il 70% circa delle donne lavora sulla strada, il 30% al chiuso, in appartamenti o club.
Il prezzo di una “prestazione” è in media di 30 euro, per un giro d’affari mensile di 90 milioni di euro. Una donna prostituita “rende” al suo sfruttatore di 5 ai 7 mila euro al mese.
Tra il 2000 e il 2006 le persone coinvolte nei progetti di assistenza e integrazione sociale promosse ai sensi dell’articolo 18 sono state 11.541.
A 5.673 (circa l’80% dei richiedenti) è stato rilasciato un permesso di soggiorno. Buoni risultati ha avuto anche l’istituzione di un numero verde per le vittime di tratta e sfruttamento istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: 800 290290, organizzato con una sede centrale e 14 postazioni locali. Per chi telefona è garantito l’anonimato.
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